Dalle parti dell’ISIS vige la regola di avvertire il nemico di cosa ci si prepara a fare contro di lui

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Ho scritto nel post Il Ribot degli analisti di Intelligence culturale ci invia una riflessione sul passato/futuro di ciò che i più chiamano Libia chi sia Pompeo De Angelis e oggi, alla luce del brano “Noi non diamo punizione ad alcuno senza prima avergli inviato un messaggio” ribadisco il mio considerare l’amico Pompeo, il Ribot (non a caso campione imbattuto) degli analisti geografico-politici. Secoli riportati in poche decine di righe senza che nulla sia trascurato; secoli, senza un salto o un vuoto!

Poi, poche parole dedicate all’oggi, sostanziano la necessaria e impegnativa incursione nel futuro che si fa certo grazie alle conoscenze dello storico. Così compare la preziosa, strategicamente vitale, sottolineatura che questa gente non usa non avvertire il nemico e fa questo per credo profondo in tale prassi.

Così come il richiamo alla testata dell’ISIS Dabiq e alla copertina “dedicata”, minacciosamente, a Francesco I.

Il post Come l’imperatore Selim I divenne papa – Pompeo De Angelis è prezioso ma al tempo stesso diviene lettura dolorosa se si pensa alle condizioni in cui versa l’Italia che certamente non sa più leggere tali  testi ne, tantomeno, intelleggerli.

Noi – nella nostra marginalità – possiamo fare solo ciò che, grazie a De Angelis, stiamo facendo.

Il resto è compito, lautamente ricompensato, degli analisti della Farnesina e dell’AISE. Se ne sono capaci o, meglio, se qualcuno capace è messo nelle condizioni di essere ascoltato. Perché anche questo, da sempre, accade in quei palazzi chiusi e autoreferenziali.

Oreste Grani

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