Come l’imperatore Selim I divenne papa – Pompeo De Angelis

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Aleppo, foto di Gertrude Bell 1905

Selim I, dopo aver sconfitto Ismail scià di Persia ed essersi inserito nel Kurdistan rivolse le sue brame di conquista alla Siria e all’Egitto. Da quell’impresa ottenne molto più del previsto, perché unì al titolo di sultano quello di califfo, cioè di papa dei musulmani, vicario del Profeta e con tale titolo fondò, proprio lui, l’impero ottomano in cui potere politico e religioso divennero una sola corona. In Occidente, il papa ebbe la chiave del regno, ma il suo regno fu sempre modesto fino a ridursi dentro le mura leonine. Quando si parlava di Sacro Romano Impero la spada era impugnata dai grandi principi laici. Nella cristianità, esistevano due poteri e Bonifacio VIII appare ridicolo mentre dice di possedere quello della terra e quello del cielo. Unire il sacro e il profano è una tentazione del demonio rivolta ai potenti.

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Selim mosse l’armata turca dopo che al gran maestro del Serraglio erano apparsi in sogno i quattro discepoli del Profeta con i loro stendardi, dicendo che il nemico da affrontare subito era il sultanato d’Egitto. E siccome il Corano prescrive: “Noi non diamo punizione ad alcuno senza prima avergli inviato un messaggio”, il sultano dei turchi prese così la decisione. Partì da Costantinopoli il 5 giugno 1516, giunse a Konia nell’altopiano anatolico a sud di Ankara il 26, dove visitò la tomba del mistico Celaledin, fondatore dell’ordine dei dervisci, si inebriò di danza rotante e inviò la dichiarazione di guerra al sultano egiziano Kanson-Ghawi; il quale fece partire da Aleppo una ambasceria di dieci dignitari rispondendo che preferiva la pace. Il turco uccise nove di questi ambasciatori, poi fece rasare la barba e i capelli al decimo, gli mise in testa un vaso da notte e lo rimandò da dove era vento in groppa a un asino. Cominciò una guerra che ebbe come primo teatro la Siria, regione occupata per due secoli dai Crociati. A loro erano subentrati i mammalucchi d’Egitto. La Siria e l’Egitto erano complementari. L’Egitto era terra protetta dal deserto a occidente; non esistevano timori provenienti dagli abissini, che scendevano dalle montagne, da sud a nord, in carovane per vendere schiavi, avorio e oro; ma non esisteva difesa a oriente dove l’istmo di Suez univa l’Africa all’Asia e la Siria riparava l’Egitto dai violenti turchi.

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Il 24 agosto 1516, i due sovrani si scontrano nella piana di Marj Dabiq, dove, secondo la tradizione musulmana, è collocata la tomba del re biblico David. Kanson-Ghavi, circondato dai suoi emiri, dai giudici e dagli sceicchi alzò la scimitarra con braccio tremante. Era un ottuagenario che aveva messo in prima fila le truppe che gli piacevano di meno, in modo di disfarsene al primo assalto. Selim piazzò la sua poderosa artiglieria, protetta da una trincea di carri, a far da barriera. Il sultano del Cairo puntò la scimitarra e partì in marcia la prima schiera dei suoi contro le bocche da fuoco. Caddero i primi mille e tutti gli altri di qualsiasi reparto scapparono trascinando seco il re e il suo baldacchino. Il corpo di Kanson-Ghavi perì in uno stagno annegato o di mal di cuore troppo consumato. La battaglia di Dabiq assurgerà a mito nella religione dei musulmani. I precetti della Sunna annunciano che nella piana di Dabiq si svolgerà la battaglia finale fra i veri credenti e i cani nazareni. Dabiq è diventato il titolo della rivista web dell’ISIS, che nel numero del 24 agosto del 2015 mette in copertina la foto di papa Francesco I, bollato dell’epiteto di “Crociato”.

Quaranta chilometri a sud di Daliq si elevavano le sette colline di Aleppo, quattro delle quali cinte da mura su cui si aprono dodici porte che conducono ad altrettanti rioni. Aleppo la “Variegata” per i suoi colori, luogo dei festini di Abramo, dove un fiume traversa i suoi colli per confluire nell’Eufrate con le rive allora abbellite di giardini rinomati per i cocomeri, i meloni, le uve e i pistacchi: il 29 agosto, Selim I entrò nella cittadella senza colpo ferire. La caduta del centro principale comportò quella delle roccaforti mammalucche sulla frontiera siriana. Selim andò ad assistere alla preghiera pubblica nella grande moschea, dove l’iman gli tributò i titoli politici, ma aggiunse la gloria di ritenerlo il “servitore delle due città sante di Mecca e di Medina”. Il sultano turco ringraziò regalando al predicatore il caftano che indossava del valore di più di mille ducati e in ciò seguì l’esempio del Profeta che donò il suo mantello al poeta Kaab Ben Soheir, perché lo aveva lodato.

