Regeni “apparteneva a un corpo dei servizi segreti”

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PREMESSA

Finalmente una giornalista egiziana dice ciò che è: Regeni apparteneva a un corpo dei servizi segreti (quali?).

VOLLI O FOLLI?

Regeni come Arrigoni e Sgrena; Regeni che si fidava dei Fratelli musulmanni; Regeni che se l’è cercata, questo lo schifo che Volli Ugo vomita a poche ore dal ritrovamento del cadavere martoriato di un giovane di ventotto anni, cittadino italiano come lui.

Regeni, vittima di “un amore non corrisposto” per il mondo arabo è l’osceno editoriale che un anonimo si permette di scrivere, trattenendo a stento la gioia, pochi giorni prima della porcata di Volli.

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Tutto questo odio per Regeni o meglio tutto questo amore per Al Sisi significa solo e soltanto che Volli e l’anonimo possiedono una visione miserabile del mondo basata sulla forza degli eserciti, la ferocia dell’intelligence e la spregiudicatezza di chi vive permanentemente sotto assedio, una visione che ripetono come due automi.

La rapidità con la quale hanno classificato Regeni come filo arabo e filo islamico nasconde piuttosto l’orrenda intenzione di attribuire alla vittima il ruolo di carnefice né più né meno come gli agenti dell’Ovra e i nazisti fecero, descrivendo fantomatici complotti ebraici; il guaio è che ci credono i primi e ci hanno creduto i secondi.

Tra Regeni che osservava da vicino  i sindacati oppositori del regime di Al Sisi e il governo di Benjamin Netanyahu che si accorda con l’Arabia Saudita per contrastare l’Iran, chi è il vero amico dell’Islam?

Lo spettacolo di un intellettuale di una certa levatura che regge le palle ad Al Sisi e alla dittatura militare egiziana fa davvero pena e mi fa con orrore esclamare: è questo un uomo?

Dionisia

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Cari amici,

condivido la scelta di Informazione Corretta di non entrare nella discussione dei media – che più che discussione vera e propria è stato un coro – sulla vicenda del giovane Regeni, ucciso la settimana scorsa in Egitto, che a causa della sua morte è diventato una star mediatica, tanto da essere chiamato per nome, lui è i suoi genitori, da tutta la stampa, anche quella che normalmente evita queste modalità da gossip. Ma credo che sia anche il caso di chiarire alcune cose che i media evitano di dire.
Faccio una premessa: non conosco gli scritti del giovane ucciso, ma mi sembra di aver capito di essere al polo opposto delle sue idee, che in rete appaiono spesso definite “comuniste” e della sua evidente simpatia politica per il mondo arabo e l’islamismo (http://www.ilgiornale.it/news/politica/giramondo-e-marxista-web-sinnamora-giulio-1220975.html). Questo non mi impedisce affatto di condannarne l’uccisione e il modo particolarmente barbaro con cui è stata realizzata. E’ ovvio che si tratta di un crimine efferato, e che i colpevoli dovrebbero essere scoperti e puniti. I giornali italiani hanno già fatto il processo per conto loro e hanno deciso che si tratta della polizia del generale Al Sisi e su questo non posso essere d’accordo. Il caso Arrigoni, quello di Giuliana Sgrena, rapita in Iraq, e di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, catturate in Siria, mostrano abbondantemente che non basta sentirsi “progressisti” e “dunque” dalla parte degli islamisti per sottrarsi alle loro azioni criminali; l’attentato in cui esplose qualche mese fa un aereo russo sul Sinai, fra cento altri episodi del genere, fa vedere anche che costoro non hanno remore a prendersela con gente innocente pur di danneggiare governi e stati che considerano nemici. Ed è chiaro che questa morte danneggia il governo egiziano, nemico degli islamisti che Regeni frequentava e di cui si fidava, come a suo tempo Arrigoni a Gaza, ben più di un normale attentato. La logica del “cui prodest” punterebbe dunque ai nemici di Al Sisi più che sul governo egiziano.

