La rabbia rende arguti anche gli uomini ottusi, ma li conserva poveri. E da oggi sono un povero rabbioso

“Chiunque può arrabbiarsi: questo è facile; ma arrabbiarsi con la persona giusta, e nel grado giusto, e al momento giusto, e per lo scopo giusto, e nel modo giusto. Questo non è nelle possibilità di chiunque e non è facile.”

Aristotele

Per cui, secondo l’ambasciatore italiano al Cairo, Maurizio Massari, Giulio Regeni sarebbe stato scambiato per una “spia” e, in quanto tale, torturato per ottenerne informazioni? Stiamo dicendo che uno dice “mi chiamo Giulio Regeni, sono italiano”, e allora giù botte? E questi sarebbero gli accordi quadro? Questa via preferenziale per il patibolo e il martirio (sembra saperne di più di tanti cretini vocianti il prete officiante la prima messa a Fiumicello) sarebbe il valore aggiunto delle fellazio che all’ENI, con la loro mitica intelligence parallela, si decidono “a favore” dei potenti egiziani di turno? Figurarsi se un’italiano dovesse cadere nelle mani dei governativi nigeriani, cosa accadrebbe del nostro “colpevole o innocente” compatriota?

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Scusate, questo lo sappiamo già, vista la fine che abbiamo saputo far fare all’ing. Franco Lamolinara, l’8 marzo del 2012, quando nigeriani e inglesi, senza dirci niente, fecero quel bel capolavoro di irruzione innescando il massacro in cui morì innocente anche l’ostaggio italiano.

O era anche lui uno che non doveva lamentarsi dal momento che sapeva dove e cosa andava a fare?

All’8 marzo 2012 (ma in Nigeria i militanti di Boko Haram sanno che da noi è la Giornata della Donna e certe cose non si fanno in tale ricorrenza?) ci siamo arrivati dopo che dal 12 maggio 2011 (giorno del rapimento del tecnico italiano) di cazzate su come positivamente si stava dispiegando la trattativa, le fonti riservatissime (!) dell’AISE rassicuravano, sistematicamente, il Governo italiano dell’epoca.

Anche in quel caso si trattava dell’AISE come la stronzata della diarchia dicotomica (come se la sicurezza avesse un dentro e un fuori) imponeva e impone.

Nelle aziende/strutture dove ho lavorato per anni vigeva – come elemento costitutivo base del sistema di sicurezza – la meritocrazia e, se una testa di cazzo aveva sbagliato “tutto”, agendo oggettivamente contro l’interesse della “proprietà”, non solo andava a casa ma ci andava in malo modo.

Ma io, come è noto, non avevo “padroni” italiani.

Inoltre, non è questa la strada da seguire farneticando di meritocrazia o di chi cade sul campo e di chi rimane al caldo facendosi sistematicamente fottere da chi può permettersi di mandare le forze speciali della Royal Navy a combinare guai o ad essere super efficienti, a seconda della convenienza e delle circostanze.

Adesso  vanno misurate le parole dopo aver ognuno detto con chiarezza quello che si crede (o che si sa) sia avvenuto in relazione all’omicidio politico di Giulio Regeni.

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Antonio M. Suarez dice che è andata in un modo; Antonio de Martini suggerisce una lettura (una volta tanto non è Tel Aviv la responsabile di ogni nefandezza e questa volta viceversa si sbaglia anche il “maestro”) per cui potrebbero essere stati gli odiati inglesi a mandare, scientemente, allo sbaraglio, l’agnello sacrificale italiano, in realtà (!), uno dei loro. Mi sembra di aver capito così: Giulio Regeni, secondo “Tonino” de Martini, era arruolato nell’Intelligence Service? 5 o 6? L’arabista Lorenzo Declich, di cui già anni addietro sentivo parlare, con grande stima, da persone amiche (forse era quando ospitammo a Roma l’autore del libro “Azazel”, Youssef Ziedan direttore della sezione antichi papiri e documenti della ricostruita Biblioteca di Alessandria d’Egitto) mi sembra che ci fornisca materia abbondante, serissima e ragionata, per non chiudere con superficialità ciò che non si può negare e cioè che chiunque si dichiarasse oggi amico e alleato di al-Sisi non potrà, in alcun modo, domani, girare la frittata e far finta di non sapere che se “lo dava nel culo” con un criminale, addestrato da criminali, foraggiato da criminali.

Ma non dovevo misurare il lessico?

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Ad al-Sisi, Amin Dada gli avrebbe fatto una pippa; così il somalo Ahmed Ciliow o il tunisino Rachid Ammar, piuttosto che il libico Mousa Salem El Haji.

Tutti bei personaggetti che ebbero via libera dai nostri servizi per fare come cazzo volevano, anche sul nostro suolo. Se solo si pensa a quanti oppositori di Gheddafi facemmo in modo che i killer di Mousa Salem El Haji uccidessero, in Italia, si potrebbe pensare che fossero tutti figuri cattivoni più cattivi di al-Sisi. Ma non è così: è il generale egiziano il peggiore e i nostri non si stanno facendo scappare l’occasione di favorirlo.

