Huston, abbiamo un problema: difficile – in campo repubblicano – fermare Donald Trump

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Poche ore addietro, a Huston (Texas), Trump non solo ha retto agli attacchi dei politici di professione che all’interno del suo Partito provano a fermarlo (Cruz e Rubio) ma, per quel che mi è stato dato di sentire, sia pur con oratoria da “bar” (quel giorno i politici americani potevano andare al mare invece di ordinare l’attacco a Saddam Hussein, a Gheddafi, a Mubarak, almeno, se non li rimuovevamo, i terroristi, oggi, li uccidevano loro!), si è mantenuto “in testa” a pochi giorni dal giro di boa del “martedì elettorale” che potrebbe chiudere la partita in casa conservatrice. Sembra di sentire (e anche vedere) Silvio Berlusconi che ci spiegava che lui era un imprenditore, uno che aveva creato posti di lavoro e che i politici erano inaffidabili. Trump identico, più alto e con degli strani capelli color giallo oro. Ho assistito ad un brutto spettacolo: se questi devono essere i reggitori del Mondo, cari distratti giovani, state messi molto male. Questo livello “scrauso” ha funzionato in Italia, paese spesso laboratorio di formule politiche complesse (il fascismo nasce tra Milano, Roma e la peggiore provincia, grezza, violenta e, al momento opportuno, indifferente), potrebbe funzionare anche negli USA.

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Trump contro i professionisti della politica riesce, in modo efficace (così è stato), semplificare la complessità del Mondo. Mondo complesso che (ma chi sono io per dirlo?) non sembra opportuno venga affidato a uno che, per farsi capire dagli elettori, dice che lui sa come trattare “i cinesi”, perché ci ha fatto spesso business. E lo dice facendo la faccia truce. Chissà come si stanno spaventando dalle parti di Pechino? Più passano i giorni più il post che abbiamo dedicato all’attenzione che Stefania Limiti a sua volta richiamava con un articolo sul Il Fatto Quotidiano sul fenomeno Trump, acquista valore. Ve lo trovate in calce. Siamo, a prescindere da Trump, già sull’orlo della Terza guerra mondiale, figurarsi con uno così alla Casa Bianca. Il guaio statunitense è che quella federazione di Stati e di etnie, di interessi e di responsabilità (comprese quelle gravissime in atto in mezzo mondo), si è persa per strada l’ultimo dei Bush ma ha trovato una “brace incandescente” (Trump) rispetto alla “padella” (Hillary Clinton) rappresentata dalla vecchia, furba, moglie accondiscendente di Bill Clinton. La signora è una figura a-morale, che, pur di non smantellare il sistema di potere che insieme avevano “messo su”, seppe girare la testa dall’altra parte quando suo marito si fece beccare coi pantaloni calati nello Studio Ovale da dove avrebbe dovuto governare il mondo piuttosto che farselo succhiare da una ragazzina. Mi sembra che staremo in pessime mani, comunque vada a finire. Alla luce di questi possibili finali (ormai quelli sono a meno che Sanders non sparigli) si sente ancora di più la mancanza di un processo di selezione e di addestramento sul campo di una leadership europea/mediterranea. Abbiamo fatto passare inutilmente gli ultimi venti anni. Gli americani (ma chi siano i veri nomi dei protagonisti è sempre difficile dirlo durante gli avvenimenti), tra poche ore, in Libia, guideranno/gestiranno l’ennesimo “consumo” di armi, munizioni, protesi, bare (quando va bene) e tanta terapia riabilitativa post bellica per chi se lo potrà permettere. Così, mentre si farà finta di sospendere i consumi di munizioni in Siria, nelle stesse ore (per non andare in crisi di astinenza!) si allarga il conflitto in Libia. Paese che, come l’Iraq, non è mai storicamente esistito. Non a caso, ora, alcuni geni della geografia politica ipotizzano di dividerlo in tre parti. Che sono quelle in cui quel territorio è sempre stato culturalmente ed economicamente organizzato.

Oltre al pezzo della Limiti, vi riproponiamo il post sulla Libia a firma di Pompeo De Angelis, il Ribot degli analisti politici che ci onora della sua collaborazione.

