Ascoltare il vuoto ovvero l’emulazione del male, da Regeni a Varani – Intervista a Luca Steffenoni

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Leo Rugens ha intervistato Luca Steffenoni (www.lucasteffenoni.com), criminologo e scrittore, sul tema dell’emulazione in rapporto all’omicidio di Luca Varani.

Dionisia: Lei di recente, parlando del delitto di Roma, nel quale Marco Prato e Manuele Foffo hanno ucciso un ragazzo di 23 anni, senza alcun movente se non il piacere della violenza, ha posto l’attenzione sul tema dell’emulazione. Può spiegarci meglio?Steffenoni: L’emulazione è un aspetto dei delitti e delle modalità omicide molto sottovalutato dalla criminologia moderna che, ormai focalizzata su aspetti tecnico-scientifici, si avventura di malavoglia in campi più sociologici o antropologici. Eppure penso sia fondamentale, non tanto per capire i motivi per i quali si uccide, motivi che, per dirla tutta spesso sono insondabili, ma perché si uccide con una modalità piuttosto che un’altra, e come, in un soggetto già portato alla violenza e alla devianza si accende la lampadina dell’atto criminale.L’esempio del delitto di Roma, nella sua follia e crudeltà, pare particolarmente calzante. Omicidi per noia, per machismo, per sadismo ce ne sono sempre stati e purtroppo ce ne saranno sempre, ma in questa vicenda si inserisce un fatto nuovo, tragicamente “contemporaneo”. I due delinquenti torturano, in maniera terribile, la povera vittima. Sembra che il fine non sia l’omicidio, ma il percorso che porta alla morte. La parola tortura negli ultimi decenni era poco presente nei fatti di sangue e mai citata dai mass media. Per ricordare fatti del genere si torna indietro nel tempo e si scomoda il delitto del Circeo, il “Canaro”, o la vicenda del nano di Trastevere, ma in tutti questi casi la tortura è un fatto strumentale, sadico e crudele, ma finalizzato a ottenere qualcosa: la soddisfazione di una perversione sessuale o la vendetta dopo anni di angherie, come nel caso del Canaro, appunto. Nel delitto di Roma no, il fine ultimo è la tortura della vittima. Tutto il resto è secondario, cocaina, mondo gay, chem-sex. Tutte componenti che interessano i polemisti da bar, ma poco a un criminologo. Come non pensare alla suggestione su due psicopatici delle tante notizie di torture che ci bombardano ogni giorno? Ai filmati sulle crudeltà dell’Isis che girano tranquillamente su Facebook, alle vicende Cucchi e Aldovrandi e all’ultimo terribile massacro, quello del povero Giulio Regeni. Attenzione: nessun intento giustificatorio, nella mia analisi. I due assassini avrebbero con molta probabilità ucciso lo stesso, perché lo psicopatico criminale è quasi impossibile da fermare. È solo nella modalità con cui ciò avviene che si capisce il ruolo dell’emulazione.

D: Ci sono altri casi simili?

S: Quasi tutta la storia del delitto si può leggere sotto la lente dell’emulazione. Cambiano i mezzi d’informazione, si annullano le distanze tra fatti apparentemente lontani, ma la suggestione di fatti analoghi gioca sempre un ruolo determinante. Al contrario di ciò che sembra il delitto in sé è un fatto piuttosto banale. Le motivazioni che fanno scattare la violenza si possono contare sulle dita di due mani, a voler essere generosi con la statistica. A cambiare sono le modalità con cui la violenza si esprime. Un altro esempio recente: le aggressioni con l’acido. Fino a pochissimi anni fa gli annali giudiziari alla voce acido erano vuoti. Poi i mass media ci raccontano delle terribili vicende delle donne indiane e pakistane. Iniziano i primi casi che riguardano immigrate sfregiate da loro connazionali. Di colpo questa modalità diventa diffusa. In pochi anni abbiamo William Pezzullo sfregiato a vita dalla propria ex, l’avvocatessa Lucia Annibali rovinata dal fidanzato e naturalmente le malefatte della coppia Boettcher-Levato. Un caso?

D: Secondo lei tutto ciò ha a che vedere con lo strapotere dei media e con la diffusione della cronaca nera, quindi è un fenomeno piuttosto recente, o affonda le radici nel passato?

