Perché Federico Varese esclude che Regeni fosse una spia? Perché non era protetto!?

man-black-silhouette-briefcase

The Outsider

“Gambetta diceva: non fare mai domande su questioni di cui siete a conoscenza soltanto tu e il tuo intervistato.” Federico Varese in risposta a Carlo Bonini

Questo sì che è parlare da “spia” o da agente segreto o da operatore di intelligence o da quello che vi pare. Del resto Federico Varese di questioni complesse se ne intende così tanto da avere avuto il privilegio di essere stato consulente di Le Carré in quanto esperto di mafia russa. A tal proposito, il professor Varese sottolinea come anche la sua ricerca sul campo fosse non poco pericolosa, visto il tema affrontato. Ma, sorge una domanda: se non si deve fare una domanda a un mafioso russo su un tema del quale siete a conoscenza solo voi e il vostro interlocutore (un criminale) qualcuno mi spiega chi vi abbia fornito tale conoscenza? Forse la polizia, forse l’intelligence, forse avete origliato dietro una porta o un angelo nel sogno vi ha illuminato sulla questione? Non credo che avremo una risposta, cari lettori. Nel frattempo godetevi l’intermezzo.

Il termine spia ha un’etimologia controversa, secondo alcuni deriverebbe dal gotico spaiha da cui l’altro tedesco speha ‘esplorazione’, di origine indeuropea; secondo altri dal francone spehour attraverso il francese antico espie.

Il significato con cui il Grande Dizionario della Lingua Italiana della Utet apre la voce è quello di: “Chi è inviato da uno Stato o da un sovrano, specie in tempo di guerra, in territorio nemico per carpire informazioni sulle forze, sulle difese e sui piani strategici dell’avversario, agendo con circospezione e segretezza e in modo spregiudicato e, per estensione: agente segreto dei moderni servizi d’informazione”.

Leggendo gli esempi riportati nelle pagine del “Grande dizionario della lingua italiana”, si può ricostruire la storia dello spionaggio dall’epoca dei comuni (nei medievali Testi sangiminianesi si fa già riferimento all’abitudine di “pagare delle spie che si mandano per lo comune”), sino alla seconda guerra mondiale (il “Grande dizionario della lingua italiana” cita infatti un passo di Madame de Francedi Guido Piovene in cui è ricordata Mata Hari, definita la “spia sventurata”).

Interessante nella varia gradualità delle accezioni del termine segnalate dal “Grande dizionario della lingua italiana”, è il significato antico di “chi dà spiegazioni o chiarimenti” presente nel Purgatorio dantesco: “però, se ‘l mondo presente disvia, in voi è la cagione, in voi si cheggia; e io te ne sarò or vera spia”; e anche quello di “segnale, indizio esteriore e talora appena percettibile di una condizione morale o psicologica”. Significato questo attestato nel “Grande dizionario della lingua italiana” da un bell’esempio tratto dal Mulino del Po di Riccardo Bacchelli: “Questione di parole? Ma le parole sono spie dell’animo”. Utet per La Repubblica

Torniamo a Federico Varese che intervistato da Carlo Bonini da più o meno del burattino a Giulio Regeni:

Nel mondo anglosassone esiste una legittima e frequente osmosi tra ricerca universitaria e settore privato. Spesso le ricerche sono finanziate o utilizzate per “intelligence” ignota all’estensore. Non è un problema?
“Lo è. Del resto “intelligence” è parola che in inglese significa semplicemente analisi. Non spionaggio. Le dirò di più. Nel mondo anglosassone sempre più frequentemente, soprattutto da quando sono cominciati i tagli alla ricerca, le domande di un’indagine universitaria sono condizionate da chi quella ricerca finanzia. Società private, piuttosto che governi. È evidente il rischio di apparire ventriloqui di altri interessi. Per questo, raccomando sempre ai miei studenti di avere come solo obiettivo la risposta a domande scientifiche e, se possibile, anche di fare attenzione alle collaborazioni con tutti i soggetti non accademici “. Federico Varese risponde a Carlo Bonini

Mirabile la raccomandazione di porre solo “domande scientifiche” che rispetto alla “ricerca” di Regeni immagino del tipo: “quanti ambulanti ci sono” “quali sono i dirigenti del sindacato” “qual è l’età media e il grado di istruzione” “a quanto li vendete i ceci e le fave” “avete un conto in banca dove…” ovvero le domande per le quali deve averci rimesso la vita, a meno che le domanda non seguisse così: “…posso fare un bonifico per aiutarvi a rovesciare la dittatura” (ma questa domanda non la fa certo un “ricercatore”). A proposito mi pare di ricordare che tale Ferrara Giuliano avesse fatto circolare a Mirafiori un questionario proprio per stanare i brigatisti… chissà che a Regeni non sia venuta un’idea scientifica simile.

Ora un lungo articolo di Varese che a tratti pare un vero manuale per le aspiranti spie, pardon per gli aspiranti ricercatori.

FEDERICO VARESE
Sono stupito e deluso per la piega che ha preso il dibattito sulla morte di Giulio Regeni. Mentre in Italia si discute dell’ipotesi che il giovane friulano fosse una spia, il mondo accademico inglese assolve se stesso. Va detto chiaramente: Giulio era uno studente che cercava di scrivere la tesi di dottorato, come tanti altri. Se fosse stato una spia, sarebbe stato avvertito e protetto da qualche apparato. Al contrario, e più prosaicamente, era uno studente mandato allo sbaraglio in un contesto estremamente pericoloso. I suoi docenti devono assumersi la responsabilità di quella scelta. Hanno approvato un tema di tesi che sapevano avrebbe messo in grave pericolo la vita di Giulio, come purtroppo è avvenuto.