Oreste Grani certo che in Libia (chiamiamola così), finirà a schifiiio.


STEFANIA LIMITI SEGNALA UN GRAVE PERICOLO IMPLICITO NELLA “RESISTIBILE ASCESA” DI DONALD TRUMP

L’allarme ragionato che Stefania Limiti lancia sulla “resistibile ascesa” del fascista Donald Trump non è solo da condividere ma deve dare il segnale di una campagna che, a basso costo (se non di attenzione e di intelligenza), fareste bene a varare subito anche in Italia. Certamente ci aiutereste non poco a fare luce sugli avvenimenti in corso dove le fragilità della signora Clinton, in campo democratico, stanno tutte emergendo.  Per non avere dubbi su Trump e la sua funzione antidemocratica (circoscritta in un primo momento agli USA ma successivamente qualora risultasse eletto, planetaria), dovreste ricordare che aveste il privilegio di risentire parlare di Trump, in tempi non sospetti, da ambienti che, se ricordo bene, avete (amici biricchini ma coraggiosi) ogni tanto l’ardire di frequentare e che vi avevano cominciato a raccontare di interessi immobiliari macroeconomici di Trump anche nella vicina Cuba. L’isola, all’epoca dei fatti che vi suggerisco di ricordare, non era ancora sdoganata, come oggi appare. Dovreste ricordare che gli ambienti internazionali che a volte ascoltate incuriositi, vi davano il parrucchinato che si preparava a far progettare campi da golf e alberghi in Cuba, in stile “Battista” e clima pre-castrista, quando le cancellerie di mezzo mondo non sembravano sapere nulla di queste attività immobiliari. Ha ragione inoltre la Limiti a riportare il clima squadristico intorno al candidato repubblicano che i vostri media non descrivono e soprattutto quel dettaglio delle attività di sostegno sfegatato di quel figuro (Steve Pieczenick) di cui invece, con la massima attenzione e tempismo, voi del blog, vi siete a suo tempo interessati (Moro andava ammazzato, parola di Pieczenick, l’americano).

Pieczenick è un vero mascalzone, nemico dell’Italia e della sua legittima e necessaria sovranità. Se intorno a Trump si raduna una tale teppaglia (ed è così), in tutto il mondo si deve stare all’erta per il ruolo geopolitico che gli Usa, comunque, continuano ad avere, almeno fino al 2025.

E brava la Limiti, mi ha preso in contropiede perché questo allarme lo avrei dovuto lanciare io che sono qui proprio per questo. Toccato!

George Shi, se così mi chiamo.

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LA LIBIA NEL MEDITERRANEO

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Iste est Mediterraneus, quia per mediam terram usque ad orientem perfunditer, Europam et Africam Asiamque disterminans. Isidoro da Siviglia, Etimologie

L’Italia, a fine Ottocento, si trovò incarcerata nel Mediterraneo. Gli italiani seguitavano a chiamare quella distesa di acque da Gibilterra alla foce del Danubio il Mare Nostrum, anche se si rendevano conto che tutti i paesi della costa africana e i lidi balcanici appartenevano all’impero ottomano. Il Mediterraneo era in gran parte turco. Ma le nazioni europee della seconda rivoluzione industriale sconvolsero lo status quo della Sublime Porta. Gli inglesi, piazzati a Gibilterra, a Malta e a Cipro e i francesi intromessi nella zona maghrebina divennero loro i veri padroni del Mare Interno. Le navi italiane non entravano e non uscivano dagli stretti senza chiedere loro, per favore, la chiave di Gibilterra e di Suez.  La chiave dei  Dardanelli, pur in mano ai turchi, era adoperata dagli inglesi e dai francesi, a piacimento. Tra il 1894 e il 1895 la Francia fece del Nord Africa una direttrice ovest – est del suo dominio, mentre l’Inghilterra, partendo dall’Egitto, sulla linea nord – sud,  verso il Capo di Buona Speranza, occupava le vie dei mari indiani. Sul versante orientale,  le rupi cianee dell’Ellesponto impedivano ai russi il passaggio al mare caldo.  Il sultanato di Istanbul occupava ancora la Cirenaica, la Tripolitania, le isole del mare Egeo e una parte dei paesi balcanici: brandelli dell’impero di Solimano il Magnifico e dell’ammiraglio Aruj Barbarossa. Il fiume Oceano, che circonda i  tre continenti, non riusciva ad assumere il ruolo di mare assoluto perché il mare più piccolo era considerato la culla e la scuola di vita degli europei e degli ottomani. Gli italiani del 1860-70 ribadirono il concetto di Mare Nostrum, ceduto dalle Signorie marinare a spagnoli e a corsari turchi, circa tre secoli prima. Eppure il mare non cambiava il suo aspetto di mare, ma lo traversavano le navi corazzate d’acciaio, cioè gli squali dei pochi paesi che avevano le acciaierie, tra cui l’Italia.