S: La cronaca nera moderna ha più di un secolo e anche volendo andare più indietro nel tempo troviamo il passaparola, le leggende che contenevano molte verità, le ballate. Insomma la notizia del crimine ha sempre viaggiato ad alta velocità. Non si tratta di assolverla o meno, ormai è una branca dell’informazione dalla quale non si può prescindere. Perfino durante il fascismo, al contrario della vulgata popolare che pensa che sulla cronaca nera ci fosse una cappa di censura, le notizie arrivavano lo stesso e suggestionavano chi voleva farsi suggestionare. Pensi alla saponificatrice di Correggio che aveva studiato attentamente sulla Rivista illustrata italiana le imprese di una donna che nell’antica Roma sacrificava bambini ottenedone candele votive. O Cesare Salvatti, il mostro del Tevere che ha confessato di essersi ispirato al caso di Alberto Olivo, uxoricida dalla fantasia particolarmente fervida e da Henri Landru. Ripeto, tutta la storia del delitto, va a blocchi periodici, aggregati di delitti che compaiono anche per caso e successivamente si inabissano nei meandri della psiche umana. Chi si ricorda del periodo dei sassi dal cavalcavia? Ogni settimana dibattiti in tv sull’ennesimo caso di follia umana e un’infinità di emulatori che provano il brivido criminale. Poi, col calare dell’attenzione mediatica, su di loro è sceso il sipario e grazie a dio sono scomparsi anche questi episodi. I serial killer italiani? Per venti anni sono stati sotto i riflettori. Oltre, naturalmente, alla compagnia di merende di Scandicci e dintorni, abbiamo avuto Marco Bergamo, i fratelli Savi, il gruppo Ludwig, Luigi Chiatti, Unabomber, Gianfranco Stevanin, Maurizio Minghella, Donato Bilancia, solo per citarne alcuni. Poi con Michele Profeta, di colpo gli psicopatici seriali scompaiono. Trovata la cura preventiva per serial killer in cerca di gloria? Purtroppo no, credo solo che abbiano smesso di fare notizia. I nostri media si appassionano meno alle gesta dei serial killer americani, che pure continuano ad agire indisturbati e anche i potenziali assassini seriali della nostra Penisola, capaci di tutto tranne che di rinunciare alla fama e alla sfida con la società civile, si rintanano nell’ombra. Del resto molti di loro hanno confessato di trovare più eccitante la lettura dei giornali post omicidio piuttosto che l’omicidio in sé stesso. Le donne assassine degli anni ’90? Stesso discorso. Possibile che in pochi anni si concentrino le vicende di Anna Grimaldi, di Katharina Miroslawa, di Gigliola Guerinoni, di Teresa Piva e della ex moglie di Maurizio Gucci? Pensi che questi ultimi due casi, ideati a un anno di distanza tra via Montenapoleone e Piazza San Babila, erano talmente simili, anche se con esiti diversi tra loro, da spingere il pm del processo Gucci a chiedere il fascicolo del processo Piva al proprio collega, nel tentativo di capirci qualche cosa.

D: In sostanza violenza chiama violenza, in una concatenazione di eventi non decifrabili e soprattutto non prevedibili?

S: È parzialmente esatto. Una certa dose di violenza è fisiologica in ogni tipo di società perché connessa al genere umano. Perfino nelle comunità più pacifiche avvengono delitti. Il mito del buon selvaggio e della società primitiva che vive felice e contenta, è appunto un mito. Ci sono stati omicidi in mezzo agli Amish dell’Ohio, come tra i paciosi buddisti tibetani. Ci sono comunità che riescono ad assorbire meglio i conflitti e le psicopatologie individuali tra i propri membri e comunità che le fomentano. Diciamo che la nostra si colloca nel mezzo di questa scala della violenza. Senza lode e senza infamia. Un singolo delitto, o meglio la notizia di questo delitto ha il potere di gettare benzina sul fuoco di menti deviate dal comune sentire ed ecco che scatta il meccanismo “se l’ha fatto lui, posso farlo anch’io”. Del resto tra i criminali ho conosciuto persone certamente più ferrate e competenti di me in materia. Gente ossessionata dalla cronaca nera e dal mito del delitto perfetto. I risultati di tanta “cultura” sono scarsi, viceversa non li incontrerei in carcere, ma loro si applicano con molta dedizione. Quello che si può dire è che di recente siamo di fronte a un nuovo tipo di violenza e a un nuovo tipo di emulazione. I social hanno cambiato molte regole della comunicazione e parlare di cronaca nera in senso stretto non ha più molta ragione d’essere. Sarà capitato anche a lei di incappare in dei filmati violentissimi contenenti torture, spesso evirazioni, postati da tanta brava gente su fb con false diciture del tipo “padre trova pedofilo che violenta il figlio e si vendica così”. Sono dei falsi, o meglio la violenza è vera, ma la circostanza è del tutto falsa, organizzati dalle associazioni anti pedofilia che battono cassa agitando lo spettro della violenza sui bambini. In realtà i filmati sono prelevati da una tv privata messicana di proprietà dei narcotrafficanti che, sfruttando la morbosità del pubblico, mantiene con la paura il controllo del territorio e l’idea di rappresentare lo Stato. Bene, ho protestato più volte con Facebook affinché si impedisse la circolazione di tali orrori e la risposta è sempre stata negativa. Evidentemente fa più paura una tetta della violenza.