Ma non mi ero invitato a misurare le parole? Chi, sapendo come stavano le cose, ha messo, quindi, a repentaglio la vita di Giulio?

Marco Gregoretti sostiene di sapere – per certo – che Giulio Regeni fosse in organico all’AISE, diretto ancora dal generale Alberto Manenti che, tramite percorsi di legge, risponde, di fatto, al Presidente del Consiglio, vero capo dei nostri Servizi segreti.

In mezzo ci sono altri, compreso il sempre eterno, ex comunista, Marco Minniti.

Attualmente, dicevamo quindi, al-Sisi è, nella speciale classifica dei despoti, largamente in testa. Certamente non c’è limite all’orrore per cui rimaniamo in trepida attesa di scoprire chi, alla fine del girone d’andata, si meriterà il soprannome di Pol Pot d’Africa.

Oggi, il generale egiziano, si avvia a meritarsi tale onore.

Su questo aspetto dei diritti civili, dopo l’indifferenza mostrata in Arabia Saudita, sentiamo un assordante silenzio da parte di quello spregiudicato, senza valori (se non quando si tratta di Giancarlo Elia), del vostro Capo del Governo.

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A Renzi e ai suoi supporter/pupari che citano Mazzini e fanno riferimento alla vita intelligente di Alan Mathison Turing, non gliene frega niente dei diritti civili “degli altri”. Pensano esclusivamente al proprio diritto a fare quello che più gli aggrada. E questi, complici degli sgherri di al-Sisi, volevano prendersi anche la guerra cibernetica?

Fermiamoli con ogni mezzo prima che ci vendano anche le nipotine ai violentatori del Cairo.

Viceversa, in tanto schifo, registriamo il turbamento di Gentiloni, persona per bene, amico per sua formazione personale di Israele, per relazioni familiari e amicali, onesto intellettualmente tanto da capire di fronte a quale complesso episodio ci si trovi.

Gentiloni non a caso dice che “se l’Italia tiene (frase terribile per il Ministro degli Esteri di un Paese), la verità verrà a galla”.

Ripeto, frase terribile quella pronunciata ieri che fotografa la fragilità del nostro esecutivo e del presidente del Consiglio, per primo.

Gentiloni, formalmente numero due del Governo, è ormai terreo in volto, da alcuni giorni. Terreo più del solito perché sa che siamo entrati in un tunnel dal quale potremmo non uscire vivi se non siamo pronti ad affrontare l’ignoto che si nasconde nel buio del cunicolo dove, i nemici dell’Italia, ci hanno voluto/potuto trascinare.

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I nemici sono quei “servizi segreti” (francesi? inglesi? israeliani?) che insinuano alcuni?

Sono, viceversa, i sicari di al-Sisi che – autonomamente – ci hanno voluto dare una lezione?

E perché mai? I carnefici delle nostre timide speranze di sovranità e di Intelligence culturale sono i loro suggeritori/formatori istituzionali? E quali di quelli da cui l’avido generale prende ordini e soprattutto vagonate di soldi c’è dietro alla lezione che ancora una volta si è voluta impartire agli “scolaretti litigiosi” italiani?

È ora di dare risposte a tutte queste domande per riuscire, una volta tanto, ad inchiodare i responsabili di questo delitto, certamente di natura politica. Prevedendo tutto questo, inutilmente sperammo che i neo eletti al Parlamento, cittadini organizzati nel M5S, riuscissero ad intuire che, sia pur poca cosa, almeno la presidenza del Copasir, bisognava farsela dare. Altro che scontrini da rendicontare mentre un satiro come Dini faceva in modo che al Copasir ci andasse l’inutile Stucchi.

Torniamo a chi ritiene di sapere come è andata.

Antonio de Martini, avendo vissuto e studiato a Beirut, ricorda con maggiore facilità gli avvenimenti che riguardano il Libano, per cui invita a far mente locale al ricordo della morte altrettanto drammatica dei giornalisti Graziella De Palo e Italo Toni.

Dire Toni e De Palo, a mio modesto avviso, è come evocare il fantasma del colonnello Stefano Giovannone, morto nel suo letto il 17 luglio del 1985, a differenza dell’altro colonnello del Sismi, Mario Ferraro, deceduto, esattamente dieci anni dopo Giovannone, impiccato (al termosifone!) nel suo bagno, il 18 luglio 1995.

De Martini suggerisce tempi e cose complesse. Nei 55 giorni di prigionia, Aldo Moro aveva inutilmente cercato di stimolare l’intervento di qualcuno che avrebbe dovuto reagire al nome di Giovannone, inserito provocatoriamente nelle due lettere consegnate al Palazzo, per suo conto, dai postini delle Brigate Rosse. Era il 30 aprile del 1978, nove giorni prima di essere “fucilato” con la firma certa dei sei colpi “a rosa”, sparati, con mano ferma, intorno al cuore. Qualcuno addirittura dice rivelando così, a chi sapeva, chi avesse eseguito la condanna.

