Canale di Suez 2 – Pompeo De Angelis

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Ferdinand De Lesseps

L’ULTIMA MISSIONE

Ferdinand de Lesseps, a Parigi, preparava i bagagli per trasferirsi a Berna come console della Francia quando fu convocato dal conte Drouyn de Lhuys, ministro degli esteri del governo di Odilon Barrot. Gli venne annunciato che il suo incarico cambiava direzione e che era nominato ministro plenipotenziario “per sottrarre gli Stati della Chiesa all’anarchia che li rovina”. Il papa Pio IX era fuggito da Roma e si era rifugiato a Gaeta nello Stato Napoletano da dove condannò la Repubblica Romana, proclamata sul territorio dello Stato Pontificio dal triumvirato di Mazzini, di Garibaldi e di Armellini, dichiarando che “tutti gli atti da quella derivati di nessun vigore e di nessuna legalità possono essere”. Il papa si rivolgeva alle potenze cattoliche perché restaurassero il suo regno e con lui si schierarono le monarchie dell’Austria, della Spagna e delle Due Sicilie, ma la Francia repubblicana fece di più. I francesi inviarono a Roma un corpo di spedizione di 7.000 uomini, comandato da Nicolas Charles Victor Oudinot, che il 25 aprile del 1849 sbarcò a Civitavecchia. Roma era difesa da 10.000 soldati e volontari, che il generale gallico chiamava “les brigands italiens”. I “gallofrati (come li chiamava Garibaldi) furono fermati in battaglia sulla via Aurelia, prima del Vaticano, il 30 aprile, dove persero 250 uomini e lasciarono 300 prigionieri. Oudinot chiese rinforzi e l’onore francese subì un colpo per la sconfitta al primo scontro, sicché l’Assemblea Costituente di Parigi si riunì, il 7 maggio, per stabilire le condizioni di un armistizio con i repubblicani romani. Dalla tribuna dell’Assemblea, assistette al dibattito il diplomatico Lesseps. Dopo uno scontro tra i sostenitori del papa e coloro che si opponevano all’intervento militare in suo favore, venne votato un ordine del giorno che concesse al gabinetto “ogni libertà di cui si possa aver bisogno per quel che esigono la dignità delle nostre armi e l’onore della Francia.” E aggiungeva: “Non si dovrà ricorrere alla forza se non quando tutti i tentavi di accomodamento si saranno esauriti.” Il presidente della repubblica Luigi Napoleone ordinò di preparare una armata per sostenere Oudinot. Intanto il conte Drouyn de Lhuys inviava a Roma il ministro plenipotenziario Lesseps per trattare con Giuseppe Mazzini. Nel primo incontro con il leader del triumvirato, il 16 maggio, il diplomatico francese ottenne una tregua d’armi. Lesseps mandò un dispaccio al suo governo dicendo che la resistenza romana non appariva disposta a cedere e che occorrevano almeno 20/25.000 uomini di rinforzo. Trascorsero due settimane in “pourparlers”, che immobilizzavano Oudinot e permettevano intanto a Garibaldi di ricevere altri volontari. Il 1° giugno Lesseps ricevette l’ordine di rientrare a Parigi e a Oudinot quello di entrare in Roma. Nel frattempo, era sbarcato un corpo di spedizione francese, che diede ai gallici 35.000 uomini. Il 3 giugno, l’enorme esercito attaccò e occupò Villa Pamphili, Villa Corsini e Porta San Pancrazio. Il 9 giugno, il presidente-principe Bonaparte controfirmò un decreto che sottopose Lesseps al giudizio del Consiglio di Stato per il suo comportamento a Roma. L’accusa fu di aver contrastato, con una eccessiva circospezione, lo sviluppo della spedizione. Il 30 e il 31 luglio l’ex ministro plenipotenziario si difese di fronte al consiglio, ma inutilmente perché gli fu inflitto “il biasimo”. Umiliato, Lesseps chiese di essere messo a riposo. Lasciò questa memoria: “Fui inviato al sacrificio. Fui incaricato di negoziare con la Repubblica romana, cosa che non avrei voluto. Il generale (Oudinot) conosceva le mene segrete, io no. Le sue istruzioni erano diametralmente opposte alle mie. Io dovevo trattare con la Repubblica romana, trattarla come amica; lui doveva impiegare la forza. Fui considerato un capro espiatorio.” Il 3 luglio, dopo un mese di assedio, Oudinot entrò a Roma e dichiarò ristabilito il potere temporale del papa.

