Essere Testimoni

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Ognuno ha le sue fisse: io – ad esempio – continuo a chiedere il nome di chi diede l’ordine di arrestare, intempestivamente, Luigi Rosati, marito della BR Adriana Faranda .

Grazie alla specialista di cose complesse Stefania Limiti che ne riporta e commenta la deposizione, veniamo a sapere che il Maresciallo Nicola Mainardi, della Polizia di Stato, oggi in pensione, conferma (con dovizia di particolari e tardivamente è dire poco) che Valerio Morucci ed Adriana Faranda, ormai corpo estraneo alle BR, bruciati in tutti i sensi, si erano dovuti esporre per cercare di salvare la pelle, sia dalle BR (che gli davano la caccia) che dalle Forze del’Ordine, cercando passaporti falsi. Tra le BR e le Forze dell’Ordine per i due finì meglio con l’arresto da parte della Polizia. Interessanti le allusioni che questa cronaca fa relative alla carriera di Andreassi che, sia pur giovane, era già della partita nel pool investigativo in quanto mi ricordo di averlo dovuto incontrare, in quei giorni convulsi, su richiesta di Domenico Spinella e di Calogero Profeta, in Piazza Mazzini, per mostrargli personalmente (mi fecero rischiare la copertura) un condominio dove erano stati visti entrare e uscire dei fiancheggiatori (così si chiamavano), ex potere operaio, che vivevano appunto ad un numero civico proprio in quella centralissima piazza. Andreassi mi sembrò meno semplice di tanti altri investigatori e la sua carriera successiva lo dimostra. La cultura e una certa “riservatezza” lo facevano, sin da quei momenti, un predestinato ai vertici della Polizia di Stato. Passiamo ad altro.

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La questione di Giorgio Conforto, a mio giudizio, non va semplificata come si vorrebbe: nessuno ha mai detto che fu lui, in quanto KGB, a consegnare/segnalare Faranda e Morucci. Che c’entra?!?!? Nessuno attendibile ha mai fatto questa affermazione ma altrettanto si può rimuovere il fatto che due esaltati cazzafrulloni (lei per un motivo, lui per un altro), in mano, per anni, a Franco Piperno e Lanfranco Pace, per motivi ideologici e al colonnello CC piduista Antonio Cornacchia (per quali inconfessabili motivi?)  alla fine furono arrestati, in Viale Giulio Cesare, in casa di Giuliana Conforto, figlia di Giorgio. In quella casa li avevano fatti nascondere Piperno e Pace, i veri burattinai, per anni, dei due cazzafrulloni. O vogliamo dire che Morucci “pensava” a prescindere da Piperno, Scalzone, Novak, Pace, Mieli? Morucci si portò via la moglie di Luigi Rosati (quando condividevano tutti e tre la militanza in Potere Operaio), spingendola alla latitanza, con argomenti che non mi sento di affidare alla rete tanto che Luigi arrivò, nel contenzioso sentimentale che ne seguì, a dare un vero e proprio pugno in faccia (non uno schiaffo!) alla moglie sleale quando se ne era fuggita (da buona siciliana) con l’amante, abbandonando la figlia adolescente. Basterebbe chiedere coraggiosamente ai tre protagonisti se fosse vera o meno questa circostanza del “pugno” per avere conferma del mio spunto investigativo. Io seguivo la pista “sentimentale”, solo apparentemente “minore”, per prenderli (complice la gelosia e l’ira maschilista del marito) in fase precedente il sospettabile sequestro Moro/Andreotti.

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Continuo a tal proposito a non capire perché nessuno chieda a nessuno chi abbia dato l’ordine di arrestare (contro la mia indicazione tassativa), a fine gennaio 1978, Luigi Rosati, Giancalo Davoli e “altri” che non sta a me nominare (ricordandoli inutilmente così alla rete) per non sollevare ulteriori vespai dietrologici dal momento che uno di questi “altri” portava (apparentemente) lontano, in ambienti politici, di segno ideologico opposto. Non ricordo i nomi alla rete perché potrei, con superficialità,  far imboccare un altra pista sbagliata. Il solo motivo infatti per l’intima frequentazione di questo “altro” con Morucci, Rosati, Faranda, Mieli ed altri (e di conseguenza degli ambienti estremistici/terroristici) era che di Morucci, questo “altro”, era amico da ragazzetto e che, soprattutto, in quella avventura eversiva ce l’avevo messo io, a sua assoluta insaputa, perché facesse da esca, colto e intelligente quale era, per l’ambiente complesso dei cattivi maestri che da lontano guidavano l’Autonomia e provvedevano a far redigere la rivista Metropoli di cui avete altre volte certamente sentito parlare.

