Per sapere chi mente nel Caso Regeni e cosa invece sia “autentico” rivolgetevi a Sgarbi piuttosto che credere ai falsari di Stato

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Quindi non è stata una delle polizie segrete di Al-Sisi (che esistono e che sarebbe dignitoso da parte dei nostri giornalisti non cominciare a far credere che siano frequentate da delle mammolette) a massacrare Giulio Regeni ma un fantomatico Servizio segreto dei Fratelli Musulmani per mettere zizzania tra l’Italietta di quel gigante di Matteo Renzi (troppo amico del generale) e il faraone di turno che tiranneggia l’Egitto. Figurarsi se mi possono essere simpatici quei vecchi mascalzoni dei “Fratelli mussulmani” ma a noi di queste disinformazioni (almeno quando non avvengono in casa nostra dove tutti i giorni ci dobbiamo sorbire di tutto compreso i soliti già visti asini volanti) non ce ne deve importare nulla.

Ci devono consegnare i responsabili e non devono essere altri da quelli che hanno realmente ucciso Regeni.

Cosa voglia dire quanto dico non è cosa da poco. Infatti mantenere una capacità investigativa in un territorio solo formalmente collaborativo ma in realtà più che ostile, frequentato inoltre come è il Cairo da migliaia di agenti segreti (non operatori di Intelligence culturale quale era Giulio Regeni) è cosa che necessita di altissima motivazione e di professionalità che non abbiamo certezza oggi siano nelle corde delle nostre agenzie. In un mondo in cui Lech Walesa viene accusato (con prove) di aver collaborato con il KGB, potete capire come sia difficile (se non impossibile) uscire con una soluzione dalla formula/labirintica che vi suggeriamo da tempo: notizia vera, falsa o autentica. Proviamo a riportare il suggerimento di Umberto Eco che a suo tempo pubblicammo, continuando a ribadire che di strumenti culturali si tratta quando ci si trova in meccanismi investigativi tanto complessi.

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Che siano quindi oggetti d’arte o “informazioni inerenti un delitto politico”  (certamente questo di Regeni lo è) si fraintende la falsificazione ove si creda di poterne trattare da un punto di vista prammatico, come storia dei metodi di fabbricazione dei falsi (se qualcuno comincia a dire che sono stati quelli o quegli altri ed a dirlo è viceversa qualcuno tra i possibili sospettati del delitto, dovete ipotizzare che sia lui il falsario costruttore dell’oggetto falso cioè quanto si prepara a dirvi), invece che il partire dal giudizio di falso. Per intendersi, più che chiamare in ogni momento televisivo (ma chi li spinge?) quei tipi inaffidabili (non dimenticate le cappellate prese in prossimità della caduta di Gheddafi, Ben Ali, Mubarak) dell’ISPI, sarebbe più opportuno invitare Vittorio Sgarbi (o se fossero vivi Cesare Brandi o Federico Zeri) per analizzare, valutare, stimare questi oggetti informativi (sono stati i Fratelli Mussulmani e altre affermazioni del genere) e la loro autenticità.

Ciò che risulterà subito esplicito se si pone mente che “il falso non è falso finché non viene riconosciuto come tale” diceva Brandi, non potendosi infatti considerare la falsità come una proprietà inerente all’oggetto o in questo caso all’informazione; giacché, anche nel caso che caso limite in cui il sistema materiale, come per le monete la falsità risulta comparativamente alla lega che compone le monete autentiche, ma la diversa lega in se non è falsa, ma genuina. Sicché, come nel caso in oggetto, non è che non esistano i Fratelli mussulmani che avrebbero potuto ordire un tale crudele disegno fuorviante o che non ci siano spietati torturatori sulla piazza del Cairo di questo o di quell’altro schieramento ma la ricerca della verità non è data dalla soluzione in un tale groviglio di “falsità e di verità” (che è impossibile come dimostrano mille casi di casa nostra a cominciare da Piazza Fontana fino alla morte di falcone e Borsellino) ma da un giudizio di autenticità. Pertanto, direbbe Cesare Brandi, la falsità (di un informazione aggiungiamo noi) si basa sul giudizio e quindi – continuiamo noi – dalla statura scientifica e dall’esperienza culturale di chi esprime il giudizio. Temo che dalle nostre parti (Sicurezza nazionale e affini) ormai di “Cesare Brandi” o di “Federico Zeri”, ne siano rimasti ben pochi. Proviamo con Sgarbi che potrebbe, solo apparentemente, paradossalmente, essere più lui che vi chiarisce chi “autenticamente” potrebbe essere è l’autore del massacro del nostro intelligente e onesto investigatore del possibile. Sgarbi come un vero investigatore di fatti complessi come la storia dell’arte contempla. Affidarsi a trombette nostrane o alle veline volute da Al-Sisi o da Matteo Renzi non mi sembra dignitoso ne tantomeno onesto nei confronti della morte inferta in modo strazziante a Giulio Regeni. Fino a prova contraria, un nostro compatriota.

Oreste Grani