Cosa unisce Aurelio Voarino a Giovanni XXIII, Paolo VI e Papa Francesco? Nulla. O forse, no!

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Papa Francesco, dopo aver fatto (quasi) pace con il Patriarca degli Ortodossi, nella pre-scelta Cuba, si è spostato in Mexico dove ha fatto invece certamente pace, con gli Indios del Chiapas, dopo aver chiesto scusa per come i “cattolici” (e i loro discendenti) si sono comportati a suo tempo e ancora oggi, arrivando in quelle terre e imponendo fede e proprietà sulle genti e impadronendosi delle ricchezze locali. Come ho scritto, in tempi non sospetti, prima che l’Egitto si infiammasse e provasse l’orrore della dittatura di al-Sisi, un giorno auguro che “Pacem in Terris” arrivi (in tempo perché mi sia dato di vederlo) ad estendere il suo programma strategico fino ad Alessandria d’Egitto, terra dove, nel 415 d.C., Cirillo fece scarnificare viva Ipazia, filosofa, scienziata e donna di dialogo tra pagani, cristiani, ebrei, altri dando inizio a quell’oscurantismo che fino a Giovanni XXIII (lo dico da ignorantone di cose papali e di storia della Chiesa ma solo tifoso del papa buono e notoriamente “fratello”), papa più papa meno, pervase i millenni cattolici apostolici romani. Se il tour “Pacem in Terris” (ancora in essere) un giorno dovesse approvare ad Alessandria d’Egitto, certamente questo papa o un suo successore chiederà perdono per quel martirio imposto a quella donna, la più innocente di tutti.

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Questo complesso cammino della Chiesa/Santa Sede/Stato Vaticano, con i tempi tipici di chi deve indirizzare milioni di fedeli e porsi il problema dei rapporti, con l’Italia da quando è esistita, con l’Europa da quando è apparsa nella sua attuale forma amebica e col mondo conosciuto, comincia con Paolo VI, dopo la stagione difficile da valutare (per un non addetto ai lavori quale sono) di Pio XII e della Seconda guerra mondiale provocata dai nazisti, seguiti a ruota da tutti i fascismi del Pianeta e che vide, non certamente disgiunte, luci ed ombre “cattoliche” nella vicenda delle leggi razziali e della caccia agli ebrei. Soprattutto della fase in cui, in Vaticano, in molti si adoperano, dopo il ’45, per salvare criminali tedeschi e consentire loro di sottrarsi alla necessaria punizione.

Comunque, con Giovanni XXIII e Paolo VI, anche un ignorantone come me, vede che si cambia pagina e che i due padri del Concilio Vaticano II  aprono la Chiesa al mondo. Soprattutto perché entrambi – in sinergica continuità – ebbero la capacità di offrire ai governi e ai membri della Famiglia Umana (questa sì sacra e cara ad entrambi ma anche e soprattutto a Papa Francesco più che quella fatta da quelli o quegli altri in una  imbarazzante competizione degna degli spesso inutili bollini blu e certificazioni di tutti i tipi) un metodo per superare i contrasti.

Questo metodo, a mio marginalissimo e ininfluente giudizio, esordisce con la crisi di Cuba (ecco il ritorno in questi giorni!) e con l’appello alla Pace lanciato il 25 ottobre 1962, da Radio Vaticana, all’Unione Sovietica e agli Stati Uniti.  Incoraggiato dagli esiti più che positivi di quell’appello durante la crisi dei missili e con il Mondo a due centimetri dalle terza e definitiva Guerra Mondiale, il Papa Buono che in molti storicamente considerano a suo tempo dialogante con i mondo massonico, decise di scrivere e pubblicare l’Enciclica “Pacem in Terris”  per dare a tutti un metodo per risolvere, con il dialogo, ogni controversia,  convinto che ” in ogni essere umano non si spegne mai l’esigenza, congenita nella sua natura, di spezzare gli schemi dell’errore per aprirsi alla conoscenza della verità”.

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Di qui la geniale distinzione tra l’errore e l’errante, per affermare che i movimenti storici, pur ispirandosi a dottrine che una volta definite rimangono sempre le stesse, sono portati a mutare, anche profondamente, per rispondere ai bisogni delle situazioni storiche in cui operano.

Un metodo che è rimasto tuttora valido perché incontri e intese di ordine pratico tra forze diverse, non possibili oggi, lo possano diventare domani.

Che si tratti di Russi contro Americani a Cuba, nel drammatico ’62 o, lo dico io, più semplicemente (apparentemente), la guerra pubblica/privata tra il Presidente Nazarbayev e il “figlioccio delinquente” (da augurarsi prodigo secondo gli insegnamenti evangelici) Ablyazov. Il solo metodo possibile è quello del dia-logo e di agire ogni volta che sia possibile perché scoppi la Pace tra gli umani.

Milioni di persone contrapposte o due, come nel caso Nazarbayev-Ablyazov, non deve fare differenza.

A questo punto del post, anche l’ultimo dei più distratti fra i miei lettori penso abbia capito che mi riferisco a qualcosa di preciso quando introduco, a freddo, la questione irrisolta kazaka, affiancandola alla storia vaticana e al ruolo di mediazione della nomenclatura della Chiesa.

