Perché il M5S accoglie tra le sue fila il negazionista Antonio Caracciolo?

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Il dott. Caracciolo Antonio da Seminara, filosofo del nulla

Tanti anni fa Pierre Vidal-Naquet sostenne una triste battaglia per riuscire a convincere Noam Chomsky dell’errore di avere scritto una prefazione a un libro del negazionista Robert Faurisson… altri tempi, altri giganti.

I negazionisti, ovvero quanti negano l’esistenza di un piano di sterminio di milioni di individui (ebrei, zingari, comunisti, omosessuali, handicappati, testimoni di Geova ecc ecc) per mezzo di fucilazioni di massa o tramite l’utilizzo di camere a gas pensano di essere molto furbi e intelligenti.

Questi soggetti, invece, si rivelano per ciò che sono, menti deboli con gravi disturbi nello sviluppo della personalità (è qui la radice dell’odio per l’altro, altro che metafisica o ideologia o educazione). Purtroppo scrivono, discutono, girano indisturbati facendosi scudo di quei diritti che odiano, innanzitutto il diritto a esprimersi liberamente.

I Caracciolo Antonio non credono a ciò che scrivono, in quella tipica doppiezza dell’individuo incapace di relazionarsi all’altro, soprattutto se più più colto e percepito come “superiore” fosse anche solo per essere riuscito ad accettare la propria omosessualità…

Il negazionista, ritenendosi intelligente, è prigioniero di quegli schemi dialettici che gli adolescenti abbandonano presto, rendendosi conto che non di fa molta strada a giocare con le parole. E infatti i negazionisti restano fermi immobili, prigionieri di una condizione mentale dolorosa e sdoppiata.

Il massimo risultato che ottengono è quello di “tirare” dalla loro parte qualcuna delle loro “vittime”, citando senza capirlo uno Spinoza, o appellandosi all’amicizia di qualche studioso eccentrico.

I Caracciolo sono dei poveracci senza arte né parte, “scoregge nell’universo” avrebbe detto Bossi e lo disse di un Miglio, che rispetto al Caracciolo è Hegel, fastidiosi perché ci rammentano che la selezione della classe intellettuale nel nostro Paese consente loro di rubare degli stipendi, per anni, lasciando a migliaia di giovani l’unica alternativa possibile: emigrare.

Sono contento che D.C. abbia segnalato questo soggetto a chi ci sta vicino ed è iscritto al M5S e posso dire che a nostra volta abbiamo proceduto a segnalarlo “a chi di dovere”.

Come saggio del “pensiero” del Caracciolo riporto un “pezzetto” tratto da un blog che cura, immaginando, cari lettori, che una semplice annusata vi sia sufficiente per capire davanti a che tipo di sostanza vi troviate.

Una risposta alla domanda del titolo non è semplice, ma escludo che il negazionismo sia alla radice del pensiero del M5S – leggete il programma e ditemi se trovate toni da Mein Kampf. Il fatto è che la natura di un movimento di opposizione alla partitocrazia tende a imbarcare di tutto e di più, salvo non lasciare spazio di crescita a chi voglia tentare di cavalcarlo, e questo è un pregio, che diventa difetto quando non si riesca a cogliere il valore dei doni che si portano.

Dionisia

P.S. È tipico dei poveracci impotenti scrivere fiumi di parole inutili.

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Antonio Caracciolo

Slomo [sic] Venezia in “grande emozione” fra Veltroni e Gattegna. Cronaca della manifestazione capitolina e riflessioni in margine al libro ed al suo successo

Ho ritardato di un giorno la mia partenza per fruire di una grande occasione di conoscenza, cioè «La verità sulle camere a gas», che sarebbe stata offerta oggi alle 18 nella Sala della Protomoteca al Campidoglio, presente il sindaco Walter Veltroni ed il capo degli ebrei italiani Renzo Gattegna nonché tutta la comunità ebraica romana che abita proprio a quattro passo nel Ghetto adiacente. Tra il pubblico ho riconosciuto Pacifici mentre batteva le sue cinquine. Forse il senso più vero della manifestazione è stato dato da una persona del pubblico accanto a me, che mi ero piazzato in quarta fila, cioè la prima fila di sedie non riservate. Questa persona diceva ad un’altra che era stata una “grande emozione” ed io mi sono subito associato, confermandogli che anche io ritenevo fosse stata una “grande emozione”. Ma niente di più. E per giunta una “grande emozione” solo per chi era andato lì con l’intento di emozionarsi, ascoltando un martire vivente, tal Shlomo Venezia che ha avuto certamente la grande disgrazia di essere stato in Auschwitz, dove avrebbe fatto parte del “Sonderkommando”, cioè di quei gruppi di prigionieri che dovevano occuparsi dei cadaveri di altri prigionieri, tirati fuori – si suppone – dalle camere a gas ancora fumanti.

