A Tobruk (ancora Libia?) bruciano le bandiere italiane. A Tunisi allestiamo un’Ambasciata colabrodo. Cosa vi manca per capire?

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A Tobruk si bruciano le bandiere italiane e questo elemento – da solo – dovrebbe descrivere, a degli analisti avveduti, che aria tirerebbe da quelle parti per i nostri reparti qualora mettessero i piedi sul suolo chiamato, per convenzione obsoleta,”libico”. Nel post “TUNISIA – POMPEO DE ANGELIS” abbiamo provato a delineare, grazie alla capacità di sintesi di Pompeo De Angelis, come storicamente stiano le cose e quanto siano ancora radicati i sentimenti anti-italiani a prescindere dalla parentesi affaristico-furbesca-predonesca del complice principale di Berlusconi Silvio e di tutta la sua famiglia (Paoletto per primo), Gheddafi il terrorista. Alla luce dei falò simbolici di ieri a Tobruk, possiamo solo reiterare le nostre preoccupazioni sul dilettantismo della nostra diplomazia che, ad oggi, è impantanata tra chiacchiere farneticanti renziane in ogni dove si reca a coprire le relazioni d’affari che intesse e figuracce di merda tipo India (Marò-Finmeccanica), Nigeria (Franco Lamolinara-Eni), Tunisia (vedi nostro post “CHE SUCCEDE ALL’AMBASCIATA ITALIANA DI TUNISI?“), Kazaksthan (ENI-Ablyazov-Shalabayeva), Messico (narcos e sparizioni di centinaia di giovani e giovanette), Israele dove qualcuno dei nostri diplomatici, inopportunamente per noi tutti, tiene contatti con la parte più autolesionistica e miope della classe dirigente di Tel Aviv e, regina di tutte le vergogne, il leccamento di culo puzzolente del dittatore egiziano Al-Sisi, massacratore della sua gente e del nostro compatriota Giulio Regeni, vittima sacrificale che non vi consentiremo di dimenticare. Dietro al fallimento (o spacceremo la fine di questa storia, quando avverrà, per un successo di Renzi Matteo?) della vicenda Marò, ci sono storie di nani e giganti e di un cretinetto che si volle fare Ministro della Difesa (Ignazio La Russa).

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Dietro alla fine straziante dell’ing. Lamolinara (Nigeria) ci sono le inadeguatezze dei nostri servizi segreti e della dirigenza cinica e bara dell’ENI, di ieri e di oggi. Dietro alla vicenda Ablyazov-Shalabayeva continuiamo a dirvi che oltre all’inadeguatezza del Ministro Angelino Alfano e al suo modo disonorevole di mettersi, tramite il suo Capo di Gabinetto Procaccini, al servizio di Nazarbayev, ci sono altre figure inquietanti e tra queste indichiamo, con perseveranza e senza tema di smentite, agenti al soldo di non si sa (ancora per poco) chi, quali il torinese Voarino Aurelio, strapagato professionalmente (ma che lavoro fa in realtà Voarino e di quali pratiche legali si interessa per guadagnarsi la dorata pagnotta?) dall’imprenditore Ezio Bigotti, attivo oggi anche in Giordania, dopo aver tentato, per anni, (sette?), inutilmente, mal consigliato da chi – evidentemente – era in realtà un abile spennatore/sabotatore, di sfondare dalle parti di Astana. Per continuare con i successi della nostra diplomazia, dietro alla lealtà ad Israele c’è solo lo sfrontato legame affaristico/spionistico (la cyber war) di Renzi con Michael Ledeen e Marco Carrai. Si vedrà, appena dovesse girare il vento, con quali “nazisti” è pronto a fare affari lo spregiudicato ex cattolico boy scout. In quel momento, Israele scoprirà il suo errore consistente nell’essersi fidata di un doppio-giochista, fresco pugnalatore dei suoi stessi compagni di partito. Continuiamo.

