Germania e Turchia – Pompeo De Angelis

Questo slideshow richiede JavaScript.

Il 2015 si è concluso con un accordo fra i leader di 28 paesi europei e il governo di Ankara, in vista di una adesione della Turchia all’UE da attuare entro il 2016. Questo stesso accordo stabilisce la liberalizzazione dei visti d’ingresso per i cittadini turchi nell’Unione e la creazione di un fondo di 3 miliardi di euro, “cifra Iniziale”, per impiantare un’area di tendopoli per 5 milioni di profughi su una fascia di terra, occupata militarmente, al confine con la Siria. La Germania contribuisce al fondo con € 534, il Regno Unito con € 409, la Francia con €386, l’Italia con € 281, la Spagna con € 191 e a seguire gli altri ventitré.

Central_Powers_monarchs_postcard

La Germania è il paese europeo che ha maggiori coinvolgimenti con la Turchia, a partire 2 agosto 1914, quando una delegazione di tedeschi firmò un patto segreto con il sultano Mehmet V. Il sultano non solo aveva perso la quasi totalità dei territori su cui imperavano gli ottomani, ma non governava più perché il gabinetto, cioè La Porta, era formato un nucleo di capi dell’esercito e della marina che covava il colpo di stato per istaurare una repubblica militare. Quindi il patto fu firmato dal gran visir Said Halim, appoggiato da una oligarchia di pascià in divisa. Le clausole del patto furono segrete, ma gli effetti si videro subito: il giorno stesso fu ordinato il richiamo alle armi di 2.500.000 riservisti, dai venti ai quarantacinque anni di età. Dalla Germania partirono immediatamente armi e munizioni e quantitativi di legna e di carbone per le caserme dell’enorme dispiegamento di contadini anatolici trasformati in soldati. Ricordiamoci il ritmo di quei giorni: il 28 luglio del 1914, l’impero austro-ungarico aveva dichiarato la guerra al regno di Serbia e il 1 agosto alla Russia. La Germania aveva fatto altrettanto e aveva invaso il Lussemburgo, senza formalità. Il 3 agosto dichiarò guerra alla Francia. Il 6 agosto l’Austria entrò in guerra con la Russia. L’alleanza fra Germania e Turchia ebbe come principale obiettivo il fronte della Russia sul Mar Nero: Istanbul voleva riconquistare i territori dell’Anatolia orientale persi durante la guerra russo-turca del 1877-78; Berlino puntava a un libero accesso nell’area del Mar Caspio, ricca di idrocarburi, sfruttati dalla Anglo-Iranian Oil company. Abbasso i russi, via gli inglesi e intanto si ammucchiavano i soldi tedeschi nei forzieri dei turchi e i sogni loro per una nazione moderna sulle rovine ottomane. Nel sogno, figurava la promessa della Germania di finanziare la linea dell’Oriente Express (che collegava Parigi, Vienna e Istanbul, fin dal 1889) per farla proseguire fino a Bagdad, in modo che l’Anatolia avrebbe avuto una spina dorsale di binari d’acciaio attraverso il suo territorio, tale da ridarle l’egemonia nel Grande Oriente, come mediatrice fra due mondi. A Istanbul, il clima fu di confusione e di bandiere sventolate da gruppi di giovani che non sapevano cosa stava succedendo. Cosi accade ai giovani di ogni nazionalità, in ogni circostanza, i quali vengono spinti verso mete ignote da patti segreti.