E, proviamo a ricordarlo, da anni si dice che qualcuno dalle parti di Beirut sapesse del rapimento prima che avvenisse. anzi è ora di ricordare che queste cose si dicono stranamente usando il megafono dell’ONU: Antonino Arconte, a mio sommesso avviso, non molla!

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Moro fu certamente sacrificato nel Grande Gioco Mediterraneo e non mi risulta che fosse un agente dell’Intelligence Service.

Non era il Re, ma certamente, al gioco degli scacchi geopolitici, era un importante alfiere, o una torre, o un agile e asimmetrico cavallo.

Ce lo hanno ucciso e stiamo ancora in balia di chiunque si voglia sfogare nelle nostre viscere. Avevo detto che era tempo di misurare le parole e non mi sembra che lo stia facendo. Ci deve essere un motivo grave, anzi gravissimo per tanta scurrilità “da caserma”.

Il giovane Giulio era solo un pedone ma, al gioco degli scacchi, “pezzo” nostro e non inglese. E come “pedone nostro” (ma nostro di chi?) dovremmo – almeno da morto – onorarlo piuttosto che apostrofarlo con toni che ricordano il solito stantio sfottò napoletano.

Sfottò che suona non da “napoletani signori” che, in questo caso, avrebbero certamente evitato di fare battute.

Ma notoriamente io non parlo l’arabo, ho pochi amici generali, non vado e vengo periodicamente da Beirut, Istanbul, Teheran, Mosca, Damasco per cui non mi sento di considerare un “fesso” un uomo che è stato – pochi giorni addietro – torturato per il solo fatto di essere un mio compatriota. Perché è andata così e chi pensa di liquidare quei momenti terribili vissuti da Giulio Regeni con battute, sarcasmi, generiche ricostruzioni, è indegno perfino di questo straccio d’Italia che ci è rimasto. Se l’autopsia italiana, non si sbaglia, il carnefice rompendogli il collo, era davanti al ragazzo che ha potuto vedere la morte negli occhi. E lo dico con il giusto disgusto immaginando che l’immagine del sudaticcio olivastro assassino, non fosse un bel viatico per la misteriosa “non vita”. Questo, nella terra che fu delle piramidi e dei faraoni.

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Nei servizi giornalistici filmati ho intravisto uno straccio d’onore appeso alle finestre di casa Regeni, a Fiumicello, nel ormai, per troppi di voi, lontano Friuli. Quel Friuli con la più alta percentuale di reclutati in Gladio e dove molti militari da operetta hanno “giocato alla guerra” imparando a guidare semoventi e carri armati, sempre in deficit di manutenzione, scoprendo i “vantaggi” di non dare e ricevere ordini se non per dispendiose inutili esercitazioni.

Straccio “tricolore” che ancora, stanco e amareggiato come sono, voglio considerare la mia Bandiera a cui quel giorno, in quel Friuli che oggi piange un suo degno figlio, gridai “lo giuro” e non “l’ho duro” come fecero troppi militari da “casino”, con la fica sempre in testa, di cui è ancora affollata la Repubblica. Ancora, viceversa, nostra Patria. Non a caso trattata, da quelli che “duro” lo hanno veramente, come una puttanella lasciata indifesa, certamente dai politici ma, prioritariamente, dai militari e da tutti quelli che, da decine di anni, si sono arrogati il compito di tramare nei (e intorno) ai servizi segreti perché …nulla cambiasse. Pensate cosa avrei scritto se non mi ero prefisso di misurare i termini?

Tra non molto avrò il privilegio di passare alla “non vita” e questo mi porto dietro come unico bene: il mio amato Paese è super affollato di gattopardi che, col culo al caldo, operano ininterrottamente perché nulla cambi in modo che la temperatura del loro deretano non muti mai di un grado. E lo fanno facendo credere in giro che sono dei profondi critici e oppositori all’andazzo disgustoso delle cose nostrane.

Nelle carceri egiziane, il giornalista freelance Andrea de Giorgio, a sua volta imprigionato tempo addietro, giura di aver visto ragazzini (10/11 anni!) lasciati in balia di sodomizzatori che ne facevano scempio come (il testimone è persona per bene e ancora segnato da quanto ha visto) non pensava che si potesse fare con tale brutalità.

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Forse, prima di sparare cazzate e darsi alle facili ironie, uno stage nelle carceri (fossero anche quelle italiane), lo farei fare a tutti quelli che oggi danno del fesso al più innocente di tutti: il nostro coraggioso friulano Giulio Regeni.

La prossima volta misurerò le parole. La prossima volta.

Oreste Grani che, se fosse ancora un Leone Ruggente, oggi, invece di fare chiacchiere, farebbe “fatti”.

Consapevole di questi miei limiti e viltà, tolgo lo pseudonimo Leo Rugens, dalla firma.

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