Giulio Regeni – Un omicidio di Stato secondo Bonini e Foschini

Bacon, Three Studies for Portrait of George Dyer - Copia

Bonini e Foschini l’11 aprile 2016 hanno utilizzano una espressione che conosciamo da troppi anni, “omicidio di Stato”, per qualificare la morte per tortura di Giulio Regeni. Abbiamo aspettato due mesi e mezzo e siamo pronti ad aspettare anche due anni e mezzo prima di leggere la qualifica di Giulio Regeni, ricercatore, morto come una spia.

Nel frattempo dovremo sorbirci le stronzate (enunciati atti a distrarre l’attenzione dal focus di un problema) che attribuiscono al giovane la statura di “coglione” manipolato dalla perfida Albione. E così sia.

Peggio ancora assisteremo alla vigliacca gestione petroleo-politica del caso (c’era la Guidi al Cairo nelle ore in cui veniva ritrovato il corpo martoriato di Regeni) e ci interroghiamo se il presunto ombrello dell’ENI e della sua tanto favoleggiata intelligence non sia una fantasia o una chimera.

I generali egiziani inquadrati Pompeo De Angelis (Dalle sabbie dell’Arabia…) hanno restituito il corpo perché quella era la mossa che avevano deciso, certi di colpire a morte una ipotesi italiana di intelligence culturale e di farla franca per la vigliaccheria delle classi dirigenti e la perversione ideologica di quegli italiani ostili al cambiamento nel nome di una presunta e “oleosa” realpolitik, convinti che la reputazione di un paese valga meno di qualche contratto commerciale. Stolti.

A introduzione dell’articolo di Repubblica, mi domando quanto a lungo sia destinato a durare il rapporto tra il Direttore Calabresi e l’erede di D’Avanzo, Bonini, memore della inginocchiata intervista del figlio del commissario caduto – per una storia di strage di Stato – al capo di uno Stato assassino.

Dionisia

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ROMA – Può sembrare un paradosso. Ma il fallimento del vertice di Roma sull’affaire Regeni con l’artificiosa accusa mossa dal governo del Cairo a Palazzo Chigi di “voler politicizzare il caso per ragioni interne dopo le dimissioni del ministro dello Sviluppo economico sullo sfondo di un caso di corruzione” (così ieri il portavoce del ministero degli Esteri Abou Zeid) di fronte alla ribadita “volontà di andare fino in fondo alla verità” (lo hanno ripetuto ieri il ministro Gentiloni e il premier Renzi), consente all’inchiesta di ripartire da almeno due certezze che inchiodano gli apparati di sicurezza egiziani. Che tornano a dare centralità al ruolo del generale Khaled Shalaby, comandante della polizia criminale di Giza con precedenti per tortura e qualificano dunque la morte di Giulio per quel che è stata. Un omicidio di Stato.

La cattura
La prima certezza. Per otto settimane, è stata data per acquisita la circostanza che Giulio sia stato sequestrato nei cento passi che dividevano la sua abitazione e la fermata della metropolitana di Dokki. Ma, da venerdì sera, il quadro appare significativamente cambiato. È certo che alle 19.59 del 25 gennaio il cellulare di Giulio aggancia la rete dati del metrò. Questo significa che Giulio era all’interno della stazione e, a meno di non voler immaginare un sequestro nella folla o su uno dei vagoni del metrò, sia regolarmente salito su uno dei convogli che lo hanno portato alla fermata di piazza Tahrir, dove, in un bar, aveva appuntamento con il suo amico Gennaro. La certezza che Giulio sia salito sul metrò la potrebbero dare le registrazioni delle 56 telecamere di sorveglianza della stazione di Dokki ma, curiosamente, gli inquirenti egiziani sostengono che la sera del 25 fossero fuori uso. Tutte. Tranne una. Puntata su una delle sei scale mobili di accesso. E tuttavia, aggiungono, il nastro della registrazione, è sovrascritto e potrebbe essere ripulito solo da esperti tedeschi cui, ovviamente, il nastro non è stato ancora messo a disposizione.

L’assenza di immagini di Dokki la sera del 25 fa il paio con quella della stazione di piazza Tharir. Cruciali per comprendere se Giulio vi sia arrivato. E non è chiaro – la delegazione egiziana non ha saputo o voluto spiegarlo – se perché anche queste fuori uso o perché quelle immagini non siano mai state recuperate. L’accidia degli inquirenti egiziani è necessaria ad allontanare l’attenzione dalla scena di piazza Tahrir la sera del 25 gennaio, quinto anniversario della Rivoluzione. Perché su quella piazza ci sono la Polizia, sono gli uomini della Sicurezza Nazionale. E perché in quella piazza, quel 25 gennaio, sono in corso retate che – come comunicheranno fonti del ministero dell’Interno – hanno come bilancio l’arresto “ufficiale” di “19 egiziani e uno straniero” . Uno “straniero”. Chi?

Il ruolo del militare
La seconda certezza. Fonti ufficiose egiziane riferiranno nei giorni successivi alla scomparsa di Giulio che gli stranieri fermati, in realtà, sono due. Uno è un cittadino turco. L’altro, un “cittadino americano”, la cui identità, però, resta misteriosa. Allora, come oggi. Ebbene, quella “nebbia”, si scopre ora, ha una logica. Deve proteggere l’uomo che delle operazioni di rastrellamento di quella sera è il dominus: il capo della Polizia di Giza. Il generale Khaled Shalaby.

Ne scrive in un breve articolo sul sito online del giornale locale “Veto”, recuperato e tradotto da Repubblica, il giornalista Manal Hammad. Leggiamo: “Il generale Khaled Shalaby ha affermato che sono in corso accertamenti su un individuo di nazionalità straniera arrestato all’interno di un caffè. Lo straniero si trova nella questura di Giza, nella zona di Al Bahr Al Azam. Shalaby ha dichiarato a “Veto” che gli agenti della questura lo hanno arrestato in seguito ad una segnalazione di un cittadino a proposito di un individuo che parla coi giovani e con i cittadini in una lingua araba approssimativa, impiegando anche termini stranieri. È stato accertato che è straniero e cerca di mobilitare e indurre a scendere in piazza in occasione della ricorrenza della rivoluzione del 25 gennaio, fatto che ha portato a un alterco verbale tra lui e un cittadino a seguito del quale è stato denunciato alla polizia e arrestato. Nel confronto con gli uomini del Dipartimento investigativo, il giovane straniero ha negato di avere incitato i giovani ad opporsi allo Stato, ha sostenuto che i suoi spostamenti nelle zone popolari d’Egitto gli servono per imparare il dialetto egiziano. È stato redatto un verbale dell’accaduto ed inviata una comunicazione alla Procura” .

La circostanza riferita da “Veto” in quei giorni (di per sé neutra perché la notizia della scomparsa di Giulio Regeni non è ancora pubblica) è evidentemente significativa. Ma lo è altrettanto il fatto che per otto settimane sia stata taciuta ai nostri investigatori. Sicuramente, incrociata con quanto lo stesso Shalaby dirà ufficialmente il pomeriggio del 3 febbraio (giorno del ritrovamento del cadavere di Giulio) consente di fissare tre circostanze. Sulla scena dei rastrellamenti del 25 si muove l’uomo che prima accrediterà “l’incidente stradale”, quindi fornirà

il particolare dei “pantaloni abbassati” con cui Giulio è stato ritrovato e quindi riferirà di “aver visto il corpo” così distrattamente da non notare i segni di tortura, ma abbastanza da “escludere che la morte sia dovuta a coltellate”.

fonte repubblica.it

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