Michael Arthur Ledeen, una spia “storica” al fianco di Stefano e Marco Carrai

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Gerusalemme, Moschea di Al Aqsa, foto di Gertrude Bell, febbraio 1905

Spia: Chi esercita lo spionaggio a favore di uno stato straniero, con l’incarico di raccogliere clandestinamente documenti riservati, informazioni segrete di carattere militare, politico, finanziario e sim. su una potenza straniera, sia in tempo di pace sia in tempo di guerra

Ho visto da vicino l’ambasciatore israeliano in Italia Noar Gilon un paio di volte, la prima alla presentazione di un libro presso la Link Campus (università frequentata anche dal deputato Angelo Tofalo M5S), la seconda in un hotel romano di via Veneto. Non ci siamo mai parlati né presentati.

È un bel uomo, alto, capelli chiari, un po’ appesantito una bella faccia. Averlo visto ascoltare compunto un anziano signore che gli mostrava un catalogo d’arte seduti sulle poltrone dell’hotel mi trasmise il senso di riverenza assoluta che Gilon aveva per un uomo dall’aspetto saggio e antico.

Gilon in queste ore era a Napoli, città sulla quale si concentra da qualche anno l’attenzione di Israele, per presenziare al gemellaggio tra Tel Aviv e la città fondata dalla sirena Partenope; amo entrambe le città ritenendole due dei poli principali del Mediterraneo contemporaneo, nel bene e nel male.

Oggi, leggendo il Fatto Quotidiano, ho appreso che Gilon, Sua Eccellenza, se la intende da vent’anni almeno con quel Michael Arthur Ledeen che siamo stati messi in guardia dal prendere di mira, data la pericolosità. Per noi, Ledeen è tante cose – finalmente Stefania Limiti potrà dire di avere individuato l’anello mancante alla sua tesi dell’influenza israeliana sulla vicenda Moro – in particolare un intellettuale, storico colto e intelligentissimo, mente raffinatissima ed esperta di storia del fascismo, capace di togliere dall’angolo accademico un Renzo De Felice, suggerendogli la celebrata Intervista sul Fascismo.

Ledeen a oggi può vantare indubbiamente di avere puntato sui cavalli vincenti (Carrai-Renzi) e noi aggiungiamo che i suoi avversari, Enrico Letta e i vedroidi, non erano proprio all’altezza di resistergli, tuttavia parrebbe che da Washington o giù di lì, a qualcuno sia venuta voglia di regolare i conti e finalmente di dire papale papale (due parole su Francesco le diremo di seguito) ciò che Ledeen è: una spia al servizio di Israele.

L’accusa è grave, molto grave, ma da amici di Israele ci sentiamo di dire che sarebbe ora di farla finita con gli Stranamore e di pensare seriamente alla pace. Pare che qualcuno la pensi come noi e finalmente abbia deciso di togliere di mezzo l’amerikano.

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Grato come sono, oggi 25 aprile 2016, al coraggio che molti ebrei italiani ebbero nella lotta partigiana esprimendo addirittura una brigata, nonché a molti ebrei che sotto le più diverse insegne combatterono e cacciarono i nazifascisti dall’Italia, oggi sono molto grato anche all’ebreo americano Bernie Sanders che verso la metà di aprile si è recato a Roma in visita al Papa, chissà se sia stato ricevuto da Gilon, sancendo una nuova alleanza foriera, si spera, di un nuovo corso nella politica italiana nel Mediterraneo.

Le rivelazioni del Fatto sono una mazzata, si spera mortale, alle velleità di Ledeen-Carrai e mi chiedo cosa ne pensino quanti si sono sentiti esporre questa teoria a poche ore dalla pubblicazione dell’articolo, tacciandola al solito di complottismo. Che risate.

Veniamo quindi a una considerazione sul “tradimento” di Renzi alla richiesta americana di intervenire in Libia – così lo chiamiamo dopo che per mesi il Ministro Pinotti ha lavorato alla questione – e leghiamolo all’implicita offerta che l’alleato ha messo sul tavolo per restituire al nostro paese un minimo di ruolo nel bordello mediterraneo-libico. Ebbene, non è difficile capire chi veda come fumo negli occhi l’ipotesi che l’Italia alzi un po’ la testa in questo momento, tanto più con il pericolo che M5S vada al potere, e non è difficile immaginare come la pensi Ledeen rispetto alla questione…

Sarebbe interessante capire anche come Ledeen abbia letto la morte di Giulio Regeni, a mio avviso una dichiarazione di guerra di al-Sisi al mio paese, ma stando all’inerzia e all’ignavia del suo pupo renzi matteo, la risposta me la sono già data. Non si dimentichi che per Rights Reporter il generale egiziano sia una risorsa mentre Obama lo vedrebbe bene in un fosso.

