Almeno 300 varianti consigliano prudenza nello scenario libico-tunisino

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Le attività rivoluzionarie dell’ISIS e di tutte le fazioni armate autoctone, il fattore tempo, le fughe in avanti degli altri paesi competitori nel Mediterraneo e non, la sindrome di una ricerca spasmodica di leadership da parte del Governo Renzi per motivi dire elettoralistici sarebbe già dare dignità ai comportamenti, sono quattro fattori (potremmo elencarne altri) che certamente rendono quasi impossibile, per degli sprovveduti quali ogni giorno di più appaiono i nostri politici, fare scelte o semplicemente farsi consigliare su quanto si debba fare in Libia e quindi implicitamente in Tunisia, dopo poco o al tempo stesso. Dico questa cosa della Tunisia e della Libia da considerare “un solo scenario”, essendo le due realtà geograficamente e quindi politicamente vicine e in alcuni tratti di difficile “separazione”.

Contare fino a 4 per alcuni cooptati a guidare il Paese risulta difficile figurarsi se i “if” cominciano a diventare almeno 15 per ognuna delle quattro varianti ipotizzate. Tenete conto che per ogni “if/se” bisognerebbe saper rispondere, con relativa certezza, alle cinque W (chi, dove, quando, come, perché) basilari che non valgono solo per il business ma per qualunque realtà complessa si debba affrontare. Diciamo che i Nicola La Torre o i Marco Minniti, quando provano a dire cose sensate relative a cosa si debba fare in Libia (e Tunisia) dovrebbero, nel lasso di tempo in cui un giornalista gli pone un quesito, essere in grado di valutare scenari che contengono almeno varianti che assommano a “4 per 15 per 5”, cioè 300 elementi a loro volta in work in progress di cui andrebbe tenuto conto. Mentre si parla, se non si vuole parlare “come se piovesse”, sarebbe opportuno mordersi la lingua, invitare i giornalisti a riflettere loro per primi che non è cosa e ritirarsi in buon ordine a studiare la materia. Ma potrebbe essere troppo tardi perché le attività insurrezionali (quelle sì pre-pensate) sono in atto, i competitori hanno dei loro piani e a complicare tutto c’è l’ambizione spasmodica di Renzi e dei suoi.

Abbiamo pubblicato rumori intorno a gravi tensioni all’interno di quello che avanza dell’Intelligence nostrana dedicata per la vecchia (obsoleta) divisione esteri, AISE. Riportiamo il brano tenendo conto che negli ultimi anni abbiamo già inanellato gravissimi sbandamenti e che non si può neanche ipotizzare di “andare in guerra” (in guerra ci si va per uccidere o essere uccisi) senza teste pensanti: penso che oggi sia chiara la gravità di una situazione organizzativa in cui il vero capo dei “servizi segreti” è uno come Matteo Renzi, cioè il capo di un Governo che potrebbe avere le ore contate per una questione (degnissima ma…) di affitto di uteri. Prima di Renzi, Enrico Letta è stato per una breve stagione il responsabile dell’Intelligence. Prima ancora Mario Monti e, manco a ricordarlo, prima Silvio Berlusconi. Una girandola colorata dove è successo di tutto mentre i nostri ogni volta riprendevano le misure per capire cosa pensasse il Nuovo Capo di loro e quanto fossero al sicuro i loro “culi”. E con essi i super stipendi che girano nell’Intelligence. Oltre ad altri soldi (imbarazzanti) come si mormora che anche in questi ultimi episodi drammatici siano girati. Solo il 21 gennaio 2012 (un batter di ciglio rispetto agli avvenimenti ancora in essere), in visita a Tripoli, in Libia, Mario Monti ebbe veramente paura delle condizioni di insicurezza in cui operavano i nostri nel vano tentativo di rendere sicura la sua di visita. Tanto è vero che, a mala pena, mise il naso fuori dalla residenza scelta per il suo soggiorno e per i colloqui.

Cosa dovrebbe essere realmente successo di “rivoluzionario” perché qualcosa fosse cambiato? Di rivoluzionario c’è solo la fase post terroristica dell’ISIS (semplifico dietro questo brand le decine di sigle che nascondono i più diversi interessi) ormai in grado di sviluppare attività insorgenti anticamera di un sommovimento totale. Di cambiato, negli ultimi 5 anni, oltre alla morte di Gheddafi c’è che al posto di Scaroni renzi il Rottamatore ha nominato De Scalzi, cioè Scaroni. Se non è zuppa è pan bagnato. Ma, da quando all’ENI, si aggirava Scaroni, il prezzo del barile è sceso al mercato nero a meno di 30 dollari. Prima i “nostri” sembravano abili perché potevano far mangiare tutti. Ora li voglio vedere districarsi nel conflitto d’interessi implicito quando gli avvenimenti (uno dei 300 if/se!) ci obbligheranno alla guerra!

Nelle ore dopo la caduta della dittatura libica i nostri dovettero trovare e far sparire centinaia di dossier che in modo maniacale e paranoico Gheddafi faceva redigere su tutto quello che da prima del ottobre/novembre 1969 era accaduto in Libia e, in particolare, tra la Libia e l’Italia.

Corsero rischi ma si dice che ci riuscirono. Io dico che come al solito (non ho le prove) qualcuno ha avuto la prudenza e la malignità di portare in patria le prove della corruzione di una intera classe dirigente ruotata intorno agli affari che la famiglia di Gheddafi faceva con il petrolio (ENI), le armi (Finmeccanica), la finanza (Unicredit) e un po’ di svago calcistico con la FIAT/Juventus triangolando con i partiti e la classe dirigente italiana. Mentre a Lockerbie, il 21 dicembre dell’1988, esplodeva un aereo con 270 persone a bordo. Ma i soldi sono i soldi.