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UN SIGNORE DI CAMPAGNA

La suocera di Lesseps, Madame Delamelle, possedeva una proprietà agricola in località la Chernaie, a sei ore di carrozza da Parigi, incolta e con un castello in rovina. L’uomo in quiescenza si trasformò in un signore di campagna: acquistò altri 78 ettari di terreno e allargò la tenuta, restaurò la magione, introdusse le più moderne tecniche agrarie e aprì un allevamento che incrociava stalloni arabi, importati dall’Egitto, con la razza equina locale. Viveva nei campi, facendo anche lunghe marce ed equitazione, che fu la sua passione, e nuotava nel fiume. Il figlio più grande frequentava il liceo a Parigi, protetto da sua nonna, contessa Mathieu de Lesseps, mentre gli altri quattro figlioli venivano istruiti dal padre. Temprato nel corpo, felice della vita coniugale, attivo nell’azienda, passarono alcuni anni finché nel 1853 fu chiamato a Parigi, dove era tornata la calma. L’anno prima, la Francia aveva subito un altro colpo di stato, che aveva rovesciato la seconda repubblica e provocato il “Ristabilimento dell’Impero.” Il 7 novembre 1852, il principe-presidente della repubblica assunse il titolo di Napoleone III imperatore dei francesi. Accade che l’imperatore, aggiungendo alle vicissitudini politiche alcune frequenti avventure amorose, si invaghì di una bella spagnola dai capelli biondi: Eugénie, della famiglia Montijo di Granata, che era cugina di Ferdinand Lesseps. Ma Eugènie non cedette alle lusinghe del seduttore e, quando lui le chiese un appuntamento intimo, lei gli rispose che per arrivare alla sua camera bisognava passare per la cappella. Infatti, il primo passo fu in anticamera per celebrare lo sposalizio civile, il 29 gennaio e, il giorno dopo, in chiesa per il rito religioso in gran pompa. Ferdinand de Lesseps giocò un ruolo importante nella tresca, in quanto sostenne la virtù della cugina, cattolica bigotta, aiutandola a indirizzare al bene le istanze del casanova imperiale. Ed Eugénie salì al trono come la Madonna della Macarena di Siviglia, coperta di gioielli. Purtroppo, quell’anno per Lesseps, fu di lutto: morì sua madre all’età di 79 anni, il 27 gennaio; il figlio maggiore Charles, al liceo di Parigi, si ammalò di febbre scarlattina: la moglie Agathe si contagiò è mori il 13 luglio; due settimane dopo il secondo figlio, contaminato a sua volta, raggiunse la nonna e la madre al cimitero di Père Lachaise. Disorientato dal dolore, Ferdinand sognò l’Egitto, leggendo i Viaggi in Oriente di Alphonse de Lamartine e di Gérard de Nerval. Voyage en Orient, pubblicato nel 1851, gli rinverdì il ricordo delle voci serali al Cairo: “La prima sera che ascoltai la voce lenta e serena del muezzin, al tramonto del sole, fui preso da una indicibile melanconia. Che dice? domandai al drogman. «La Alla ila Allah! Non c’è altro Dio che Dio.» Conosco questa formula, ma in seguito? «O voi che andate a dormire, raccomandate le vostre anime a Colui che non dorme mai»”. Oltre la nostalgia, Lesseps condivideva la crisi di Nerval, che fu toccato dalla pazzia nel 1841. Quando guarì, i giornali parigini lo dileggiarono e gli troncarono la carriera letteraria sicché lo scrittore lasciò il presente, cioè Parigi e partì per l’Oriente, verso un mondo “altrui” in cui non sarebbe stato considerato un reietto. Anche l’ex diplomatico senti la voglia di superare la crisi tornando al diverso. La lettura del Voyage en Orient di Lamartine del 1835 lo spinse ad un’idea, seguendo le parole del suo superiore politico d’altri tempi, che gli fece rivedere l’Egitto: “L’eccesso di vita che deborda da noi può e deve assorbirsi in quella parte del mondo; l’eccesso di forza che ci forgia può e deve impiegarsi in quelle contrade in cui la forza è esaurita e addormentata, in cui le popolazioni sono messe in giuoco e si inaridiscono, in cui la vitalità del genere umano spira.” Portare il progresso in Oriente! Imbarcarsi per Alessandria! Iniziò una corrispondenza con un amico del Cairo, l’olandese Ruyssenaers e concepì un disegno fantastico, per elevare il Medio Oriente al progresso: apertura del canale sull’istmo di Suez, una ferrovia da Istanbul e Belgrado, un canale dal Danubio al Mar Nero, la canalizzazione dell’Oronte e dell’Eufrate per unire il Mediterraneo al Golfo Persico, lo sfruttamento delle foreste del mar Nero per accrescere la flotta turco-egiziana e varie imprese minerarie. Nel 1854, giunse la notizia che il viceré d’Egitto era stato assassinato e che gli succedette Said Pascià, il ragazzo che lui aveva educato quand’era console sulle rive del Nilo. Al nuovo viceré, Lesseps inviò una lettera con la quale lo omaggiava e gli annunciava l’intenzione di fargli “una visita da viaggiatore”. Alì rispose graziosamente e, prontamente, l’ex agricoltore intraprese il “voyage en Orient”. Il 26 ottobre 1854 partì da Marsiglia e arrivò ad Alessandria il 7 novembre.