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Dulcis in fundo: la folta presenza di uomini dell’intelligence israeliana schierati alle spalle di renzi e Carrai – a chi non piacerebbe avere una squadra così a disposizione – mi convince sempre più del potenziale strategico dell’Italia negli equilibri del mondo, un potenziale che se mal diretto, e oggi lo è come lo è stato durante il fascismo, solo disastri può produrre.

Dionisia e la Redazione

Marco Carrai, il suo amico è “una spia del Mossad”. L’inchiesta della Cia che imbarazza l’Italia

Leeden e il fedelissimo di Renzi in corsa per consulenza al coordinamento 007 si frequentano da anni. L’americano al centro di un’indagine del Pentagono. Coinvolto anche l’ambasciatore di Israele a Roma
di Antonio Massari e Davide Vecchi | 23 aprile 2016
Sono legati da anni, si sono frequentati tra Washington e Firenze, scambiandosi visite e conoscenze. Ma ora l’amicizia con Michael Ledeen può mettere in difficoltà Marco Carrai e il suo prossimo incarico: la consulenza al Dis (l’organismo di coordinamento dei Servizi segreti) per Palazzo Chigi. Perché se sino a oggi Ledeen era ritenuto vicino all’intelligence statunitense con legami con uomini della P2, adesso un’inchiesta svolta dal Pentagono fotografa nel dettaglio chi è stato e chi è davvero Ledeen, definito dalla Cia “spia di Israele” e per questo allontanato da Washington. Il Fatto è entrato in possesso dei fascicoli d’indagine ed è in grado di raccontare perché il legame di amicizia tra i due rischia di mettere in imbarazzo i Servizi segreti, il governo e le diplomazie.

I conflitti di interesse del “fratello Marco”
Non è bastato il no del Colle a fermare Renzi: il premier vuole portare nel Palazzo l’amico Carrai e così, dopo aver tentato di imporlo a capo della cyber-security, gli sta ora cucendo un abito su misura al Dis. E se per avere la licenza da 007 Carrai avrebbe dovuto spogliarsi dei suoi tanti conflitti di interesse, indossando il mantello della consulenza il problema svanisce: Carrai potrebbe portare con sé l’ingombrante bagaglio. Che non contiene solo gli incarichi pubblici come la presidenza di Aeroporti Firenze o le poltrone nei cda tra cui quella nella fondazione Open – la cassaforte del premier – con Luca Lotti e Maria Elena Boschi. Né si limita alle aziende estero­vestite in Lussemburgo e Israele come la Wadi Venture con soci che hanno legami con l’esecutivo tra cui nominati in Finmeccanica e imprenditori con appalti pubblici, come raccontato dal Fatto settimane fa. Il conflitto di interessi di Carrai si estende anche ai suoi legami, a partire da quello con Ledeen.

Le visite a Firenze pagate dalla Provincia
In Italia di lui si sa poco, nonostante Ledeen abbia superato i 70 anni. Meno ancora si conosce del suo legame con il 40enne Carrai, che definisce il premier “mio fratello”. Si sa che i due sono molto legati. Tanto che Ledeen è arrivato da Washington a Firenze nel settembre 2014 per partecipare al matrimonio dell’amico di cui Renzi era testimone. Un rapporto coltivato negli anni. E allargato all’attuale premier nel 2006 quando la Provincia di Firenze pagò un viaggio a Ledeen, da Washington al capoluogo toscano, organizzato da Carrai, all’epoca capo gabinetto di Renzi, per far conoscere a suo “fratello” l’amico statunitense. Nell’autunno 2008, sempre a spese della Provincia, Renzi assieme a Carrai fa il tragitto inverso e ricambia la visita.

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In Italia Ledeen ha altri buoni amici, condivisi con l’amico aspirante 007. In particolare Noar Gilon, dal 2012 ambasciatore d’Israele a Roma. Da allora il diplomatico è apparso più volte al fianco del futuro consulente del Dis. Nella Capitale e a Firenze. Insieme hanno organizzato un convegno con Confindustria sponsorizzato anche da Aeroporti Toscani (società presieduta da Carrai). Ma soprattutto hanno pianificato la visita del premier israeliano Benjamin Netanyahu a Firenze lo scorso agosto, accogliendolo al suo arrivo a Peretola e presentandolo poi a Renzi con una cerimonia a Palazzo Vecchio.

