È finito il tempo del Verde, che protegge il Giallo che a sua volta cela il Rosso?

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Finalmente Matteo Renzi, evidente autorizzato/consigliato da “qualcuno”, ha pronunciato il nome di Giulio Regeni. Da quel momento in poi, come si suol dire, il pizzo delle mutande degli sgherri di al-Sisi ha cominciato a tremare, rivelando un evidente stato di preoccupazione per quanto fatto al nostro compatriota. Pare vero!

“È in gioco la dignità dell’Italia”, dice il per bene e turbato ministro Gentiloni.

Come vi abbiamo detto – sin dalle prime ore di questa vicenda – il Ministro degli Esteri (il numero 2 del Governo), ci è sembrato particolarmente colpito, politicamente e umanamente, da questa sporca storia dello scempio fatto del nostro compatriota, Giulio Regeni.

Gentiloni sembra sapere cose che sfuggono a molti cazzoni che viceversa, sentendosi depositari di verità e chiavi interpretative, si aggirano, nel già stanco e vilipeso Paese, affilando pugnali e intingendo, nel curaro, punte di sottili frecce da cerbottana.

Come sapete, nei giorni scorsi è stato interrogato dal COPASIR, presieduto dal secessionista Stucchi (per me, un leghista è certamente un anti italiano secessionista) il direttore dell’AISE, Alberto Manenti, giovane cresciuto in una famiglia proveniente dall’Africa, negli anni in cui molti italiani, per i più diversi motivi, tornavano a casa da quelle terre.

Manenti si deve essere fatto qualche nemico di troppo da quando, ancor giovane e residente con la famiglia a Velletri, uscito dall’Accademia di Modena, passo dopo passo, ha fatto carriera negli uffici del Servizio Segreto Militare (prima SID, poi SISMI e oggi, come detto, AISE) fino a divenirne il vertice, altrimenti, in frangenti tanto gravi come l’annientamento crudele del nostro compatriota, non sarebbe stato lui il primo degli obiettivi degli strali di chi addirittura lo indica, sfrontatamente e senza pagare apparentemente pegno, “al soldo” degli Inglesi.

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Ma a voi sembra normale che, in presenza di un omicidio efferato come quello di cui abbiamo notizia, qualcuno apostrofi il Direttore dell’AISE, dandogli del traditore doppiogiochista, e non succeda niente?

A che Paese apparteniamo se mezza frase sul destino di Francesco Totti, da giorni, tiene con il fiato sospeso trequarti di Roma (l’altro quarto è laziale) e se uno dice (anzi, scrive) che uno dei capi dei Servizi Segreti (il più importante, in questo drammatico frangente) è un agente inglese, non succede nulla?

Se fosse stato vivo Francesco Cossiga, simpatico o antipatico che vi fosse, ne avreste visto delle belle. Invece, nulla.

Eppure Felice Casson, oggi al COPASIR per conto del PD, è lo stesso che il 10 ottobre del 1991, 25 anni addietro (ma questi sono tutti degli Highlander?), in veste di Giudice Istruttore, dichiarò la propria incompetenza per ragioni di territorio nella complessissima fase istruttoria della vicenda giudiziaria con al centro la questione della legittimità o meno di Gladio e ordinò la trasmissione di copia degli atti concernenti la posizione processuale di Martini Fulvio e di Inzerilli Paolo accusati di quasi tutti gli articoli componenti il Codice Penale ma soprattutto accusandoli di aver commissionato atti diretti a menomare l’indipendenza dello Stato e alla falsificazione e sottrazione di documenti concernenti la sicurezza dello Stato, in relazione alla usurpazione del potere politico da parte dei responsabili della creazione e della gestione di Gladio soprattutto, e qui veniamo al cuore della vicenda a cui, per analogia con l’oggi, siamo interessati, in relazione al “reclutamento di cittadini senza approvazione del Governo”.

