Onde gravitazionali: Einstein, il gigante sulle spalle dei giganti, aveva ragione!

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Nel 2005, nella marginale ed ininfluente Kami Fabbrica di Idee (è il nostro “vizio” dare vita a luoghi mentali che non “contino nulla” nel momento che agiscono ma che si riservano di far emergere le proprie ragioni nel tempo), si decise di omaggiare il centenario di quando (1905) un oscuro impiegato dell’Ufficio Brevetti di Berna riscrisse le leggi della fisica durante il tempo libero. Stiamo parlando ovviamente del grandissimo Albert Einstein, per i cretini, anche ebreo. In quello che è passato alla storia come l’annus mirabilis, Einstein pose le basi per una ristrutturazione radicale della conoscenza del Mondo. Senza utilizzare matematica sofisticata o evidenze puramente sperimentali, Einstein presentò argomentazioni e conclusioni eleganti basate sull’intuizione fisica con le quali sconvolse la nostra visione dello spazio e del tempo, mostrò che la luce può essere allo stesso tempo onda e corpuscolo, e indicò la via per dimostrare la realtà degli atomi, che molti fisici dell’epoca ancora mettevano in discussione.

Per fare questo dovette spazzare via uno dei capisaldi della scienza ottocentesca: il concetto di etere. Per un ulteriore omaggio (se ce ne fosse bisogno) oggi riporto il testo della prefazione che Carlo Bernardini concesse al libro.

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Il libro era “Einstein 1905 Dall’etere ai quanti”, di Francoise Balibar, professore emerito di fisica all’Università Paris VII e studiosa tra le più autorevoli del pensiero di Einstein. Questo testo fu il decimo della collana, L’AMOURFOU, ideata e magistralmente diretta da un intellettuale (Angelo Mainardi) di assoluta maestria e raffinata conoscenza dell’animo umano che il maligno divenire delle cose mi hanno obbligato a “perdere”, come amico e consigliere prezioso, certamente – anche e soprattutto – per mia responsabilità e stanchezza che mi sopraffece in momenti che solo chi li ha vissuti sa oggi quanto allora fossero drammatici.

La traduzione fu di Luisa Bonolis che allegò una postfazione (1904, un anno prima di Einstein) che se avessi modo, ancora oggi, ripubblicherei integralmente. La cover del libro, elegantissima in bianco e nero, fu lavoro di Ariela Parracciani. La grafica dell’impaginato, impegnativo lavoro per le numerose formule presenti nel testo, fu di Daniela Lisi.

Nella copertina citata, che vi riproduco con una certa emozione e nostalgia per il tempo passato che non può tornare, si possono riconoscere, dall’alto e da sinistra: Einstein con Charlie Chaplin; con Ehrenfest, in un disegno di Marycke Kamerlingh; in un disegno caricaturale di Gamow; con Luigi Pirandello; la Torre Einstein dell’architetto Mendelsohn; infine con il matematico Enriques. Anche la copertina, nel suo piccolo, si rivelò un intelligente e gradevole mosaico di genialità tra loro in reciproca e saggia stima.

Altri tempi, in tutti i sensi, quelli di Albert Einstein.

Oreste Grani

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