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RITORNO IN EGITTO

Molta acqua del Nilo era corsa sotto i ponti del Cairo, per Lesseps, che l’aveva lasciato l’Egitto nel 1833. Dopo la morte, il 2 agosto del 1849, di Mehemet Alì, il vicereame fu governato da Abbas Himì, nipote di Alì e figlio di Tuson, successione che durò cinque anni. Abbas era un fervente musulmano che odiava i francesi, tanto amati da suo nonno. Si scagliava contro gli avventurieri stranieri che depredavano i tesori archeologi della valle nilotica. Non gli piacevano le armi, ma dovette inviare un esercito a fianco dei turchi nella guerra di Crimea; in compenso chiuse alcune scuole e fabbriche militari. Agli inglesi, concesse qualcosa, per ottenere l’appoggio della Gran Bretagna presso il Sultano di Istanbul. Era stato concesso al capitano Thomas Waghorn di costruire il tronco ferroviario da Porto Said ad Alessandria, in funzione dal 1836, ma la Compagnia delle Indie non era soddisfatta della overland route tra i due mari, che richiedeva scali, trasbordi e una enorme manutenzione delle attrezzature e delle carrozze troppo vecchie. Nonostante la xenofobia di Abbas, gli imprenditori inglesi ebbero l’autorizzazione, nel 1851, di lanciare una strada ferrata fra le due principali città. I sansimoniani, nel 1847, guidati da Linant de Bellefonds, (l’ingegnere vicereale di Alì), avevano effettuato un rilievo topografico dell’istmo di Suez dimostrando che non esisteva un dislivello fra i due mari, ma erano stati sfrattati dall’Egitto, nel 1949, dall’erede di Alì nipote non appena costui prese il potere. Abbas, personaggio cupo e integralista, sbarrò l’Egitto agli infedeli e viveva rinchiuso nel suo palazzo di Behha, collocato tra Alessandria e il Cairo, dove, il 13 luglio del 1854, venne strangolato da due schiavi. Lesseps fece affidamento sul suo allievo Said Pascià, ultimo figlio di Mehmet Alì, sicuro che il giovane francofono avrebbe riaperto il paese alla modernità. Il nuovo walì lo accolse con affetto e, per prima cosa, il vecchio maestro gli chiese un aiuto per visitare la zona dell’Istmo. Fu portato in battello, lungo un canale, fino a Damietta, poi a Port Said che apparve, venendo dal lago Manzala, con il suo faro posto su una lingua di terra che separava le acque dolci da quella salate, mescolate quando tirava il vento del Nord. A cavallo, Lesseps e i suoi accompagnatori, seguiti da una piccola carovana di cammelli che portavano l’acqua, i viveri e i bagagli, proseguirono fino a Al Qantara, un villaggio circondato da una corona di tamerici con al centro un pozzo in cui abbeverare gli animali, ma che soddisfaceva anche la sete degli uomini che transitavano dalla Siria all’Egitto. Si meravigliarono di una cisterna d’acqua dolce, rifornita dai cammelli e seppero che quel deposito era stato costruito su ordine di Mehemet Alì il vecchio, perché in quel luogo potesse mantenersi un presidio di soldati. Al Qantara era un antico incrocio di sentieri in una città scomparsa e infatti i viaggiatori del presente passarono in mezzo a un cimitero che emergeva dalla sabbia con una gran quantità di sarcofagi in granito. Trovarono un forno e un gruppo di artigiani che estraeva l’argilla e cuoceva i mattoni. Il fuoco era alimentato dal legno dei tamerici. Il viaggio andò avanti di giorno in giorno, finché traversarono la depressione di El-Firdan in cui il terreno divenne difficile per la sabbia profonda, quindi scopersero il verde intorno al lago Timsah sopra cui si eleva un altopiano da cui scorsero a distanza la montagna di Attaka vicina al borgo di Suez, a 70 km di distanza. Sull’altopiano dove sorgerà Ismailia, Lesseps vide il futuro appena accennato da un mulino a vento e da un pozzo profondo. Pensò di fondare sulla piattaforma elevata una città che avrebbe chiamato Tuson-ville. Il viaggio proseguì, ostacolato da cespugli e da arbusti, fino ai Laghi Amari. La fascia di bassa vegetazione che avevano trovato dopo Timsah proseguiva come una striscia fino a Suez e sembrava indicare la via del canale da aprire. Lesseps, giungendo a Suez, esclamò: “ Mai una impresa grandiosa ha ricevuto, in simili proporzioni, i doni preziosi della natura”. Non rimaneva che convincere Said Pascià il giovane a concedergli il permesso dell’impresa.

Pompeo De Angelis

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