Non ero e non sono prevenuto nei confronti della “verità”, quale che essa sia. Avrei voluto finalmente sentirla questa verità e per tutto il tempo sono stato con le orecchie tese. Non ho però sentito altro che discorsi volti a suscitare “emozione”. Veltroni è riuscito ad essere banale per ognuno dei cinque “livelli” di conoscenza da lui epistemologicamente individuati. Ma da quel furbastro che è a lui interessano più che altro i voti degli ebrei romani: non è da lui che si può certo attingere la Verità. Non saprei dire se la lobby romana abbia lo stesso potere e la stessa influenza della Israel lobby statunitense. Quel che è certo è che Veltroni ha stabilito un contatto organico con questa comunità a tutto discapito degli altri cittadini che neppure si accorgono di essere defraudati nelle loro libertà e nel loro diritto ad una memoria storica non adulterata. Sul libro non è stato detto nulla che da un punto di vista scientifico incoraggi a leggerlo. Anzi, sotto questo riguardo suona sospetta l’ammissione che a scriverlo siano stati in “tanti”. Forse Shlomo Venezia lo ha solo firmato. Naturalmente, acquisterò e leggerò il libro, ma temo che sarà una perdita di tempo [vedi ora la recensione di Mattogno, che già si era occupato una prima del personaggio], almeno per chi va alla ricerca di una “verità” e non semplicemente di una “grande emozione”.

A provare questa “grande emozione” ogni anno il sindaco Veltroni – credo con i soldi dei contribuenti – porta 300 studenti a visitare Auschwitz. Ne traggono certamente grande edificazione morale e gioia dello spirito altamente utile per la loro formazione. Si parla sempre più spesso nella letteratura scientifica di una religio holocaustica. In effetti, questa sera al Campidoglio sembrava di trovarsi alla celebrazione di una cerimonia religiosa, dove si sono pronunciate condanne per i non credenti, additati alla pubblica esecrazione negli storici revisionisti e negazionisti. È stato forse questo il solo momento di lucidità da parte degli oratori, avendo loro ben compreso da quale parte possono venire le critiche dissacranti. Veltroni ha pure associato il cosiddetto negazionismo – termine che solo loro usano, ma non i diretti interessati per definire se stessi – alla “barbarie”. Deve temersi che il nostro Veltroni, appena succeduto a Prodi, regalerà a Shlomo una bella legge liberticida come quella già vigente in altri paesi. Basterà contraddire il martire vivente Shlomo per trovarsi in galera. Dove stia la barbarie, se nel “negazionismo” o nella galera inflitta a chi scrive qualche libro senza imprimatur gattegnano, resta un punto di vista.

Saranno gli storici a valutare la “testimonianza” di Shlomo Venezia, ma a me è parso che negli stessi discorsi degli oratori sia stata sempre presente e forse voluta un’ambiguità di fondo. Nessuna distinzione è stata fatta fra la realtà della discriminazione e della persecuzione degli ebrei, che nessuna “nega”, e la specifica realtà dello “sterminio” che è cosa storicamente distinta ed è ciò su cui propriamente dibattono gli storici revisionisti, per nulla “negazionisti” sulla realtà dei campi di prigionia. Ho già detto che a mio avviso il “negazionismo” è una pura invenzione di quanti hanno inteso coniare una formula a scopo di mera diffamazione, denigrazione, delazione. La “grande emozione” è ciò che impedisce ad arte di tenere distinti i due aspetti. Ma è anche vero che il nostro tempo di “grandi emozioni” ne può distribuire quante se ne vogliono e di ogni genere. Ognuno si sceglie le sue “grandi emozioni”. Ognuno ha diritto alle sue “grandi emozioni”. I guai incominciano quando si pretende d’imporre ad altri le proprie “grandi emozioni”. Ed è esattamente ciò che si è tentato di fare in Campidoglio con il concorso del sindaco Veltroni, che scalda i suoi muscoli ed i suoi motori per le prossime campagne elettorali.