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Dietro ai silenzi osceni, per settimane, sul caso Regeni, c’è la primogenitura servile che lega il nostrano usurpatore (ma chi cazzo lo ha mia eletto questo Renzi?) al sanguinario Al-Sisi e i traffici, anche in questo caso, semplicemente affaristici. Ancora una volta Eni e Finmeccanica. Ma la questione che più ci preoccupa è quella che abbiamo ieri denunciato che, se non chiarita subito, da sola, dovrebbe dirvi in mano a chi state cari compatrioti. Ma come, mentre la Farnesina non incoraggia certo i nostri già preoccupati imprenditori che hanno i loro beni e stabilimenti in Tunisia, ammettendo i pericoli possibili, per fare “risparmi” o guadagni di “Maria calzetta”, si fanno scelte, in termini di logistica e di sicurezza, del tipo ipotizzate dal parlamentare Giuseppe Romele e non chiarite dal sottosegretario Vincenzo Amendola? Non dico avere una visione strategica che mentre si farnetica di interventi italiani in Libia, concentri sforzi a sostegno di una decisione di non ritirarsi dalla Tunisia dove (provate a ricordarlo) è scoppiata la rivolta che per semplicità si denomina “Primavera araba”, con investimenti, aiuti mirati e particolarmente indirizzati ai giovani e alle donne che devono essere – come chiunque capirebbe – i protagonisti dell’unico muro erigibile, a difesa dell’ISIS insorgente, che è quello del lavoro equamente retribuito e della crescita della capacità di difendersi, fieri della propria condizione di benessere e in sostegno di futuri possibili sinonimi di bellezza (come è bella quella terra), di giustizia sociale, di cultura ma – almeno – non steccare  sulle scelte della sede diplomatica come denunciano implicitamente i nostri funzionari in loco che, spaventati di tante maldestre scelte, si sono rivolti agli organismi competenti. L’Arma dei Carabinieri inoltre, con il personale specializzato in loco, aveva già lanciato un inascoltato allarme. La Tunisia deve essere il vero baluardo di tutta la vicenda attacco/difesa di quanto hanno in mente i seguaci del Califfo! Chi non capisce la gravità della situazione non può spacciarsi per un diplomatico o un addetto alla sicurezza. Anche perché ormai, di questa imbarazzante vicenda, le macchine autoapprendenti di cui è dotata l’ISIS sono informate e gli strateghi di Abu Bakr Al-Baghdadi ne terranno conto al momento della scelta degli obiettivi e dell’attacco. Speriamo di sbagliarci. A Nassiriya abbiamo pianto i morti e sarebbe ancora interessante sapere se potevano essere evitati quei lutti. E di chi fu la colpa di tanto strazio.

Oreste Grani/Leo Rugens che non dimenticherà mai la bellezza delle notti tunisine e pre-sahariane e, soprattuto, i morti di Nassiriya.


TUNISIA – POMPEO DE ANGELIS

La Tunisia è un promontorio che sporge dall’Africa Settentrionale e, attraverso un breve tratto di mare, accorcia quanto può la distanza con la penisola italica e in particolare con la Sicilia. I fichi di Cartagine arrivavano a Roma freschi, anche con le barche a vela quadrata. Il paese fu retto dal secolo XVI al XIX da una serie di bey, vassalli dell’Impero Ottomano, sostenuti da un armata di giannizzeri turchi. Data la vicinanza, Tunisi attrasse le minoranze italiane, in epoca moderna. Il primo nucleo di emigrati fu quello degli ebrei livornesi, che, dalla fine del Settecento, godettero dei notevoli favori della reggenza, per la loro funzione nell’importazione del marmo di Carrara da usare nei palazzi e nelle moschee, per quella del commercio dei prodotti tessili per la sontuosità dei cortigiani e soprattutto per le pratiche di riscatto degli schiavi cristiani ammassati nelle carceri di Tunisi. Tra gli schiavi, ebbe fortuna Giovan Battista Raffo da Chiavari, catturato dai pirati barbareschi nel 1770, che divenne interprete per Hussein Bey e introdusse a corte i suoi due figli: Elena, che sposò il fratello del bey Mahamud e Giuseppe, che divenne membro del Consiglio di stato e di fatto ministro degli esteri. A suo fianco, si collocò il piemontese Luigi Calligaris, che creò la Scuola Militare di Tunisi, nel 1835. Giungevano intanto gruppi di profughi che avevano partecipato ai moti insurrezionali del 1920-21 contro i governi assolutisti in Italia, a cui si aggiunsero gli esuli delle guerre risorgimentali, dopo il 1848. Arrivarono a Tunisi massoni, carbonari, garibaldini, anarchici, tracciando quella via, che sarà percorsa da Bettino Craxi, nel 1994, quando fuggì a Hammamet.