D: Perché di emulazione si parla così poco, quando avvengono i più celebri delitti?

S: C’è una certa ritrosia dei mass media ad accogliere chi ne parla, il timore di essere messi sotto accusa o di stimolare varie forme di censura. In realtà è un atteggiamento sbagliato perché il problema non è quello di censurare la cronaca nera. Il problema è la qualità dell’informazione. Una cronaca che si occupa solo di plastici e di dna, trasforma la violenza in una sorta di gioco di società nel quale l’unico aspetto che conta è “è lui il colpevole?” trascurando del tutto l’aspetto umano e sociale che c’è dietro a ogni delitto. La cronaca nera mal fatta si concentra sull’omicida ignorando completamente la vittima. Portare in tv il padre del torturatore di Roma a fare la solita inutile passerella condita da “è sempre stato un bravo ragazzo” “tutta colpa della droga” e altre logiche amenità, non è buona cronaca. Nessuno che indaghi o tenti almeno di farlo sul baratro edonistico e autistico fatto di selfie e tatuaggi nel quale sono sprofondati molti nostri concittadini. Eppure non serve essere criminologi, basta farsi un giro in qualche palestra di periferia, sentire i discorsi di chi le frequenta, ascoltare il vuoto [corsivo nostro]. Capiresti che viviamo su un vulcano.

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Così la pensa Luca Steffenoni e a me convince in pieno.

Non sono esperta di tortura (se lo fossi non ne parlerei, credo) e mi chiedo se l’aguzzino di Giulio Regeni (ci sono voluti almeno 5 uomini per catturare e detenere Giulio, secondo l’informato Giovanni Maria Bellu) nel fare ciò che ha fatto sia ricorso a qualche sostanza psicotropa. Il sommo Le Carrè, ne La Tamburina, racconta che il Mossad utilizzava sostanze psicotrope per fiaccare la resistenza del torturato – metodo che perlomeno ci risparmia dalla vista del sangue – mentre l’altro agente britannico, F. Forsyth racconta ne Il pugno di Dio che i torturatori di Saddam ricorrevano a metodi “egiziani”; non entro nei particolari di proposito. Le cronache ci hanno raccontato del waterboarding made in USA.

La digressione non ha alcuno scopo polemico è solo una esplicita condanna della tortura di una lettrice di Beccaria e di Verri.

Tornando al caso Regeni, cerco di ricordare quale altro italiano – intellettuale, collaboratore di un’agenzia privata di intelligence (Oxford Analytica) – abbia subito una sorte simile nella storia del nostro Paese. Non me ne viene in mente nessuno che sia caduto per motivi di studio, oltretutto torturato sistematicamente per giorni e giorni, tuttavia, a meno che ciò che faceva non fosse per certi versi simile a ciò che lo scrittore di romanzi F. Forsyth ha dichiarato di avere fatto per alcuni decenni. Fantasie complottiste.

Oggi venerdì 11 marzo apprendo che l’Unione Europea ha ammonito l’Egitto a cooperare per fare luce sul caso.

Ma veniamo al caso Luca Varani, ucciso con una coltellata al cuore dopo ore di sevizie da parte due normali cittadini. Il criminologo-scrittore Luca Steffenoni suggerisce quale movente del delitto “l’emulazione”, già, perché ogni atto criminale ci piace pensare che abbia un movente, nella logica del diritto. E qui, per tornare a Regeni, gli unici due moventi che mi pare abbiano senso – non ho detto che siano veri, ma che paiono autentici – sono: a) gli assassini lo hanno scambiato per una spia; b) gli assassini hanno voluto buttare un gatto morto tra i piedi di al-Sisi per incrinare i rapporti italo-egiziani.

La redazione pensa che “il nostro ragazzo” sia stato tradito e che sia stata colpita una forma evoluta di intelligence, evoluta per il nostro Paese, non per le università di Cambridge e Oxford dove Regeni si stava formando e dove negli stessi anni era destinata a recarsi a studiare una altrettanto giovane promessa. Ma questa è un’altra storia.

A Luca Steffenoni abbiamo posto alcune semplici domande e le risposte scientifiche e appassionate ci rendono orgogliosi di ospitarlo nel blog. Grazie

Dionisia

Posso giurare su cento Bibbie che il personaggio del criminologo impersonato da Al Pacino in “88 minutes” (abiti e zazzera compresi) per qualche insondabile mistero si ispirano al look di Steffenoni e NON viceversa.

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