* * *

Ho comprato il libro. Avendolo comprato, tocca leggerlo, con pazienza e pena infinita. Il libro è preceduto da una prevedibile ed immancabile Prefazione di Walter Veltroni, che per la sua carriera politica fa molto affidamento sull’elettorato ebraico. Mi riescono chiari i passaggi che lo hanno portato a conferire la massima onorificenza comunale al Foxman, presidente di quella ADL che l’ebreo dissidente Chomsky ha definito un centro permanente di diffamazione. Ho già detto che per la mia quota infinitesimale di cittadino romano quell’onorificenza non ha la benché minima giustificazione, se non l’interesse politico dello stesso Veltroni. Ma veniamo al libro di Slomo Venezia, redatto con la collaborazione del centro ebraico di documentazione, secondo quanto ho potuto ascoltare nel corso della presentazione, dove si è parlato di una “collaborazione” che è già un’ammissione di non autenticità ed una manipolazione confessa. Dalla Prefazione di Veltroni si apprendere di «studenti che partecipano ai “Viaggi della memoria” organizzati dal Comune di Roma assieme alla Comunità ebraica nei campi di sterminio», la cui esistenza è posta in dubbio dal revisionismo storico, una corrente di pensiero che anche sulla storia della nostra gloriosa Resistenza incomincia a far vedere a quanti non vogliono restare con gli occhi bendati come la realtà storica sia fatta di luci e di ombre, dove spesso le tenebri con il loro carico di menzogna prevalgono sulla luce e sulla verità. Per Veltroni si tratta di un “libro bellissimo”: de gustibus ne disputandum est. Per me si annuncia già nelle sue prime pagine come un libro bruttissimo e macabro, che certamente come docente non farei rientrare in un programma educativo per quegli studenti (maggiorenni, liberi e vaccinati) che volessero seguire i miei corsi di filosofia, magari sui viali dell’università, a lezione accademica finita. Avverto ancora che se riuscirò a giungere nella lettura del libro fino alla sua ultima pagina il mio intento non sarà quello di verificare il libro sul piano strettamente storico – compito che lascio agli storici cui compete –, ma di analizzare i giudizi di valore e la filosofia che sempre dietro ogni scritto traspare, essendone o meno consapevole gli autori. Per il resto la profondità filosofica di Veltroni è tutta racchiusa in frasi come la seguente, che lasciano senza fiato e si sottraggono ad ogni possibilità di commento esegetico nella loro banale insignificanza: «La forza del ricordo è una forza benefica e allo stesso tempo disperata» (p. 6). Bah! Per me è troppo profondo!

Fatto salvo il rispetto per l’anagrafe familiare di Slomo, che si legge in una dedica che francamente considerato il tema io avrei evitato, ma ormai viviamo in tempi di reality show, si legge nell’Avvertenza all’edizione italiana di una vasta collaborazione nella preparazione del testo. Ed è ciò che mi fa dubitare dell’autenticità di una testimonianza – di questo si tratta – così manipolata. All’origine vi sarebbe una lunga intervista a Béatrice Pasquier raccolta a Roma tra il 13 aprile e il 21 maggio 2006, vale a dire ad oltre 60 anni dagli eventi. Ho personale esperienza di come già dopo pochi anni i ricordi si appannino e non posso dubitare che la “forza del ricordo” sia stata in questo caso stimolata ed aiutata dai numerosi soggetti candidamente menzionati nell’Avvertenza e nel corso della Presentazione capitolina. Prevedo che le mie impressioni sul libro non piaceranno a quanti nella sala capitolino hanno vissuto la “grande emozione”. Io però il libro l’ho comprato – senza quello sconto che avrei potuto avere in una libreria che mi era stata indicata da una Signora – e lo commento ed interpreto come mi pare. È un mio diritto che ho pagato euro 17,50.

In esordio Shomo ci informa della sua genealogia, per la quale probabilmente sarà stato aiutato da Beatrice. Per i comuni mortali, ossia che non hanno titoli nobiliari e non dispongono di platee di famiglia, se tutto va bene ed i documenti parrocchiali non presentano lacune non è possibile risalire nella costruzione del proprio albero genealogico ad oltre il XVII secolo. Shlomo sa che la sua famiglia si trovava in Spagna già nel XV secolo. Beato lui che dispone di così accurati archivi! Il fatto è comunque estraneo all’interesse specifico del libro, che è la “verità sulle camere a gas”, secondo quanto era stato promesso nella locandina della Presentazione. Ed è a questa sola questione che è rivolta la mia lettura sequenziale del libro. Con tutto il dovuto rispetto per Shlomo rilevo che già il mondo attuale è popolato da sei miliardi di persone, senza contare le esistenze di quanti ci hanno preceduto dagli albori dell’umanità fino ad oggi. Non vedo perché l’esistenza di Shlomo posso essere oggetto di un particolare interesse se non per la promessa di verità che ci è stata fatta. Tralascio dunque nella mia lettura tutti i dati biografico-genealogici non pertinenti all’oggetto.