Perché siamo vulnerabili

La vicenda di Regeni mi tocca da vicino perché i nostri percorsi accademici e di vita sono molti simili. Anch’io, come Giulio, sono stato uno studente liceale presso i Collegi del Mondo Unito (io in Canada e lui negli Stati Uniti). Entrambi siamo stati ispirati da quella esperienza a esplorare il «vasto mondo» con un’attenzione particolare per i più deboli e le vittime delle ingiustizie. Entrambi abbiamo seguito un corso di M. Phil a Cambridge. Anch’io ho fatto una tesi di dottorato basata su un lungo lavoro sul campo (nel mio caso in Russia) e su un tema pericoloso (nel mio caso, la mafia). Quando sono diventato un docente all’Università di Oxford ho cominciato a seguire diversi studenti che, come Regeni, fanno a loro volta ricerche su temi complessi e potenzialmente pericolosi, come ad esempio il crimine informatico o il traffico illegale delle tigri. Spesso le persone che incontriamo faticano a credere che la nostra unica motivazione sia capire il mondo, anche nei suoi aspetti più indegni. La nostra dignità intellettuale consiste nel mettere la ricerca accurata e analitica al di sopra di tutte le altre considerazioni. Siamo vulnerabili proprio perché non abbiamo alcun rapporto con agenzie di spionaggio o governi di sorta.

Non abbastanza attivista

Per questa ragione i docenti che approvano e seguono le tesi di dottorato hanno una responsabilità particolare nei confronti dei loro studenti. Le due relatrici (supervisors) di Regeni erano ben consapevoli del rischio che avrebbe corso. In diverse interviste, Anne Alexander e Maha Abdelrahman ci raccontano come la morte dello studente faccia parte di una più ampia strategia del regime di intimidire, torturare e uccidere attivisti, sindacalisti e studiosi, e giustamente stigmatizzano la deriva autoritaria di Al Sisi. Ma allo stesso tempo ammettono di aver approvato uno studio che ben sapevano avrebbe messo in pericolo Regeni, senza avere alcuno modo di proteggerlo, proprio perché il giovane italiano era un outsider [ndr], non abbastanza attivista per essere protetto e creduto da tutti gli attivisti, e niente affatto spia [e perché no? ndr] per essere protetto da altri apparati (va ricordato che neppure i regimi più autoritari vanno in giro a trucidare le spie straniere). Quando Regeni scriveva di sentirsi in pericolo, i suoi docenti avrebbero dovuto immediatamente convincerlo a tornare a Cambridge. È inoltre estremamente pericoloso rimanere così a lungo in uno stesso luogo.

Due aspetti ulteriori meritano di essere sottolineati. Da una parte, i nostri dipartimenti sono costretti a compilare moduli e formulari che certificano la sicurezza dei nostri studenti (risk assessment forms). Questa cultura della certificazione serve alle istituzioni accademiche per lavarsi le mani: basta dimostrare di aver seguito le procedure e la responsabilità di quello che succede agli studenti passa ad altri. La burocratizzazione del rischio ha soppiantato il buon senso. Nei consigli di dipartimento non si discute dei casi di tesi che pongono rischi davvero seri, e invece si costringono studenti ad esempio italiani a compilare moduli kafkiani per aver il permesso di tornare nella loro città natale per condurre una ricerca sul campo sugli asili nido. Esattamente come chi parte per l’Egitto e vuole studiare l’opposizione legata ai Fratelli musulmani.

«Capire», non «credere»

Il secondo aspetto preoccupante consiste nella pratica di molti studiosi di incoraggiare i loro studenti a «scegliere una parte», a schierarsi e quindi a diventare in qualche modo loro stessi attivisti sul campo. Dobbiamo insegnare ai nostri studenti che la ricerca condotta per il dottorato non deve essere confusa con l’attivismo e che l’importanza del capire deve sempre essere superiore a quella del credere. Tutti noi scegliamo certi temi di ricerca perché vogliamo contribuire a creare un mondo migliore. Da giovane anch’io mi sentivo uno «spirito attivo che abbraccia il vasto mondo», come ebbe a dire il Faust di Goethe. Ma da docente debbo farmi carico dei rischi che corrono i miei studenti e non fare l’eroe per interposta persona.

Nota L’autore dell’articolo, Federico Varese, ha aggiunto una nota di chiarimento al suo testo che potete trovare qui  Fonte La Stampa

Mi rimane inesplicabile una sola questione: come fa Federico Varese a escludere che il “nostro ragazzo” non fosse un agente di primo livello dell’AISE come suggerisce Marco Gregoretti? Solo perché ha fatto parzialmente lo stesso percorso intellettuale non è una risposta e nemmeno che se fosse stato una spia sarebbe stato protetto. Anzi proprio perché non era protetto avrebbe dovuto convincere i suoi aguzzini che non era una spia. Ma poi, che ne sa di come operano le spie Federico Varese, glie lo ha forse insegnato John il Quadrato?

Da notare un probabile lapsus dove Varese imputa a Regeni di essere un “outsider” come The Outsider è il titolo della recentissima autobiografia della spia di sua Maestà Frederick Forsyth.

Il professore dimostra di andare forte sul piano epistemologico un po’ meno su quello logico e da un criminologo esperto come lui, leggetene i libri per rendervene conto, non ve lo aspettereste.

Dionisia

P.S. La “stronzata” per cui gli inglesi vogliono soffiare all’ENI un enorme giacimento di idrocarburi soffiando sulla polemica appare esattamente ciò che dico: una stronzata e non ci tornerò su.

Annunci