Regeni era un agente di primo livello, parola di Gregoretti

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Può essere che l’interlocutore di Gregoretti lo stia prendendo in giro oppure che Gregoretti sia un millantatore.

Leggendo il post che riportiamo in fondo valuterete la qualità della fonte e l’indipendenza del giornalista. L’indipendenza è ciò che non consente a Sarzanini o a Bonini di dire ciò che tutti dicono e pensano, giacché è certo che i rispettivi editori non gradirebbero di trovarsi in urto con quanti esigono che l’Italia sia silente di fronte alla morte di un suo “agente di primo livello”.

Non è polemica, è constatazione.

Da notare il finale del post centrato sullo scontro per le nomine, mentre non ci piace l’accenno alla “zona grigia”.

La redazione

Giulio Regeni era un agente di primo livello. Potevano salvarlo. Ma non ci sono riusciti

Pubblicato il 14 febbraio 2016 da Marco Gregoretti in Misteri, Storie, Terrorismo

“Giulio Regeni era un agente di primo livello, non un semplice collaboratore”. La notizia mi fa sobbalzare sulla sedia. E approfondisco, con chi, ovviamente, me l’ha data con tutti i dettagli del caso. “Che la finissero di rompere il c…. Regeni non aveva una semplice collaborazione. La mia fonte mi aveva ben notiziato. Lei con il suo articolo che raccontava i rapporti tra l’agente ucciso e l’Aise, aveva toccato un nervo scoperto. Il generale Alberto Manenti (Direttore dell’Aise Ndr) è andato al Cairo. Ma quando mai un capo di un servizio si muove per qualcuno? La prima notizia che lei ha dato li ha messi in paranoia”… Il compito di Regeni era quello, con la scusa della ricerca, di raccogliere informazioni sulla situazione sociale e sugli umori della popolazione. Probabilmente aveva già un po’ di esperienza: contrariamente a quanto si continua a scrivere e a dire, non era un “ragazzo”. Aveva 28 anni: a 18 anni c’è chi entra in Accademia a Modena e a 22 diventa tenente. I capitani dell’esercito e dei carabinieri hanno 24, 25 anni. Commissario di Polizia si è promossi a 28. Insomma non avrebbe dovuto essere uno sprovveduto. Ma, evidentemente, non essendo un militare, si è spinto un po’ troppo in là, facendo realmente credere di essere un simpatizzante dell’opposizione. Parlava con tutti. Mi raccontano: “Sì, parlava con le vecchine che vendono nelle bancarelle, con i tassisti. Si informava di tutto. Chiedeva delle loro condizioni di vita, di come stavano economicamente, degli scioperi. E poi appuntava ogni cosa. Questo lo ha ucciso. Parlava con troppe persone, molte delle quali attenzionate dal regime.

Doveva incontrare gli ambulanti. Lo andarono a prendere. Ma non arrivò mai nella piazza. Non prese mai la metropolitana. Lo hanno tradito?”. L’allarme dei servizi era partito la notte del sequestro, il 25 gennaio, ma già prima che sparisse erano state fatte ispezioni a casa sua. Da parte di chi? Una fitta corrispondenza con l’Ambasciata mise in evidenza che era stata richiesta la ricerca di Regeni ai nostri servizi segreti al Cairo, i quali però ricevettero dagli apparati egiziani questa risposta: “Non abbiamo alcuna informazione”… Dopo quindici ore e mezzo fu inviata una nota ufficiale di allarme al governo. I passaggi di questo intrigo sono documentati. L’agente Regeni aveva un appuntamento con l’amico Gennaro Gervasio. Ma non è mai arrivato. E alle 20,30 Gervasio aveva già perso le tracce dell’amico. Dopo tre ore, alle 23,30, decise di chiamare l’ambasciatore Maurizio Massari, che conosceva e di cui aveva il numero di telefonino. Massari lanciò l’allarme e avvertì i servizi segreti italiani sul posto. La mattina dopo Massari tornò alla carica con la nostra intelligence: “Abbiamo compiuto verifiche, ma non abbiamo saputo nulla”. Alle 15 del 26 gennaio, mancavano ancora nove ore al termine stabilito dalla legge per poter effettuare una denuncia di scomparsa, l’Ambasciata italiana inviò una comunicazione ufficiale al ministero degli esteri egiziano e, in copia, al ministero dell’Interno e ai Servizi segreti egiziani chiedendo loro di attivarsi per il ritrovamento. A mezzanotte Gennaro Gervasio e un funzionario dell’Ambasciata sporsero una regolare denuncia al commissariato di Dokki (al-Doqqī è un distretto vicino al Cairo) per la scomparsa di Giulio Regeni. Una ricostruzione attendibile.
Ma restano ancora alcuni interrogativi. Quando Manenti è andato al Cairo? E perché? “È arrivato il primo febbraio ed è ripartito il tre. Era già in volo quando gli fu comunicata la notizia del ritrovamento del cadavere. Mi chiede perché sia andato in Egitto? Volevano recuperarlo vivo e si poteva fare”. Non è chiaro, però, come questo sarebbe potuto avvenire. È vero che, come risulta al blog, sul campo c’era e c’è una rete, peraltro con altri “Regeni” al suo interno, però la parola blitz suscita ironia: “Ma lei sta bestemmiando… Un blitz? E chi lo faceva? All’italiana l’avrebbero liberato. Pagando? Forse, ma non penso… Quelli hanno disarticolato i nostri servizi in un colpo solo, perché siamo il Paese di Pulcinella. I servizi egiziani si fanno grandi risate anche sulla vita privata dei nostri ministri. Tutto sanno…” In effetti il sapore della presa in giro c’era eccome: i nostri apparati di intelligence insistevano sul fatto che era stato arrestato un nostro cittadino e loro rispondevano di non saperne nulla. Poi hanno fatto trovare Regeni morto dando come prima versione quella dellì’incidente stradale, prendendoci ancora in giro. E, dopo un parossistico tira e molla politico, il ritrovamento del cadavere torturato e mutilato. Ai tempi dei tempi succedeva che i servizi segreti rispondevano colpo su colpo, poi, magari facevano lo scambio al check post Charlie…
Qui si apre un altro difficile capitolo: lo stato dei servizi segreti italiani. Siamo in prossimità dei rinnovi dei vertici e all’interno della nostra intelligence risulta che sia in atto una guerra furiosa, marcata per altro dal fatto che oramai Aise e Aisi sono poco più che esecutori di input di servizi segreti di altri Paesi. Volano, dunque, i dossier che possono finire con il mettere in difficoltà il governo, anche perché sullo sfondo c’è la decisione del Premier di affidare a una grande società esterna privata la gestione di tutta la partita della sicurezza informatica. “Questi servizi sono , sono… non mi faccia dire, guardi. Per fortuna che ancora oggi nei servizi segreti esiste una zona grigia”. Quale? “Quella di sempre”.
Marco Gregoretti

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