Carrai e le Trojen di Stato

Tutti i paletti della Camera sui piani di Renzi per la cyber security
Michele Arnese e Michele Pierri

A leggere l’articolo apparso in “Formiche” viene da dire che il “paletto” andrebbe conficcato nel cuore del sistema che pensa di ridurre l’Italia a cosa propria.

Per fortuna c’è chi non si distrae, come il cittadino e deputato membro del COPASIR Angelo Tofalo che denuncia l’ennesimo tentativo di fare una porcata e che ha denominato: Trojan di Stato.

Nel discorso del deputato a 5 “splendenti” stelle colpisce il termine “conflitto d’interessi” riferito a Carrai, giacché proprio questo Leo Rugens denunciava il 3.12.15: LE CSY4 E LA CGNAL SONO START-UP DELL’UNIT 8200?

Veniamo al punto; sappiamo dalle cronache che l’Hacking Team collaborava con le forze di sicurezza italiane e siamo certi che le agenzie di intelligence nazionali li conoscessero per nome e cognome. Sappiamo che la visita di Netanyahu all’EXPO2015 è stata messa in sicurezza dalle aziende di Carrai quindi intrecciandosi con le agenzie italiane preposte al compito di proteggere un uomo di quel peso. Ne consegue che da qualche parte e in qualche archivio vi sia un bel fascicolo in cui Carrai & Co hanno ricevuto le dovute attenzioni. Logicamente quel fascicolo deve essere vicino a quello dell’Hacking Team dato che fanno lo stesso mestiere. Ne consegue che qualcuno interno alle istituzioni guardava contemporaneamente alle due realtà e volesse il cielo non abbia pensato di favorire l’una a scapito dell’altra.

Un pensiero così orrendo, ma così coerente, lo suggerisce un articolo maligno de il Tempo, oggi la mazza chiodata di Bisignani, che accosta vicende del passato mai passato (da Ocalan alle Greta e Vanessa profumatamente riscattate):

Carrai e soldi per i sequestri. Caos 007
“Ricollocati” tre funzionari dell’Aise. Ed è giallo sui 12 milioni per liberare due italiane
Tutto sarebbe accaduto martedì mattina, all’improvviso. All’interno di Forte Braschi, la sede dell’Aise, l’Agenzia informazioni e sicurezza esterna, un terremoto si è abbattuto su tre dipendenti di «spicco» che dall’oggi al domani si sono trovati defenestrati, forse per questioni di lotte interne. Questa è la storia che si racconta in queste ore sulla sorte toccata a Giuseppe Bruni, capo reparto esteri, Nicola Boeri, direttore di divisione, e Ester Oliva, direttrice della divisione analisi. Il primo avrebbe addirittura trovato il suo ufficio sigillato senza la possibilità di recuperare neanche la borsa.

«Non si tratta di licenziamenti – fanno sapere fonti interne – Due di queste tre persone sono state ricollocate nell’ambito di un progetto di riorganizzazione più ampio che include anche altri 14 elementi. Il terzo invece è andato in pensione». Una riorganizzazione che avrebbe fatto tornare all’Ente di provenienza, il Miur, Ester Oliva. Boeri, invece, sarebbe finito alla divisione analisi e Bruni in pensione (qualcuno dice “buttato fuori”). Una storia che, come sempre in questi casi, ha i suoi lati oscuri ed è accaduta nelle stesse ore in cui alla Commissione difesa del Senato è stata deliberata un’indagine conoscitiva sulla cybersecurity voluta dal deputato di FI, Elio Vito. A Palazzo Chigi, infatti, la presenza di Marco Carrai nella gestione della sicurezza informatica aleggia ancora come un fantasma. «Nel programma non si parla di Carrai – spiega Vito – l’idea dell’indagine è nata prima che scoppiasse il caso».

Dopo lo stop alla creazione di un’agenzia ad hoc per l’amico fraterno, Renzi avrebbe in progetto di inserirlo tra i suoi consiglieri di fiducia, magari in una sorta di organismo ibrido, una specie di Comitato sulla sicurezza, in cui l’imprenditore entrerebbe come consulente della cybersecurity, in barba a tutti gli esperti che lavorano nelle divisioni dell’intelligence. Tornando a Forte Braschi, la storia che si racconta, ancora una volta, parla di «rapporti fiduciari incrinati», forse legati al passato o forse – stando ad alcuni rumors, legati a operazioni recenti della nostra intelligence. Boeri è stato capo centro a Mosca durante il caso Ocalan (quando il leader del Pkk fu portato da Ragusa a Mosca con un volo Eni), e vicino negli anni a D’Alema, Battelli e Venturoni. All’epoca di Ocalan al governo c’era proprio Massimo D’Alema e il caso finì al centro di una accesa polemica sul diritto d’asilo (chiesto da Ocalan) e l’estradizione forzata. Ma in questo tourbillon di promozioni e rimozioni si sussurra anche di un certo malessere per l’operazione di liberazione di due nostre cooperanti in Siria collegata al pagamento del riscatto da 12 milioni di dollari. Si parla anche di un’inchiesta penale, ma le smentite ufficiali fioccano.

Francesca Musacchio 29.1.16 Il Tempo

Il tempo renderà tutto più chiaro.

La redazione

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