Non vi dico queste cose per convincervi di una mia verità. Io naturalmente non so come sia andata, come non lo sapete voi e i giornalisti che sdottoreggiano sugli alleati impresentabili e la dittatura che c’è in Egitto. La differenza è che io vi suggerisco di non andare subito alle conclusioni, perché al momento si sa solo che il giovane italiano è stato ammazzato da sconosciuti. Soprattutto mi sembrerebbe sbagliato trarre da questo oscuro giallo delle conclusioni sulla politica da tenere rispetto all’Egitto. La ragione è presto detta. Nell’intero Medio Oriente esistono oggi tre tipi di stati: quelli completamente falliti, in cui regna la guerra civile e la legge della giungla; le dittature violente più o meno mascherate, in cui fare l’opposizione è pericolosissimo e gli stati normali, democratici, in cui vige la legge. Questi ultimi sono facilissimi da elencare, perché nei 10 mila chilometri che separano il Marocco dal Pakistan ce n’è solo uno, che si chiama Israele. Gli stati falliti sono parecchi, Libia, Yemen, Siria, Iraq, Libano. Le dittature, che talvolta si travestono da democrazie anche tenendo le elezioni (Turchia, Iran) o da monarchie autoritarie ma benevole (Marocco, Giordania) sono tutti gli altri. E in questi posti spesso non ci sono alternative democratiche, nel senso che opposizione e governo concordano su una cosa sola: guai ai vinti, chi comanda ammazza tutti gli altri. Così è in Siria: come si fa a stare per Assad o per lo Stato Islamico? Se bisogna scegliere non è certo per la speranza che uno sia meno repressivo dell’altro.
E così è anche per l’Egitto. Mubarak, dittatore corrotto, fu abbattuto da una rivoluzione che alcuni osservatori molto ideologici si ostinano a chiamare democratica; ma questa fu presto presa in mano dai Fratelli Musulmani, che presero il potere barando alle elezioni, iniziarono subito a distruggere quel tanto di democrazia che si era affermata, e furono poi eliminati da un altro colpo di stato dell’esercito. Credere che l’alternativa al governo di Al Sisi sia la restaurazione del potere della Fratellanza Musulmana è follia, sia perché i fratelli musulmani hanno dimostrato ampiamente il loro carattere violento e oppressivo dovunque si siano insediati (per esempio a Gaza con Hamas, che ne è un ramo), sia perché la loro ideologia è molto simile a quella dell’Isis e di Al Queida, che si differenziano per dettagli tattici e per la volontà di affermazione personale e di gruppo, non certo per il rapporto con la democrazia o la tolleranza. Insomma sia Al Sisi sia la Fratellanza Musulmana sono dittatoriali; il problema è che la Fratellanza è ben più pericolosa per il suo integralismo religioso, per l’odio verso l’Occidente e l’antisemitismo, per la contiguità col terrorismo. Non si tratta del fatto che il primo sia come dicevano una volta gli americani “our son of a bitch”, il nostro figlio di buona donna. Il punto è chi è più pericoloso per il mondo e su questo non vi è il minimo dubbio.

Chi vuole combattere o danneggiare Al Sisi sta in realtà appoggiando la Fratellanza Musulmana, cioè vuole l’islamismo al potere in Egitto, con la conseguenza di stragi di cristiani e della guerra (almeno fredda) con Israele dell’appoggio a Hamas, della saldatura dell’islamismo egiziano con quello libico. Era questa fino a un paio d’anni fa la posizione di Obama, che poi fu costretto a lasciarla cadere per la sua impraticabilità. Prendere oggi a pretesto l’omicidio di Regeni per questa linea è una politica folle e suicida. Che la appoggi il solito coretto degli estremisti, dal Manifesto in giù, non fa meraviglia.
Ugo Volli

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