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Era stato costruito tutto perché l’osservatore “schermo”, colto e raffinato politicamente fosse in grado di capire chi realmente fosse strategicamente pericoloso e chi un cazzone. Le cose stavano così come me le ero prefigurate tanto che il violento esuberante Morucci di un tempo oggi è, senza arte né parte, confuso e accolto (!) tra le fila dei suoi smemorati cacciatori istituzionali.  Torno a dire, con infinita pazienza e non per depistare niente e nessuno verso Est a favore dell’Ovest, ma rimanendo in Italia che, se non si fosse preso intempestivamente (fine gennaio ’78) Rosati e compagnia, a poche settimane ormai dal sequestro, avremmo avuto molte probabilità di individuare i carcerieri (con Moro vivo) e liberarlo. Come avvenne, grazie alla stessa squadra (Improta, Spinella, Profeta) tempo dopo, nel caso Dozier, dove nessuno fu precipitoso e nessuno si fece male. Questo mi chiederei piuttosto che se Giorgio Conforto fosse del KGB o della CIA. Anche perché, senza equivoco alcuno, era del KGB. Da vivo e da morto. Pensione compresa. Giorgio Conforto e sua moglie (padre e madre di Giuliana l’ospitante!) furono insigniti dell’Ordine della Stella Rossa sovietica, nel marzo del 1975, tre anni esatti prima del rapimento di Aldo Moro e un anno dopo erano a Mosca a ritirare gli avanzi della pensione espressa in rubli. Poca cosa al cambio ma testimonianza dell’appartenenza all’URSS. Non agli USA.

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Non sto disinformando né insinuando che Conforto avesse all’epoca dei fatti a che fare, come puparo, con Moretti, Morucci, Faranda, Pace, Lojacono, Braghetti, Ligas, Balzarani e centinaia di altri. Ma non voglio neanche sentirmi dire o leggere che Faranda e Morucci sono stati trovati, nella più assoluta casualità, in Casa Conforto. Anche perché Giorgio Conforto, l’agente Dario e sua moglie, erano ancora in servizio. Anzi, per l’esattezza, vista la situazione che si aggrovigliava in Italia con tanti ex comunisti che si buttavano alla latitanza armata, gli agenti Dario e Leda, erano stati richiamati in servizio, proprio per le frequentazioni certe della figlia. Parlo anche della madre di Giuliana perché la signora, ad esempio, era persona che si andava a vedere, disciplinatamente, film su film, quando doveva avvicinare i referenti dell’Ambasciata Sovietica a Roma per consegnare i microfilm che il marito procurava “spiando” gli Esteri e il Quirinale. Non due dilettanti i Conforto ma due tra gli agenti sovietici più efficienti della storia del dopoguerra italiano. La madre di Giuliana, entrava al cinema, solitamente in centro a Roma e si sistemava seduta fino a quando chi di dovere non l’avvicinava nel buio e lei completava l’opera. Erano entrambi i genitori di Giuliana quindi agenti del KGB (e non della CIA) ed erano arrivati perfino a tenere sotto controllo il Presidente della Repubblica dell’epoca Giovanni Gronchi dopo aver attenzionato e coltivato una dipendente (agente SUZA) del Quirinale.

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Gente abilissima i signori Conforto e cercare di sminuirne la portata è un falso storico che non fa onore a nessuno. Diamo a Cesare quel che è di Cesare e all’Agente Dario quel che è di Giorgio Conforto. La figlia Giuliana non so come fosse perché non l’ho mai incontrata se non intravista in alcune assemblee, a Fisica, nel 1977  dal momento che ero ormai alla Direzione centrale del personale Rizzoli Corriere della Sera a Milano (in piena P2!) e tenevo i contatti con il gruppo – Rosati ed altri – che avevo infiltrato, con estreme difficoltà logistiche. Ricordo invece come erano Franco Piperno, Lanfranco Pace, Lucio Castellano, Guglielmo Guglielmi, Andrea Leoni, Luigi Rosati, Giancarlo Davoli, Jaro Novak, Paolo Mieli, Antonio Negri e posso affermare che una persona semplice come Valerio Morucci non avrebbe mai potuto fare un metro senza essere guidato. Dai citati o dal colonnello CC Antonio Cornacchia. O da tutti e due.

