Quali strumenti occorrono per leggere il “terrorismo”?

Il 1° marzo 2003 (oltre 13 anni addietro) un’esponente dell’élite militare italiana spiegava – in una lettera aperta – a un immaginario collega americano perché “quando parliamo di guerra al terrorismo non ci capiamo proprio”. Quel nostro militare (la lettera era firmata con lo pseudonimo di Miles), in quella simulazione di conversazione intelligente, delineava uno “scontro di civiltà” fra la cultura strategica europea e quella americana piuttosto che uno conflitto tra Stati Uniti e Islam.

Alla luce degli avvenimenti odierni e di alcune riflessioni particolarmente apprezzabili e valide, sul piano storico, politico e culturale, che mi dicono essere state fatte, proprio ieri, durante il convegno “Intelligence Collettiva – Storia dei servizi segreti” da parte del professor Aldo Giannuli, mi sono sentito in dovere di recuperare questo scritto che ricordavo intelligentemente provocatorio che avevo archiviato ma di cui, per motivi complessi da spiegare in questa sede, non riesco a ricostruire – con precisione – la classificazione e la catalogazione: non riesco a ricordare dove comparve il pezzo. Questa mia mancanza non toglie niente al valore dello “spunto”. Pensando di fare cosa gradita, lo metto in rete e vediamo se gli amici americani, colgono, in questo gesto, la stessa sincera amicizia di chi, in quei frangenti e con evidente capacità preveggente, si era già dimostrato grande amico degli USA. Ma, come i veri amici devono saper fare, agendo con la massima sincerità.

Oreste Grani

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