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L’armata di Selim continuò a lente tappe verso sud, senza incontrare resistenza, fino ai sobborghi di Damasco. Il sultano attese che l’emiro del luogo si arrendesse a discrezione e, a fine settembre, entrò nella città detta “Profumo di Paradiso” dove soggiornò per i mesi invernali. Il luogo fu pieno di attrattive per lui: la moschea in cui si venerava la reliquia di Giovanni Battista, i cenacoli in cui si leggeva poesia mistica o dove i sapienti istruivano le menti e i santi edificavano le anime, i bazar dove era stato inventato la bevanda del caffè. Intanto i suoi generali assoggettavano la penisola arabica comprese le città sante di Medina e della Mecca, sconfiggevano un’altra volta i mammalucchi nella battaglia di Ghaza. Procedendo verso il Cairo, il pio sultano fece tappe religiose a Gerusalemme e a Hebron patria di Abramo. Nella capitale dell’Egitto i principi mammalucchi avevano rieletto il re nella persona di Tuman-bei, figlio di Kanson Ghavi. Contro costui Selim battagliò a Raidania, alla periferia del Cairo, il 22 gennaio 1517 e ancora una volta prevalse l’artiglieria turca. “Tuman-bei, nuovo e ultimissimo sultano d’Egitto, dopo aver tentato vanamente di sostenere in più scontri il cadente suo soglio, estratto per tradimento da una caverna in cui erasi cercato uno scampo, fu appeso, come vil malfattore, ad una porta del Cairo.” (1) Selim ricevette in trono gli onori delle autorità della capitale, degli sceicchi dell’Alto Egitto, degli ambasciatori della Mauritania, e degli inviati di Venezia Bartolomeo Conterini e Aloisio Mocenigo. Importante fu l’arrivo del figlio di Ebul Berekiat sceicco della Mecca, che consegnò al vincitore le chiavi della Kaaba. Con questo atto, Selim fu proclamato formalmente califfo dell’Islam, vicario del Profeta e il suo impero fu totale. Nella città egizia, il califfo-sultano si abbandonò per più di un mese all’ebbrezza dell’oppio e del misticismo, ma non dimenticò la cerimonia del mihmel, cioè la festa con cui si celebrava la partenza della carovana che portava alle città sante l’oro e il grano. L’oro era per gli sceicchi e il grano per le popolazioni della Mecca e di Medina. Il mihmel era uno dei doveri del califfo. Dopo tre anni di guerra fra correligionari, Selim rientrò a Istanbul avendo allargato le conquiste territoriali, lasciando in pace i cristiani e proprietario della religione sunnita.

Nella striscia cartografica di terre, che va da Aleppo a Damasco, costeggiando le montagne del Libano, si svolge oggi la mini guerra siriana, nata da una ribellione della maggioranza sunnita contro l’élite sciita di Assad al potere, che da scontro laico è diventato ben presto religioso. Il conflitto appare difficile da gestire, come se Il pianeta si incendiasse a causa di questo piccolo fuoco. Tuona ancora, come ieri, l’artiglieria turca, che ha una gittata di quarantacinque chilometri, i cui colpi, dal confine, raggiungono i dintorni di Aleppo. Ma lo scopo vero è bombardare le milizie curde. Inoltre, Ankara lucra sul disastro della popolazione in fuga, riscuotendo rate di 3 miliardi di euro dall’Europa per gestire i fuggiaschi. Esodi, immensi campi di concentramento, terre bruciate, hanno per principale obiettivo di riunire Damasco ad Aleppo per costituire la “Siria utile” per Assad, congelando la guerra e dividendo la Siria in due zone d’influenza. I negoziati diplomatici tra Usa e Russia vertono su questo punto, rinnegando il mondo multipolare. L’Inghilterra e la Francia, che disegnarono la regione dopo le due guerre mondiali, non contano più niente, anche se mostrano i muscoli. Forse si sta creando uno spazio anche per i curdi, edificato ettaro per ettaro, come hanno fatto gli ebrei in Israele. Il califfato di Selim sembra risorgere dal rogo e si manifesta con la protervia ottomana di proporsi in forma imperiale. Da ultimo il Califfato con la bandiera nera, l’ISIS, il mito di Dabiq, fa rivivere la crudeltà di Selim il guerriero mistico del XVI secolo.

Pompeo De Angelis

(1) A. Baratta: “Costantinopoli effigiata e descritta”, Torino 1840.

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