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Quando la Francia occupò la Tunisia nel  1881 e l’Inghilterra invase l’Egitto nel 1882, l’Italia si raccomandò all’Inghilterra per  evitare altre sorprese francesi sulla Tripolitania e la Cirenaica. Il concerto europeo suonò la grancassa per farsi sentire dalla Francia.  Nel 1885, due stipulazioni fra Italia, Austria-Ungheria, Germania, Gran Bretagna, Spagna e Romania ebbero come obiettivo di interrompere lo slancio dei gallici nel Magreb. Se la Francia avesse insistito per  colonizzare le terre ad est della Tunisia, la Germania con il Trattato del 1891, si impegnava ad aiutare l’Italia a piazzarsi sulla costa libica, a scapito dell’impero ottomano che avrebbe perso quella provincia, ma i gallici sarebbero stati insabbiati. L’Italia era stata cacciata dal Corno d’Africa europeo subendo la sconfitta ad Adua, nel 1896, da parte dell’esercito abissino del negus Menelik. La pubblica opinione dell’Italietta chiese ai governi di andar  “via dall’Africa” e i governi si dedicarono a una “politica di raccoglimento” apparentemente rinunciando al colonialismo armato. La borghesia italiana organizzava, invece, una penetrazione finanziaria ed economica, con la Società Coloniale Italiana a Tripoli e a Bengasi e con il Banco di Roma a Tripoli, che aprì agenzie commerciali a Homa, Sliten, Tabia, Misurata e Bengasi. Il Vali della Tripolitania boicottava le iniziative citate e l’ambasciatore italiano a Istanbul chiese al  Sultano di “porre finalmente termine ad una situazione intollerabile”, altrimenti le navi da guerra tricolori avrebbero  preso la rotta  del Mar di Marmora. Le relazioni italo-ottomane peggioravano di anno in anno  e si formò una corrente di “nazionalisti” in Italia, che sostenevano la politica espansionistica, ormai dimentichi della disfatta di Adua. Alfredo Oriani affermava che le colonie erano una necessità del paese reale e significavano un alto destino per il paese legale. Enrico Corradini lamentava che l’Italia  cacciasse i suoi figli attraverso l’emigrazione invece di dar loro un posto al sole. Persino il marxista Antonio Labriola proponeva di andare a Tripoli  per dare uno sfogo al proletariato della Penisola e per assorbire le eccedenze demografiche. I giornali propagandavano l’idea che la conquista dei vilayet turchi avrebbe risolto il problema dell’emigrazione e tolte le ombre che oscuravano  la belle epoque.

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Nell’estate del 1911, il re Vittorio Emanuele III concordò con il presidente del Consiglio Antonio Giolitti il 27 settembre  l’invio dell’ultimatum alla Sublime Porta e venne attaccata la protezione turca sulla Tripolitania e la Cirenaica. La spedizione militare sulla costa africana si effettuò incoraggiata dall’entusiasmo crescente di tanti che videro realizzarsi i fasti imperiali della Roma antica. Nei cabaret, Gea della Garisenda vestita unicamente del tricolore cantava “Tripoli bel suol d’amore”. Giovanni Pascoli sentenziò: “La grande proletaria si è mossa”. La Chiesa cattolica fu contagiata dal tripudio della guerra e sventolava il tricolore mentre il non expedit papale era pur sempre in vigore.