A pagina 19 si parla di “vero volto” e “vera natura” del fascismo, lasciando intendere un’assoluta negatività. Nella stessa pagina però Shlomo racconta di aver frequentato le scuole italiane di Salonicco, dove poteva godere “tutto gratuitamente” di vantaggi che né nelle scuole ebraiche né in altre scuole avrebbe mai goduto:
«Sui circa sessantamila ebrei della città, noi di origine italiana saremo stati, al massimo, trecento. Ed eravamo gli unici a mandare i figli alla scuola italiana. Rispetto agli altri, che andavano alla scuola ebraica, godevano di alcuni vantaggi: ricevevamo tutto gratuitamente, ci regalamo i libri, mangiavamo alla mensa, ci distribuivano dell’olio di fegato di merluzzo… Indossavamo delle uniformi molto belle, con disegni di aerei per i ragazzi e di rondini per le ragazze. A quei tempi i fascisti volevano dare alla prosperità italiana. Era solo propaganda all’estero, ma noi ne approfittavamo…» [il corsivo è nostro].
E noi vi è dubbio che le comunità ebraiche, ieri come oggi, sanno ben approfittare delle situazioni sotto qualsiasi regime: di Mussolini ieri, di Veltroni oggi. Esiste una bibliografia al riguardo che però non intendo dare per prevedibili reazioni. Era questa la verità promessa?

A pagina 22 sembra evidente un’inquinamento moderno nella memoria di Shlomo Venezia. Si legge infatti con riferimento alla Salonicco degli anni trenta:
«Nei cinema venivano proiettati dei film che favorivano l’antisemitismo in cui si raccontava che gli ebrei uccidevano i bambini cristiani e, con il loro sangue, preparavano il pane azzimo. Era il periodo più difficile, anche se non mi ricordo di degenerazioni violente. La difficoltà di essere ebrei veniva sentita invece quando cambiava il governo [quello greco?] e gli ebrei potevano essere più facilmente vittime di ingiustizie. Ma eravamo così distanti dalle faccende del mondo… Pochi di noi sapevano cosa stava succedendo in Germania e fino alla fine, del resto, nessuno avrebbe potuto immaginarlo…».
In compenso, oggi ottobre 2007, con l’aiuto del centro di documentazione ebraica in nostro Slomo può immaginarlo. Sembra evidente l’allusione al libro di Ariel Toaff sulle «Pasque di sangue», che dopo una forte reazione della comunità ebraica, è stato addirittura ritirato dal commercio su richiesta dello stesso autore. Se si tratta di un libro di memorie, è però una memoria fabbricata nell’ottobre 2007.

A pagina 27 delle sue Memorie Shlomo ci fa sapere che già in gioventù era un ladro ed uno speculatore, più o meno accorto:
«In un’altra occasione fui più fortunato. Trovai un forno dove riuscii a recuperare [sic] delle gallette che cominciai a vendere. Tutti volevano comperarmele e tornai al magazzino per prenderne altre; nel frattempo, però, qualcuno aveva sbarrato l’accesso. Tuttavia riuscii a scovare un’apertura da cui potevo passare: presi tutto quello che potevo e me ne tornai a casa, con le gallette e con i soldi».
Non saremo certo noi a fare gli ipermoralisti e vogliamo concedere tutte le attenuanti. A chi ruba spinto dalla fame non gli si può dare del ladro: gli si può concedere la discriminante dello stato di necessità. Ma perché dopo aver rubato la gallette, ripetutamente rubato, il nostro Shlomo pensò di vendere ciò che non gli apparteneva? Avrebbe potuto concederlo “gratuitamente” ad altri affamati in tempi di carestia. In genere, il carattere morale si forma in gioventù e si consolida negli anni maturi. In attesa della verità promessa come possiamo fidarci del nostro eroe? Sarebbe questa la “grande emozione” trasmessa al pubblico capitolino Veltroni compreso? Sarebbero questi gli alti insegnamenti morali impartiti alle scolaresche precettate in sala e spediti annualmente ad Auschwitz in viaggio d’istruzione a spese del Comune? Quale apertura di credito possiamo aprirgli dopo che un altro ebreo, ben diverso da Shlomo Venezia, la cui padronanza della lingua italiana è già dubbia, ha scritto un libro dal titolo eloquente: “L’industria dell’Olocausto”? A distanza di oltre 60 anni il ladro sembrava vantarsi dei suoi furti tanto da scriverne o farsene scrivere in un libro e non è neppure sfiorato dal problema morale. Probabilmente, sarà una risorsa della superiore moralità ebraica.

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