Gli italiani residenti in Tunisia, intorno al 1850, sono stati valutati in circa 4.000 unità su circa 120.000 tunisini. Tra di loro erano prevalenti le persone istruite, che collaborano alle riforme modernizzatrici della reggenza. Predominarono nei commerci, nelle banche, nell’organizzazione scolastica e militare. Agli italiani era affidato il servizio postale e una parte dell’amministrazione finanziaria. Le navi a vapore della Soc. Florio Rubattino mantenevano una linea regolare Genova, Cagliari, Napoli, Palermo, Tunisi. Tabarka, Susa, Sfax. Con i battelli arrivavano i contadini sardi e siciliani che dissodavano la terra, piantavano le vigne e lavoravano nelle miniere. Dopo l’unità d’Italia l’emigrazione verso la Tunisia aumentò e, nel 1868, fu stipulato fra i due paesi il Trattato della Goletta, che, al cittadino italiano residente in Tunisia concedeva la conservazione della propria nazionalità, l’assoggettamento al proprio consolato, il pieno possedimento dei beni immobiliari e delle licenze commerciali. La enorme penetrazione italiana in un angolo dell’impero ottomano in dissolvimento, mescolata a una popolazione autoctona poco numerosa e senza qualità professionali, creava all’Italia la condizione di “nazione favorita” della reggenza. Nel 1881, gli italo-tunisini erano più di 25.000. Costoro potevano considerare la Tunisia come la “vera quarta sponda” dell’Italia, dal punto di vista dell’emigrazione. In Tunisia esisteva la “Piccola Italia”.

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Gli italiani in Tunisia non furono sostenuti dalla politica estera del loro governo, perché la classe dirigente risorgimentale si disinteressava del Mediterraneo e persino dell’Adriatico, intimorita dalla pesantezza dei problemi di politica interna e sbigottita dei suoi confini unitari troppo grandi, rispetto a quelli dei sette staterelli precedenti il 1860. La Francia invece aveva scelto una politica espansionistica per riacquistare in Africa e in Asia il prestigio perduto per la sconfitta inflittagli dalla Prussia nella guerra del 1870-71. Per riscattarsi, la pubblica opinione francese pensò alla costituzione di un impero dell’Africa mediterranea, da Gibilterra all’Egitto, sotto il tricolore di Marianne. Gli uomini politici dichiaravano di sentirsi “troppo rinserrati in Algeria” e che era necessario alla Francia “straripare” in Marocco e in Tunisia. I 25.000 italo-tunisini non erano un argine allo straripamento: erano in fondo connessi al vecchio sistema della sovranità turca, destinati a scomparire con essa. Il ministro degli esteri italiano, Luigi Amedeo Melegari, nel 1876, rassicurava il rappresentante della Troisieme République che “il governo italiano non pensa affatto ad ingrandimenti territoriali a spese della Tunisia e non progetta alcuna annessione in quella parte.” A questo punto, nel 1881, la Francia inviò tre corazzate cannoniere di fronte a La Goulette e rafforzò le guarnigioni al confine con l’Algeria. Con la modesta giustificazione di reprimere alcune incursioni della banditesche tribù dei krumiri in territorio algerino, nel maggio di quell’anno, le truppe del generale Brèart, occuparono la Tunisia stabilendovi il loro protettorato. L’Inghilterra acconsentì alla rapina perché temeva che l’Italia fosse tentata anch’essa dall’impresa coloniale e che, stabilendosi nel paese dirimpettaio, diventasse padrone di ambedue le sponde del Canale di Sicilia. Gli inglesi dissero: “Vogliamo evitare che i due stipiti di una stessa porta marittima siano in dominio di uno stesso portiere.” In Tunisia, l’egemonia sociale italiana finì di colpo e subentrò il colonialismo francese, mentre la popolazione autoctona venne sottoposta senza riguardi, come quella algerina, all’amministrazione metropolitana di Parigi. La Turchia perdeva un altro pezzo imperiale.