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Ma gli italiani non sapevano cosa era la Libia, se non una espressione geografica latina. Non distinguevano fra la Tripolitania, la Cirenaica e il Fezzan (che costituivano tre contigue provincie dell’Impero ottomano) tanto l’operazione militare era studiata per stabilire delle basi costiere e chiudere gli scali ai concorrenti. Non volevano spingersi all’interno fino alle dritte righe di confine che dividono il Sahara del Fezzan, dall’Algeria, dal Niger, dal Ciad. Non volevano stabilire i presidi militari ai confini desertici con il  Sudan e  con l’Egitto. Neppure gli esploratori della Società Geografica Italiana si addentravano nella “gabbia di sabbia” (1) a dorso di cammello.  Bastava buttar fuori i turchi dalle spiagge e gli italiani avrebbero potuto pavoneggiarsi, nell’Africa Settentrionale, insieme alla Francia e all’Inghilterra, in divisa coloniale. Venticinquemila  marines presero, tra 9 e il 20 ottobre i porti di Tripoli, di Tobruk, di Derna, di Bengasi, di Homs (2). Raggiunsero rapidamente l’obiettivo, perché i turchi  cedettero subito alle cannonate sui loro fortini portuali e il 5 novembre l’Italia proclamò unilateralmente la sua sovranità sulla grande Libia,  sebbene si fosse attestata soltanto sulle coste. In quei tempi, si cannoneggiava dal mare senza mettere lo stivale per terra, come oggi gli eserciti delle grandi potenze bombardano dall’aria la Siria. Chi, allora, aveva le corazzate conquistava la battigia del Mediterraneo. “La patria è sulla nave” diceva Gabriele D’Annunzio.

