Quel Mig 21 … e Ustica irrisolta

Il regista Renzo Martinelli suggerisce, con l’ultimo suo lavoro cinematografico Ustica, per provare a “fare luce su” quanto è accaduto ad Ustica, di seguire, tra le altre, la traccia del MIG 21 in dotazione delle forze libiche che viaggiava sotto la pancia del DC 9 abbattuto in quei drammatici minuti e “fatto ritrovare” in Calabria, settimane dopo. Dice giustamente che questo suggerimento lo diede, da (quasi) subito, Giovanni Spadolini, il quale sostenne che per “scoprirete il segreto di Ustica” bisognava andare dietro al “Mig” ex sovietico. Sembra facile, 38 anni dopo. Di quel “Mig” e di Ustica si interessò, per l’URSS, in modo particolare, il Capitano di Vascello Anatolij Ivanov, che dovrebbe essere nato nel 1934 e non so se sia ancora vivo. Il 27 giugno del 1980 viene incaricato di interessarsi della questione di Ustica entrando a far parte di un gruppo di esperti dei servizi segreti militari sovietici. Non solo il solito KGB ma anche il GRU militare. Alcuni anni dopo, durante la fase di transizione ad altro dell’Unione Sovietica, ormai solo Russia, interpellato il 17 gennaio 1993, dichiarava sul vecchio episodio, che, da quanto aveva potuto analizzare con altri 13 colleghi (tutti militari) si era trattato indubbiamente di un incidente, di un infortunio durante una manovra di fuoco. Missile quindi e non collisione o bomba secondo loro, partito da un aereo della Marina Militare degli Stati Uniti. Nulla di definitivo e quasi inutile ricordare oggi l’episodio delle dichiarazioni. Non il fatto viceversa che dei 14 appartenenti a quel gruppo di lavoro sovietico, al 17 gennaio 1993, i sopravvissuti erano solo due e uno era proprio Ivanov Anatolij. Dodici morti in circostanze che i “dietrologi” definirebbero più o meno chiare.

Per fare un esempio per tutti, il 18 novembre 1992, il Generale Guzev, facente parte ai tempi della commissione “Ustica-Urss, nella veste autorevolissima di Vice Direttore del GRU, fu investito dal solito camion mentre era al volante della sua auto sulla circonvallazione di Mosca. Le altre undici morti atipiche andatevele a trovare voi. Come sapete anche in Italia, nello stesso periodo, morirono di “morte strana” una dozzina di personaggi a vario titolo coinvolti nella questione “Ustica”. Nell’elenco – sbagliando – gli specialisti non inseriscono il più chiaro di tutti gli episodi che è la vicenda dell’esecuzione del Generale dell’Aviazione Licio Giorgieri ad opera di un microgruppo di terroristi rossi nostrani (Unità Combattenti Comuniste) indirizzati sull’obbiettivo (difficilissimo da individuare se non si fosse stati quasi degli “addetti ai lavori”) da tale Claudia Gioia, pure lei “rossa” (ma di capelli), oggi brillante e stimata operatrice culturale nel mondo dell’arte contemporanea.

Chiuderò gli occhi continuandomi a chiedere, da solo (perché nessuno, oltre al sottoscritto, mi sembra che lo intenda fare), come fece una ragazzotta, all’epoca formalmente “estranea” al complesso mondo dei Comandi Militari e delle loro competenze, ad indirizzare, quel 20 marzo 1987 (anni dopo Ustica e ormai lontano dai momenti topici della “lotta armata”) i killer (Maurizio Locusta e Francesco Maietta) proprio verso Giorgieri, figura chiave, ma copertissima, per capire cosa fosse successo nei cieli di Ustica. Dietro, a fianco e, soprattutto, sotto il tragico DC9. Che ci fosse (e c’era) o meno, un Mig libico.

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Oreste Grani/Leo Rugens che cesserebbe di “indicizzare” nel web (è primissimo nei motori di ricerca il mio giudizio morale sull’ex terrorista) la bella e colta Gioia, se fosse anche tanto intelligente da raccontarci, con dovizia di particolari, come andò quella storia dell’inchiesta da lei fatta “spintaneamente” per individuare quell’obiettivo da colpire. In poche parole, sarebbe interessante, anzi doveroso, che finalmente Claudia Gioia dicesse chi le aveva indicato l’indifeso Licio Giorgieri come un pericoloso militarista guerrafondaio nemico del proletariato e chi le abbia sussurrato che, se fosse stato barbaramente ucciso, grazie a quella morte, sarebbe “scoppiata” la Pace universale. O, almeno, nel Mediterraneo.

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P.S.

La storia degli arresti domiciliari dei tre terroristi potrebbe lei stessa divenire un film dal momento che, tutti e tre, a distanza di pochi mesi uno dall’altro, e solo dopo tre (3!) anni di detenzione, nonostante il reato gravissimo comprovato, “uscirono” e, passo dopo passo, coscienze personali comprese, ripresero una vita normale. Claudia Gioia addirittura “di successo” alla sostanziale direzione (grazie al legame professionale e di stima reciproca con Danilo Eccher e Achille Bonito Oliva) del Museo Macro di Roma, dove per mia sfortuna la trovai ben annidata e pubblicamente spesata. Anche oggi certamente non se la passa male come invece continuano a soffrire, per gente come lei, la Verità storica e la Repubblica Italiana nel suo complesso. Italiani compresi. Figli e figliastri: c’è chi uccide un generale dell’aviazione e se la gode e chi si arrovella a cercare di capire perché tutto questo possa essere accaduto nel nostro, diciamo così, Bel Paese.

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