La questione mediterranea era diventata centrale, dopo l’apertura dell’istmo di Suez, nel 1869. Il Canale divenne la strada più breve tra l’Europa , l’Africa Orientale e l’Asia. L’Inghilterra comprò l’isola di Cipro nel 1878 e si inserì nel Mediterraneo per dettare una nuova legge: il mondo orientale doveva essere preso, attraverso la nuova via marittima. Il canale di Suez permetteva ai vecchi inglesi lo “straripamento” sopra qualsiasi confine terrestre e sopra ogni frontiera ideologica. La Compagnia delle Indie, fondata nel 1600, per rifornire l’Inghilterra di materia prima e per dare sbocco alle merci in larga scala, non servì più e venne superata l’idea della libera impresa, che comprava le stazioni dei territori da sfruttare. I possedimenti della Compagnia passarono sotto il controllo della corona inglese, nel 1860 e da quel momento cominciò il colonialismo gestito totalmente dalle nazioni e non dai mercanti. Dietro l’Inghilterra, era partita la vecchia Francia e la nuova Germania. La Russia spasimava all’idea di sfociare nel Mediterraneo, pieno di navi della vecchia Europa e persino le navi americane vi bazzicavano prendendo parte alla lotta contro i pirati barbareschi, specialmente libici. L’Italia si mosse per ultima e stabilì la sua prima stazione coloniale, nel 1882, traversando Suez, per prendere possesso di Assab in Eritrea. Ad ogni nazione occidentale, uno sbocco coloniale: le piccole guerre!

Durante questo racconto, che riguarda la storia del Mediterraneo nel XIX secolo, ho pensato al concetto di “straripamento al di la della frontiera”. Le frontiere non sono soltanto geografie, ma sono ideologie. L’Italia era alleata dell’Austria, però la sua frontiera era ritenuta al di la di Trento e di Trieste, in possesso dell’alleato nella Triplice, che idealmente diventava il nemico principale della nazione italiana, se l’Italia voleva congiungere alla patria le due città sul confine nord-orientale, una mezzo austriaca, l’altra mezzo slave. Per “redimere” Trento e Trieste, l’Italia entro in guerra contro gli alleati del giorno prima, il 24 maggio del 1915: le grandi guerre! Le belligeranze europee sono state, in epoca moderna, il mezzo per contendere la geografia in base all’idea della grande patria. La pace è stata invece perseguita da vari paesi europei, dopo gli scontri immani, quando hanno rinunciato all’idea di frontiera nazionale per creare una vasta zona li libera circolazione delle persone e delle merci. Oggi ci domandiamo se esiste una frontiera dei 28 paesi della Comunità Europea da difendere come fosse una fede, una idea, una geografia. Me lo domando nella consapevolezza che chiudere le frontiere, abolendo il trattato di Schengen, significa tornare alla vigilia di una guerra, alla quale siamo stati avvezzati nell’era delle nazioni.

Pompeo De Angelis