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Ieri rassomiglia ad oggi, forse  perché  la Libia è sempre la stessa, cioè ingannevole, anche nel nome. Gli italiani pensavano che, messi in fuga i turchi, gli indigeni li avrebbero accolti a braccia aperte, felici di liberarsi dell’oppressione e del fiscalismo di Istanbul, con l’idea di farsi occidentali. In questo spirito, il Presidente della Repubblica francese Sarkosy assicurò, nel 2011, che bombardando le difese di Gheddafi, sarebbe spuntata la primavera araba della democrazia. Nel 1911, l’illusione cadde ben presto: i capi delle tribù arabo-berbere della Tripolitania si unirono ad alcuni contingenti della mezza luna e tennero in scacco le truppe del generale Caneva nelle oasi intorno a Tripoli. La primavera araba non fu possibile cento anni prima, né cento anni dopo. Bisogna massacrarli quei barbari beduini, allora si è pensato. Nel 1912, entrò in azione anche l’aviazione e bombardò l’oasi di Gargaresch e di Tagiura. I fotografi impazzirono a fotografare aerei a doppia ala e gli hangar smontabili e trasportabili delle Officine Bosco di Terni.  Il tenente pilota Gavanotti lanciava, sulla testa dei nemici, le bombe a mano sporgendosi dalla carlinga. I giornali illustrati mostravano le scene di combattimento fra palmeti da miraggio  e i disegnatori entusiasmarono il pubblico ritraendo in belle tavole a colori gli ascari, cioè gli eritrei in divisa kaki e un fez a tubo alto con un pennacchio, che riuscivano a combattere nel deserto, come oggi i curdi fra le macerie di Kobane.  Nel 2011, le truppe del dittatore libico sono state  colpite dai missili da crociera angloamericani, detti “Tomahawk” e la popolazione indigena  invece di gettarsi fra le braccia dei liberatori, è tornata alle sue divisioni storiche e proclama tre governi, uno riconosciuto internazionalmente in Tripolitana, un altro non riconosciuto in Cirenaica, mentre il Fezzan annuncia la sua autonomia da Tripoli. La Libia è esistita solo nelle carte degli “Itineraria” di Cesare Augusto nell’anno zero, nelle scartoffie del governatorato di Pietro Badoglio nel 1929 e nell’utopia   di Benito Mussolini, spada dell’Islam nel 1934. Gheddafi teneva riunito il paese con una associazione di capi tribù e il suo potere era effimero in quanto personale.  Dopo Gheddafi, nel 2016, l’ISIS (Stato Islamico dell’Iraq e della Siria) intende approfittare della situazione frammentata della cosiddetta Libia per  spostarsi dall’Asia Minore alla Cirenaica e al confine con la Tunisia, dove  potrebbe costituire un califfato. Anche questa iniziativa ricorda il passato. Torniamo al 1913. Quando l’Italia si trovò a governare la conquista, dovette fronteggiare un movimento musulmano fondamentalista, la Confraternita della Senussia, che proveniva dal Sudan anglo-egiziano e conquistò un importante seguito fra la popolazione rurale cirenaica. Stabilì un centro di potere nell’oasi di Giarabub, dove comincia il  gran mare di sabbia, punto d’incontro delle carovane del deserto, trecento chilometri a sud di Tobruk . La tariqa sanussa non voleva né gli italiani, né gli ottomani in Nordafrica. I suoi capi predicavano uno scisma islamico per il ritorno agli originari costumi fatti di purezza coranica e semplicità di vita, come prescrive il Sahara. Contro gli italiani organizzarono la guerriglia nel Gebel, per cui l’Italia rimase sulla costa e i senossi dominarono nell’interno, con capitale   Kufra,  sostenuti dalla lealtà delle tribù berbere. Nel 1931, per sconfiggere la resistenza locale, il generale Rodolfo Graziani chiuse la frontiera con l’Egitto, via di fuga e di rifornimento dei partigiani cirenaici,  con una barriera di reticolati di filo spinato lunga 270 km, da Giarabub al porto di Bardia, sorvegliata da aeroplani. Ai nostri giorni, lo sbarramento di confini col filo spinato si ripete e la sorveglianza dei guerriglieri si effettua con i droni. Non è mia intenzione sostenere che la storia si ripete, ma di ripetere che le storie contengono errori sempre eguali, perché provengono dall’illusione di una nazione che vuol espandersi sugli altri domini fissati ancestralmente. Potrebbe esistere anche un’altra politica, quella  del “raccoglimento”, praticata dall’Italia dopo la batosta di Adua.  Cambiano i tempi, ma non cambiano i modi.  C’è ancora  chi ripropone prendere Roma e chi vuol riprendere Damasco o Gerusalemme in nome della guerra. I più stupidi credono alla guerra  in nome di Dio. Nel Mediterraneo si combatterà. Mi preme ancora dire che durante la Seconda Guerra Mondiale, l’Inghilterra trattò con i senussi di Cirenaica e promise loro che avrebbero governato la Libia; la Libia, che è una espressione geografica latina.

Pompeo De Angelis

(1) La definizione è di Gaetano Salvemini.

(2) L’ordine delle città è in base alle date di occupazione.

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One thought on “Huston, abbiamo un problema: difficile – in campo repubblicano – fermare Donald Trump

  1. SC in ha detto:

    Io rispetto questa opinione ma non la capisco: il meccanismo che potrebbe eleggere Trump a comandante in capo degli Usa e’ il medesimo che ha eletto Roosvelt (tra le altre cose ricchissimo), Kennedy(tra le altre cose ricchissimo), Eisenower ecc. ecc…..
    Solo perche’ non piacie ad un nugolo di giornalisti ed establishment, non vuol dire che non sia il candidato giusto. Almeno in democrazia dovrebbe vincere chi ha il favore del popolo, a meno che non si creda fermamente che le “consorterie illuminate od un tiranno illuminato” debbano decidere per il bene del popolo….
    Io mi preoccuperei di Obama, per le vicende iterne (Scalia, una persona veramene rispettabile appartenete ad un “strano ordine”) e per quelle esterne (la brigata 101 e’ in preallarme e cio’ puo’ significare si prepri per appoggiare una possibile imminente invasione turco/saudita).
    Probabilmente se ci fosse ora un Trump come presidente ora e se avesse la forza di sopravvivere all’apparato militar-industriale (cit. D.E.) la stupida guerra che il premio nobel per la pace keniota probabilmente non ci sarebbe.

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