3d17b703496e30d01de8c4714d6ac92a

Ma non furono 2.500.000 le reclute dell’armata contadina. Furono a malapena 500.000, perché mancava il cibo per nutrirli. I richiamati dovevano presentarsi alle caserme con tre giorni di viveri propri e i più lontani con le vivande per cinque giorni. Poi, esaurite le scorte personali, i pascià fecero affidamento sul ramadan e servirono alla truppa un fetta di pane per sera. In quel 2 agosto, due navi tedesche entrarono nel Mar di Marmara: la Goeben e la Breslau. Quando approdarono nel Bosforo, il 10 agosto, cambiarono nome: la prima venne battezzata Sultano Yavez Selim e la seconda Mudilli. Gli equipaggi rimasero tedeschi ma gli ammiragli prussiani e i loro ufficiali indossarono il fez rosso per mascherarsi da turchi. Così acconciata la flotta entrò nel Mar Nero e il 29 ottobre 2014 bombardò i principali porti russi. Il 1° novembre la Russia dichiarò guerra all’impero ottomano, che entrò nella Prima Guerra Mondiale a fianco della Germania e, alla fine, perdette tutto. Nel 1918, la sovranità di Istanbul si restrinse all’Asia Minore e a una striscia europea sul Bosforo. Quel poco che era rimasto dell’impero fu sbranato dalla Grecia, che sostenuta dai vincitori della guerra mondiale ideò la Megali Idea (la Grande Grecia), ovvero la restaurazione dell’impero bizantino con capitale Costantinopoli e, nell’aprile del 1919, sbarcò le truppe nella zona di Smirne con una scorta di navi da guerra inglesi, francesi e americane. La lotta contro gli invasori europei fu sostenuta da un esercito turco rivoluzionario guidato da Mustafà Kemal, che riuscì a rigettare il nemico e a eliminare il califfato. Nella partita, la Grecia perse la Tracia Orientale e avvenne uno scambio delle popolazioni: rientrarono in Grecia 1.400.000 grecofoni dall’Asia Minore e 750.000 musulmani turchi ritornarono dalla Grecia in Turchia. Il 25 marzo 1924, Mustafà Kemal divenne presidente della repubblica turca, nella forma della dittatura, che si auto organizzò moderna nell’amministrazione e laica nella separazione fra Stato e religione. Mustafà, detto il Perfetto (kemal) prese il cognome di Ataturk, Padre dei Turchi. Ankara fu eletta, in quel momento, capitale dello Stato. Durante la Seconda Guerra Mondiale, la Turchia dichiarò la sua neutralità, “amichevole” verso la Germania, ma nell’agosto del 1944, quando fu palese la sconfitta tedesca, Ankara si avvicinò a Londra, a Mosca e a Washington. Quando i russi stavano per entrare a Berlino, la Turchia dichiarò guerra alla Germania (23 febbraio 1944), guadagnando il titolo di nazione vincitrice del nazifascismo.

3g12174u-1389

Gli imperi centrali: Germania, Austria-Ungheria, Turchia e Bulgaria

Nel 1952, la Turchia entrò a far parte della Alleanza Occidentale (NATO). Le vite dei tedeschi e dei turchi si intrecciarono di nuovo nel 1955. In quell’anno la Repubblica Federale Tedesca entrò nella NATO. La ricostruzione delle città bombardate era avvenuta, l’agricoltura era tornata al livello prebellico grazie alla manodopera di profughi della Germania dell’Est e di zone del Terzo Reich finite sotto il regime comunista. Nel 1946, entrarono 6 milioni di tedeschi orientali nella Germania di Bonn. Costoro costituirono la forza della crescita economica della Germania Federale. Nel 1955, si registrò il miracolo economico delle regioni renane e bavaresi, sostenuto dall’immigrazione italiana. Nel 1961, un contratto di reclutamento di forza lavoro turca stimolò l’immigrazione dall’Anatolia. I flussi generano due tipi di lavoratori: gli indigeni con pieni diritti, i nuovi venuti con un posto nell’ordine sociale della non-eguaglianza. La regola di base della convivenza era questa: attraverso l’affidamento agli stranieri dei lavori peggiori, gli operai tedeschi si sarebbero potuto specializzare creando una categoria professionale superiore. I contratti per gli immigrati avevano la durata di un anno, prorogabile su richiesta dell’azienda. Lo straniero doveva essere espulso a rotazione, in modo da non acquisire la cittadinanza, oppure veniva licenziato se incorreva in una condanna anche civile, ad esempio una multa automobilistica, se questa veniva giudicata “una turba della pace sociale”. Un accordo bilaterale tra Italia e Germania, firmato il 20 dicembre 1954 rese legale questo sistema rivolto agli immigrati italiani, ma esteso immediatamente anche ai turchi, ai greci, agli jugoslavi, agli spagnoli e ai portoghesi.

