Viva Caporetto e se non dovesse bastare viva l’….

malaparte

La vicenda straziante di Giulio Regeni (soprattutto in presenza della viltà di chi sta tacendo o depistando o offendendo “gratuitamente” le scelte del nostro compatriota), per motivi che all’inizio mi sfuggivano, mi ha evocato il libro di Curzio Malaparte, “Viva Caporetto!”, volume prezioso che ho posseduto, anni addietro, in prima edizione del 1921, versione sequestrata dalla censura fascista e che oggi non ho più nelle mie disponibilità, altrimenti, per necessità, lo avrei, a malincuore, venduto, essendo ormai quotato tra i collezionisti di prime edizioni. Chissà chi lo ha trovato avendolo io perso in uno dei miei mille traslochi!?!?.

Villa-Malaparte

Riproduco la scheda di Wikipedia (fatta bene) e che mi consente di calarmi nell’atmosfera che in quei momenti si doveva vivere nel Paese. Non sono interessato al Fascismo che ne è seguito ma a Caporetto come avvenimento a se stante e a quelle carogne di generali che lo resero possibile. Si avvicina una neo-Caporetto e questa volta i nomi dei “generali felloni” (intendendo, in questa fase storica, soprattutto i politici, dal momento che i militari sono, oggi, paradossalmente, molto, molto meno responsabili – se non quasi innocenti – rispetto alla Casta partitocratica) li conosciamo tutti grazie anche all’amica rete.

Oreste Grani


 

La rivolta dei santi maledetti è un saggio narrativo dello scrittore italiano Curzio Malaparte, pubblicato per la prima volta nel 1921 con il titolo Viva Caporetto! e sequestrato dalla censura, quindi ripubblicato nel 1923 come La rivolta dei santi maledetti e nuovamente sequestrato; venne pubblicato integralmente solo nel 1980, a cura dello storico Mario Isnenghi.

Il libro racconta, in modo del tutto anticonvenzionale e con intento decisamente provocatorio (a partire dal titolo, nel quale s’inneggia alla grande – e allora recente – vergogna nazionale della rotta di Caporetto) la storia del popolo in armi, cioè della partecipazione degli italiani “all’inutile strage”, cioè la prima guerra mondiale.

La tesi di Malaparte è che la catastrofe di Caporetto nasce dall’insipienza dei generali e dall’irresponsabilità della classe politica, e salva della nazione solo i “santi maledetti” (cioè gli umili soldati di fanteria) e quei giovani rappresentanti dei ceti medi che coi soldati hanno condiviso gli orrori e le sofferenze della guerra di trincea (gli ufficiali subalterni).

Nella rotta di Caporetto, Malaparte vede non la vigliaccheria dei soldati, ma l’incompetenza degli ufficiali superiori, e la ribellione della truppa a una guerra mal condotta, che fino a quel momento era costata la vita di 350.000 italiani. Caporetto è quindi, secondo Malaparte, da considerare come l’inizio di una rivoluzione italiana, simile a quella russa, che però si spense immediatamente a causa della mancanza di capi che la sapessero dirigere.

Nel libro, Malaparte fa capire che la vecchia classe dirigente andrebbe rimpiazzata proprio dalle giovani generazioni della borghesia, quei “buoni ufficiali delle trincee e dei reticolati, i francescani, i «pastori del popolo»”, che dopo la guerra aderiranno al fascismo, come d’altra parte farà lo stesso Malaparte.

Il libro è tra le più originali riflessioni socioculturali sulla prima guerra mondiale e sull’impatto che ebbe su una società, come quella italiana, ancora poco attrezzata culturalmente per affrontarla. La tecnica narrativa adottata da Malaparte, inoltre, è del tutto originale (qualcuno ha parlato del libro come di un “romanzo collettivo”), e in più pagine raggiunge una singolare intensità espressiva, facendo presagire il Malaparte delle opere maggiori.

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