Carrai ha interessi privati a Tel Aviv, dove sono presenti due società a lui riconducibili con soci pesanti in Israele come Jonathan Pacifici e Reuven Ulmansky, veterano della Nsa, ex Unità 8200, dell’Israel Defence Force. Legami importanti, che porterà con sé sotto il mantello di consulente del Dis.

Ledeen e Gilon si conoscono almeno dal 1996. Il loro rapporto è nato a Washington. E si è sviluppato e consolidato attraverso l’Aipac, l’American Israeli Public Affaire Committee: la lobby pro Israele negli Stati Uniti, la più potente al mondo, il cui sostegno è ritenuto fondamentale per arrivare alla Casa Bianca. Il 21 marzo sia il repubblicano Donald Trump sia la democratica Hillary Clinton sono intervenuti al convegno Aipac. Ma per quanto ritenuta determinante dalla politica è temuta dai servizi di sicurezza americani e monitorata perché in due casi sono stati individuati all’interno della lobby uomini dei servizi segreti del Mossad. E per quanto forti siano i rapporti di amicizia tra gli Stati Uniti e Israele, il Pentagono non ama intrusioni straniere nella propria intelligence. Ed è proprio nell’ultima inchiesta, che ha individuato un flusso illegale di informazioni riservate della presidenza statunitense al Mossad, che è emerso il legame tra Ledeen e Gilon.

Rete di spie di Tel Aviv scoperta dagli americani
L’indagine, svolta dall’Fbi, è stata chiamata Aipac. Lawrence Franklin, capo analista dell’allora sottosegretario alla Difesa Douglas Feith, è stato inizialmente condannato a 12 anni di carcere dal tribunale della Virginia per aver trasmesso informazioni top secret a due esponenti della lobby israeliana e a un diplomatico israeliano dell’ambasciata a Washington. Franklin ha confessato che i suoi due referenti nell’Aipac erano il direttore degli affari politici, Steven Rosen, il responsabile del desk iraniano, Keith Wiessman, e il consigliere all’ambasciata israeliana a Washington Naor Gilon. Quest’ultimo, all’inizio del processo, è rientrato a Tel Aviv prima di arrivare in Italia come ambasciatore nel 2012.

Proprio a Roma venne organizzato un incontro tra Franklin e Rhode con il faccendiere Manucher Ghorbanifar, già protagonista dello scandalo Iran-Contra. L’incontro nella capitale, ricostruisce l’inchiesta, fu organizzato da Ledeen che, secondo un report dell’Fbi, aveva un profondo legame con Franklin, almeno dal 2001: la Cia ritiene che loro due siano gli ispiratori del falso dossier sull’uranio nel Niger che venne usato dall’Amministrazione Bush per giustificare la guerra in Iraq.

L’inchiesta Aipac è stata avviata a metà anni Novanta e ripresa nel 2001, dopo l’attacco dell’11 settembre. Gli uomini dell’Fbi mettono sotto osservazione alcuni americani impegnati in lobby di Paesi del Medio Oriente, tra cui l’Aipac. A inizio 2003, durante un appostamento, gli agenti scoprono un collegamento chiave. Seguendo Steve Rosen e Keith Weissman si fermano fuori da un bistrot dove i due pranzano. A loro si aggiunge Gilon, all’epoca capo degli affari politici presso l’ambasciata israeliana a Washington e definito nel report Fbi “specialista dell’armamento nucleare iraniano”. Poi arriva Franklin, alto funzionario dell’intelligence del Pentagono.

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I file “Top Secret” finiti al Mossad
Gli agenti filmano l’intero pranzo. Franklin estrae da una valigetta alcuni documenti e li appoggia sul tavolo. “Ma non vengono consegnati a nessuno”, annota l’Fbi. Lui fa il gesto di consegnarli. “Ma il suo presunto complice è troppo intelligente e si rifiuta di prenderli, chiedendo con ogni probabilità di limitarsi a informarlo sul contenuto”, testimonia un funzionario dell’intelligence, riportato da Newsweek. A casa di Franklin vengono trovati diciotto documenti top secret e riservati all’ufficio del presidente degli Stati Uniti. Franklin lavorava in uno dei centri del Pentagono che più hanno promosso la guerra all’Iraq, aggirando anche il dipartimento di Stato e la stessa Cia: il segretissimo “Office of special plans” messo in piedi dal viceministro della difesa Paul Wolfowitz e dal sottosegretario Douglas Feith. Ufficio che aveva rapporti esclusivi con Donald Rumsfeld, segretario alla Difesa e consigliere del presidente George W. Bush.