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Ma, come è rituale dire, su questa storia kazako-vaticana tornerò non appena lo riterrò opportuno soprattutto per dare doveroso e trasparente seguito alla narrazione incominciata intorno alla figura di Aurelio Voarino e al dialogo culturale, tra l’Italia e il Kazakhstan che ho solo cominciato, con la dovuta prudenza e rispetto, a narrare nei post Perché (e per quanto) un oscuro travet torinese dava la caccia al super latitante Ablyazov?Chi è il torinese Aurelio Voarino e perché si interessava della sorte del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov?,  Occhi elettronici in Kazaksthan si sono accorti del post “Chi è il torinese Aurelio Voarino e perché si interessava della sorte del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov?”,  Aurelio Voarino (e non solo) al centro di una vicenda italo-kazaka . Tornando alla Chiesa/Vaticano e al suo ruolo di soggetto mediatore e risolutore di cose complesse (questo, preminentemente grazie alla statura culturale dei suoi esponenti) va ricordato quanto Paolo VI, nel diverso ordine mondiale che si andava delineando in quegli anni post bellici ma connotati da continui focolai di guerre, decise di recarsi all’ONU, il 4 ottobre 1965, per affermare di fronte ai membri di quella assemblea: “Voi avete davanti un uomo come voi, e fra voi che siete i rappresentanti di Stati sovrani,il rappresentante di uno dei più piccoli, rivestito lui pure, se così vi piace considerarci, di una minuscola, quasi simbolica sovranità temporale, quanto gli basta per essere libero di esercitare la sua missione spirituale. Non abbiamo nessuna cosa da chiedere, nessuna questione da sollevare; semmai un desiderio di esprimere e un permesso da chiedervi, quello di potervi servire con umiltà e amore“.

Veniva così, in quello storico “4 ottobre” (guarda caso festa in Italia e nel mondo del Santo dei Santi, Francesco d’Assisi, gigante intuitore, con preveggenza secolare, di quanto oggi è al centro degli affanni di chiunque sia illuminato e voglia operare perché il bello prevalga a cominciare dall’amore e il rispetto per sorella acqua e di tutti gli esseri viventi, nessuno escluso o lasciato indietro), presentata (ma non realizzata, compito che oggi è affidato a Papa Francesco che piace per la sua concretezza e che viene più facilmente capito dalle genti grazie alle scelte di comunicazione intelligente che sa abilmente interpretare) una Chiesa completamente rinnovata (torno a dire che i tempi oltretevere sono altri rispetto alle nostre frette quotidiane spesso maldestre perché spinte dalla cupidigia per cose e per emozioni) nei suoi rapporti con gli Stati, con le organizzazioni sociali e culturali internazionali e, soprattutto, con i popoli.

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A chi altro avremmo dovuto pensare se non alla Chiesa di Roma quando cercammo di individuare un mediatore (trovato autorevolissimo) per mettere pace tra il Presidente del Kazakhstan, paese che per le volontà proprio di Nazarbayev era da anni impegnato, anche con attività congressistiche, nel dialogo interreligioso e a favorire la convivenza tra centinaia di etnie diverse che vanno a comporre il giovane/antico popolo kazako, e il “mascalzone” (ma non lo era anche il “figliol prodigo”?) Ablyazov?

Così pensarono, saggiamente e costruttivamente, quelli che (vedremo un giorno vicino, chi fossero gli altri oltre e più di me) si adoperarono, in assoluto spirito di servizio, in quella intricata vicenda internazionale, cominciata, nella versione ambientata in Italia, con il Caso Shalabayeva e maldestramente portata avanti dalle nostre autorità preposte, con la debita eccezione dei cinque giovanissimi (per recente elezione al Parlamento) esponenti del M5S che, con intuizione felice, coraggio e insospettabili abilità diplomatiche, seppero supplire alla vergognosa illegittima attività, esclusivamente poliziesca (per di più maldestra), dei nostri “non diplomatici”.

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Quando la Chiesa Cattolica istituì il 12 marzo del 2000, la “Giornata del Perdono” cominciò il percorso intelligente per ricomporre il contrasto tra Vangelo e cultura del mondo contemporaneo, chiedendo autocriticamente perdono per i comportamenti sbagliati di tanti uomini di Chiesa nei confronti di quanti venivano considerati “eretici”. In quel momento si è aperta la prospettiva strategica per l’Umanità che non è quella di farsi cristiana, buddista, maomettana, ebrea o, semplicemente quella di mantenere le tradizioni pagane ma quella di affidarsi alla intelligenza superiore dell’Uomo (che, a prescindere da ogni credo, non si può non ammettere che esista) che spinge alla Ragione che è amica della Fraternità, dell’Uguaglianza e della Libertà obbligata di scegliere, come bene supremo, la Pace.

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A chi altri, se non a uomini di Chiesa, ci saremmo dovuti rivolgere per provare a far perdonare, in Patria, Ablyazov invece che a frimanere indifferenti a vederlo imprigionare con crudeltà? Prigioni dove, qualche volta, per disperazione, si può anche decidere il più grave degli atti autolesionistici. Così non volevamo che accadesse e perché ciò non potesse accadere, abbiamo operato. A prescindere da quanto, viceversa,  desiderava Aurelio Voarino, il sabotatore.

Oreste Grani

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