Nel 1974, dopo la crisi petrolifera, che generò la recessione in Europa, fu varata la legge dell’Anwerbestopp, che permise alle aziende di licenziare i turchi, sicché ai disoccupati fu ingiunto di rientrare in patria. I sindacati lanciarono lo slogan. “Prima i tedeschi, poi i turchi.” L’opinione pubblica fece eco con il grido: “Turken raus”. Spaventò i tedeschi una legge creata nel momento del boom che rendeva lecito ai figli piccoli lasciati in Turchia di “ricongiungersi con i genitori”, creando la “zeweit geration” di immigrati. Dover fare i conti con una comunità straniera che conservava i propri costumi, restia a integrarsi, impedita a salire la scala sociale, non piacque né alla borghesia, né alla classe operaia. Nel 1981, il cancelliere Helmut Kohl dichiarò apertamente: “Una buona parte dei turchi deve tornare a casa”. Il 3 ottobre 1990 la Germania fu riunificata e dovette badare all’integrazione fra due popolazioni tedesche. La politica della minima convivenza con i turchi fu abbandonata. Diveniva però attiva una terza generazioni di giovani sotto i trent’anni, nati in Germania, che si sentiva molto diversa dai tedeschi nel ruolo di operai poveri e di altra religione. Inoltre questa gente veniva percepita come violenta. Dopo l’attacco di Al Qaeda alla Torri Gemelle di New York nel 1911, gli immigrati turchi in Germania furono infiltrati dall’integralismo islamico. Un loro leader Metin Kaplan, detto “il califfo di Colonia” predicò il ritorno in patria e “il rovesciamento del sistema democratico per sostituirvi il califfato.” Il problema turco per i tedeschi ha una evidente dimensione numerica: su una popolazione tedesca di 82 milioni di persone, i turchi residenti sono 1 milione e 700 mila, a cui aggiungere altri 700 mila che attendono la nuova nazionalità.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Nel 2015, la cancelliera Merkel si è detta disposta ad accettare 1 milione di profughi siriani. Ciò serve a candidarsi per giocare un ruolo determinante nel futuro della Siria, controbilanciando la Turchia sullo scacchiere del Medio Oriente. È un gioco che richiede una abilità eccezionale. Il presidente turco Erdogan, sul lato opposto del quadrato tende a un neo imperialismo in Medio Oriente, a rivalutare la religione islamica,a prendere i soldi per i campi profughi nel suo territorio, per finanziare un esercito di 1 milione di effettivi, ad aumentare i crediti con gli americani per entrare nell’Unione Europea. La Germania ha imparato a non amare i turchi. Il tedesco Papa Ratzinger, in una intervista al “Figaro Magazine” disse: “Storicamente e culturalmente la Turchia ha poco da spartire con l’Europa. Ha sempre rappresentato, nel corso della storia, un altro continente, in contrasto con il nostro. Sarebbe perciò un grande errore inglobarlo nell’Unione Europea”. Per sette secoli, gli italiani hanno urlato spaventati. “Mamma li turchi!”. Qualora la Turchia entrasse nell’Europa, con i suoi 75 milioni di abitanti, sarebbe la seconda nazione del continente occidentale, dopo la Germania, prima dell’Italia. I rapporti di forza si rovescerebbero. C’è un lato obliquo della scacchiera. Dalla linea diagonale, la Turchia nella UE sposterebbe l’asse dall’Europa del Nord al Sud del Mediterraneo. Potrebbe, per l’Italia rivalutarsi la politica estera della Democrazia Cristiana che riteneva possibile uno sviluppo della comunità, nata dal carbone e dall’acciaio, con i paesi del Maghreb legati alla Francia, all’Italia e alla Nato.

Annunci