L’inchiesta prosegue per anni. Sottotraccia. Il processo inizierà solo nel 2006 e la prima condanna sarà emessa nel 2009. Durante le indagini gli agenti scoprono molte attività sospette che riguardano Iraq e Iran. E tutte le strade portano all’ufficio del Pentagono di Feith, nel quale Franklin lavora. Una conduce direttamente a un collaboratore di entrambi: Ledeen, definito dal Jerusalm Post “il guru neocon di Washington”. Fbi e Cia aggiungono altro al suo profilo. E svelano l’intero passato di Ledeen.

A Roma per Israele da finto agente della Cia
Alla fine del 1970, Ledeen è a Washington come direttore esecutivo dell’Istituto ebraico per gli affari di Sicurezza Nazionale, un gruppo di lobby specializzato nel fare pressioni al Pentagono e al Congresso per far ottenere soldi e armi a Israele. Nei primi anni 80 viene allontanato e riesce ad avvicinarsi al Pentagono. In particolare a Noel Koch, il principale assistente del segretario alla Difesa per gli affari di sicurezza internazionale. Ledeen chiede a Koch di fargli un contratto di consulenza come esperto di terrorismo dicendosi disposto a essere pagato solo se e quando utilizzato. Koch accetta. Ma se ne pente: agli atti del procedimento è allegata una lettera inviata nel 1988 da Koch al Comitato di giustizia della Camera, l’ufficio che sovrintende al Dipartimento di giustizia e all’Fbi.

Con la missiva Koch accusa Ledeen di essere una spia di Israele e chiede al Comitato di indagare sul suo conto spiegando di aver scoperto che Ledeen gli ha mentito e tentato “con insistenze di acquisire informazioni classificate per le quali non ha legittimo diritto”. Koch inoltre specifica che in più casi Ledeen gli chiese copia di atti “altamente segreti della Cia”. In particolare documenti relativi a spie israeliane. “Qualcuno gli ha detto cosa rubare”, ha scritto Koch ricordando di aver chiesto più volte a l’Fbi di indagare su Ledeen ma che “l’alto funzionario Oliver Revell” a cui si rivolgeva “ha sempre respinto le richieste”. La lettera ha fatto avviare le indagini: Revell era amico di Ledeen, per questo respingeva le richieste di Koch.

Nonostante questi trascorsi la “spia d’Israele” riappare nei Palazzi della sicurezza americana. È Feith ad assumerlo come consulente nel suo Ufficio Piani Speciali. Un incarico che gli viene attribuito nel 2001, dopo l’11 settembre. Tra le prima cose di cui si occupa è organizzare un incontro a Roma con alcuni dissidenti iraniani e due dipendenti di Feith: Rhode, neoconservatore e tra gli architetti della guerra in Iraq, e Franklin, ritenuto una spia israeliana.

Durante il processo a suo carico, Franklin ha indicato tra i suoi referenti anche Gilon che tornò discretamente a Tel Aviv dove, dal 2009, è stato capo gabinetto del Ministro degli Esteri, poi vicedirettore per gli Affari dell’Europa occidentale presso gli Affari Esteri. Infine, da febbraio 2012, è a Roma come ambasciatore d’Israele.

Contattato dal Fatto Quotidiano per avere informazioni sul suo coinvolgimento nell’inchiesta, nonché per sapere quali siano oggi i suoi rapporti con Ledeen e Carrai, l’ambasciatore ha preferito non rispondere e ha affidato al suo braccio destro, Amit Zarouk, questa mail: “L’intera inchiesta (giornalistica, ndr) si basa su frammenti di informazione e su una distorta interpretazione di fatti non corretti. È tutto parte di una teoria del complotto che non merita alcuna seria considerazione”. I tentativi compiuti per contattare Ledeen si protraggono senza alcun esito da oltre un mese.

L’inchiesta Aipac ha creato una crisi tra Usa e Israele risolta allontanando da Washington quanti erano sospettati di avere legami con uomini dei servizi di Tel Aviv. Un’operazione di pulizia che ha poi portato il giudice della Virginia Thomas Selby Ellis a ridurre la pena a Franklin prima a otto anni per la sua collaborazione e poi a otto mesi di domiciliari e 100 ore di servizio alla comunità. Servizio, ha detto Ellis, che deve consistere nel “parlare ai giovani dell’importanza per i funzionari pubblici di rispettare la legge del proprio Stato”. Questo accade a Washington. E a Roma?

da Il Fatto Quotidiano del 23 aprile 2016

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