Casson dovrebbe sapere che se un cittadino opera in un settore delicatissimo come la raccolta di informazioni in un Paese ad altissimo rischio come non può non essere considerato l’amico Egitto, senza che il vero responsabile dei Servizi Segreti (il Premier Matteo Renzi) ne sia informato o al momento opportuno ne venga reso edotto dal Direttore del servizio stesso, non è una cosa da poco.  Mentire su questa materia innesca una filiera di menzogne che si configurano come attività illegittime ai danni della Repubblica e ogni volta, per non finire male, bisogna evocare il Segreto di Stato. Il silenzio prudente di Renzi potrebbe essere di questa natura: voleva sapere, con relativa certezza, chi fosse Giulio Regeni prima di parlare in veste di premier per non trovarsi – successivamente – a menzogna detta, davanti ad un super rospo avvelenato da ingoiare. Solo così si può spiegare un tale prolungato silenzio. Potrebbe anche essere che, visto il tipo, abbia ritenuto giusto chiedere ad Alberto Manenti se corrispondessero al vero le voci immesse nel web (per Renzi il web e Dio sono la stessa cosa) sulla sua appartenenza ad un altro Servizio Segreto rispetto a quello (il nostro) da cui viene regolarmente stipendiato.

Per Renzi che a sua volta risponde agli amici di Micael Ledeen e di Marco Carrai e non al Parlamento Italiano (di cui non è mai stato membro), la cosa potrebbe essere apparsa normale.

Ma non a noi che ci saremmo aspettati qualche robusta risposta a tanta disonorevole affermazione indirizzata al signor generale.

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In conclusione: da oggi sappiamo che in Italia è considerato normale che qualcuno (e non un mentecatto qualsiasi) affermi che il Direttore del nostro servizio segreto estero è un “agente prezzolato” della Perfida Albione (cioè descrivendolo come qualcuno in rapporto di subalternità con l’Intelligence Service britannico) e non succeda l’ira di Dio. Né contro chi dice la cosa né, tantomeno, contro chi è oggetto della gravissima accusa. Tornando al Copasir e a Felice Casson, ex magistrato dovrebbe ricordarsi che quando succedono cose complesse come quella accaduta al Cairo, riesce difficile, nei primi giorni (ma anche nei secondi, terzi o quarti che siano) far emergere la verità e che strutture, sia pur mutate nella “cromia”, potrebbero esistere e corrispondere a quella realtà dove esisteva un’organizzazione “Verde” che ne conteneva una più ristretta “Gialla” e, infine, una segretissima “Rossa”. Come era in Gladio.  Sia pur 25 anni dopo, Felice Casson, ancora retribuito nelle istituzioni repubblicane, dovrebbe avere memoria che estrarre dalla realtà ciò che c’è ma non si vede, non è cosa semplice come, a volte, potrebbe inizialmente apparire: qualcuno afferma qualcosa e qualcuno autorevolmente smentisce sperando che finisca tutto li. Ma non sempre è così. Nella vicenda Regeni, ad esempio, potrebbero avere ragione in molti che in questi giorni parlano e scrivono, consapevolmente o meno, ma descrivendo verità parziali. Vedremo chi di loro si sbaglia per ingenuità e chi disinforma scientemente facendosi, oggettivamente e soggettivamente, nemico della Repubblica; vedremo chi invece, solo analizzando le dinamiche e i moventi possibili, coglie il ruolo e la missione e la motivazione “alta” del nostro compatriota. Per avere il puzzle completo, speriamo di non dover aspettare 25 anni, quanto quelli passati da quel 10 ottobre 1991. Ad esempio, in cosa consistesse la segretissima Organizzazione Rossa che era protetta da quella Gialla, a sua volta schermata da quella Verde, ancora, bene-bene, non lo sappiamo e tantomeno perché, i suoi membri italiani, al di sopra di quanto formalmente concesso alla stessa CIA, avessero “licenza di uccidere”.

Oreste Grani            

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