Oreste Grani/Leo Rugens che mai come questa volta teme l’effetto protagonismo del premier Renzi che “La ruota della Fortuna” ci ha dato in sorte.


CARRAI E LE TROJEN DI STATO

Tutti i paletti della Camera sui piani di Renzi per la cyber security
Michele Arnese e Michele Pierri

A leggere l’articolo apparso in “Formiche” viene da dire che il “paletto” andrebbe conficcato nel cuore del sistema che pensa di ridurre l’Italia a cosa propria.

Per fortuna c’è chi non si distrae, come il cittadino e deputato membro del COPASIR Angelo Tofalo che denuncia l’ennesimo tentativo di fare una porcata e che ha denominato: Trojan di Stato.

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Nel discorso del deputato a 5 “splendenti” stelle colpisce il termine “conflitto d’interessi” riferito a Carrai, giacché proprio questo Leo Rugens denunciava il 3.12.15: LE CSY4 E LA CGNAL SONO START-UP DELL’UNIT 8200?

Veniamo al punto; sappiamo dalle cronache che l’Hacking Team collaborava con le forze di sicurezza italiane e siamo certi che le agenzie di intelligence nazionali li conoscessero per nome e cognome. Sappiamo che la visita di Netanyahu all’EXPO2015 è stata messa in sicurezza dalle aziende di Carrai quindi intrecciandosi con le agenzie italiane preposte al compito di proteggere un uomo di quel peso. Ne consegue che da qualche parte e in qualche archivio vi sia un bel fascicolo in cui Carrai & Co hanno ricevuto le dovute attenzioni. Logicamente quel fascicolo deve essere vicino a quello dell’Hacking Team dato che fanno lo stesso mestiere. Ne consegue che qualcuno interno alle istituzioni guardava contemporaneamente alle due realtà e volesse il cielo non abbia pensato di favorire l’una a scapito dell’altra.

Un pensiero così orrendo, ma così coerente, lo suggerisce un articolo maligno de il Tempo, oggi la mazza chiodata di Bisignani, che accosta vicende del passato mai passato (da Ocalan alle Greta e Vanessa profumatamente riscattate):

Carrai e soldi per i sequestri. Caos 007
“Ricollocati” tre funzionari dell’Aise. Ed è giallo sui 12 milioni per liberare due italiane
Tutto sarebbe accaduto martedì mattina, all’improvviso. All’interno di Forte Braschi, la sede dell’Aise, l’Agenzia informazioni e sicurezza esterna, un terremoto si è abbattuto su tre dipendenti di «spicco» che dall’oggi al domani si sono trovati defenestrati, forse per questioni di lotte interne. Questa è la storia che si racconta in queste ore sulla sorte toccata a Giuseppe Bruni, capo reparto esteri, Nicola Boeri, direttore di divisione, e Ester Oliva, direttrice della divisione analisi. Il primo avrebbe addirittura trovato il suo ufficio sigillato senza la possibilità di recuperare neanche la borsa.

«Non si tratta di licenziamenti – fanno sapere fonti interne – Due di queste tre persone sono state ricollocate nell’ambito di un progetto di riorganizzazione più ampio che include anche altri 14 elementi. Il terzo invece è andato in pensione». Una riorganizzazione che avrebbe fatto tornare all’Ente di provenienza, il Miur, Ester Oliva. Boeri, invece, sarebbe finito alla divisione analisi e Bruni in pensione (qualcuno dice “buttato fuori”). Una storia che, come sempre in questi casi, ha i suoi lati oscuri ed è accaduta nelle stesse ore in cui alla Commissione difesa del Senato è stata deliberata un’indagine conoscitiva sulla cybersecurity voluta dal deputato di FI, Elio Vito. A Palazzo Chigi, infatti, la presenza di Marco Carrai nella gestione della sicurezza informatica aleggia ancora come un fantasma. «Nel programma non si parla di Carrai – spiega Vito – l’idea dell’indagine è nata prima che scoppiasse il caso».

Dopo lo stop alla creazione di un’agenzia ad hoc per l’amico fraterno, Renzi avrebbe in progetto di inserirlo tra i suoi consiglieri di fiducia, magari in una sorta di organismo ibrido, una specie di Comitato sulla sicurezza, in cui l’imprenditore entrerebbe come consulente della cybersecurity, in barba a tutti gli esperti che lavorano nelle divisioni dell’intelligence. Tornando a Forte Braschi, la storia che si racconta, ancora una volta, parla di «rapporti fiduciari incrinati», forse legati al passato o forse – stando ad alcuni rumors, legati a operazioni recenti della nostra intelligence. Boeri è stato capo centro a Mosca durante il caso Ocalan (quando il leader del Pkk fu portato da Ragusa a Mosca con un volo Eni), e vicino negli anni a D’Alema, Battelli e Venturoni. All’epoca di Ocalan al governo c’era proprio Massimo D’Alema e il caso finì al centro di una accesa polemica sul diritto d’asilo (chiesto da Ocalan) e l’estradizione forzata. Ma in questo tourbillon di promozioni e rimozioni si sussurra anche di un certo malessere per l’operazione di liberazione di due nostre cooperanti in Siria collegata al pagamento del riscatto da 12 milioni di dollari. Si parla anche di un’inchiesta penale, ma le smentite ufficiali fioccano.

Francesca Musacchio 29.1.16 Il Tempo

Il tempo renderà tutto più chiaro.

La redazione

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