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Adriana Faranda era una donna che si era fatta prendere la mano dall’esuberanza vitale di Morucci. Punto.  La trama intelligente, prudente e audace al tempo (scusate il narcisismo), io l’avevo pazientemente intessuta ma il motivo per cui Mimmo Spinella fece saltare tutto se lo è portato – purtroppo – nella tomba. Temo che sia stato solo un cazziatone a cui non seppe resistere, ritenendo, con quegli arresti e qualche arma o documento compromettente, di tacitare il rompicoglioni ministeriale di turno e i giornalisti sempre affamati di novità. La verità/responsabilità sta in parte anche nel non aver detto, fino in fondo, a Spinella, Improta, Profeta (gli incontri, a mia giustificazione, avvenivano con modalità complesse), il contenuto delle conversazioni intercorse tre me e Luigi Rosati (e quante confidenze matrimoniali mi avesse fatto) per cui ero arrivato al convincimento che fosse pronto il salto di qualità (un’azione eclatante) e che se avessimo seguito lui, opportunamente, avremmo trovato la moglie e, con lei, Morucci, Moretti e la colonna romana. Ma io – evidentemente – sono sempre stato troppo raffinato nelle mie costruzioni investigative e, viceversa, i “cazziatoni” sono sempre stati più persuasivi di un’intelligence che in quel momento sarebbe stato presto definire “culturale” ma … quello era. Comunque, sia chiaro, non potevo dare ordini perché, come ruolo e funzione, potevo solo “influenzare”. Comunque è andata così e viva il coraggio che dopo 38 anni in molti ancora avete nel cercare la verità. Prima di tutti Stefania Limiti. Resta che Moro è stato ucciso, Dozier liberato, con intelligenza e coraggio da Umberto Improta, Domenico Spinella ed altri e, l’assessore democristiano Ciro Cirillo, grazie alla Nuova Camorra Organizzata di Cutolo e un bel gruzzolo di milioni, riconsegnato, sano e salvo, ai suoi complici politici, in pompa magna. Con l’intervento dei Servizi, già allora, poco Segreti.

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Oreste Grani/Leo Rugens che legge sempre con piacere i racconti dei sopravvissuti ma che rimane in attesa che qualcuno gli dica chi avesse dato quell’ordine inopportuno e intempestivo.  Da lì potremmo capire altro e, capendo altro, capire per certo, chi mi impedì di fare il mio dovere di cittadino al servizio dello Stato, vanificando i rischi corsi e favorendo, di fatto, la morte di Aldo Moro e la fine della sovranità nazionale che, nel Mediterraneo insanguinato, ancora perdura. Forse (e me ne scuso) per motivi personali e di età che avanza, sto dando troppo valore ai miei sacrifici di quegli anni. Forse, banalmente, dovevo pensare di più alla mia carriera (già brillante), a mio figlio, ad andare a teatro, al cinema, allo stadio. Se il risultato infatti di tutta la tragedia nazionale, che costò 300 morti e migliaia di feriti, deve essere Valerio Morucci che si è piazzato, in G-Risk – Security & Intelligence Services, limitrofo a Mario Mori, carabiniere cresciuto nei nuclei speciali antiterrorismo del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa (lui inequivocabilmente ucciso da quella mafia palermitana con cui lo Stato Italiano nelle figure di alcuni magistrati sostengono che il Mori abbia inopportunamente avuto rapporti), a suo tempo fondatore dei ROS, direttore del SISDE e – infine – Prefetto della Repubblica, il dubbio di aver sbagliato tutto e che il cazzone sono io, mi viene ormai quotidianamente. O forse banalmente (in vista della fine potrei diventare credente), Dio li fa e poi li accoppia. Che Mori si tenga Morucci. Io mi consolo con il ricordo di aver viceversa cercato vanamente (e questa è la mia responsabilità grave), di fermare quel ragazzotto semi-pariolino, fattosi comunista e terrorista per piacere alle ragazze, prima che partecipasse all’uccisione di Aldo Moro e, con quell’atto perverso, alla morte politica e culturale della mia bella Italia. Vado per i settanta e se non dico tutto questo ora quando lo esterno? Un caro saluto a Stefania Limiti, coraggiosa musa ispiratrice di questi miei vecchi e tardi pensieri.

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