Obama in Egitto – Pompeo De Angelis

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 OGGI, 8 MAGGIO 2016, ALL’ALBA SONO STATI UCCISI, ALLE PORTE DEL CAIRO, 8 POLIZIOTTI!

MEDITATE GENTE, MEDITATE!  Oreste Grani.  

QUELLO CHE SEGUE E’ IL POST ORIGINALE DI POMPEO DE ANGELIS CHE ANCORA UNA VOLTA RINGRAZIO.

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Obama sta concludendo i suoi due mandati presidenziali. Ricevette il primo il 20 gennaio 2009. Pochi mesi dopo, il 4 giugno dello stesso anno, pronunciò il discorso dell’America “nuova era” all’Università del Cairo. Alfa e omega: 2009 – 2016; inizio di una presidenza USA opposta alla precedente (dai repubblicani ai democratici); inizio del travolgimento del Grande Medio Oriente (dall’esportazione della democrazia nel mondo islamico alle guerre in corso); dal primo all’ultimo anno; dal perfetto che diviene imperfetto. Il “Time” mise Obama in copertina come “persona dell’anno” nel dicembre del 2008 e ne ripetè il titolo nella copertina del dicembre 2011, dopo la rielezione di Obama, aggiungendo “imperfetto, ma capace di far sognare”. Già era crepata la vernice del 2009.

L’alfa fu glorioso: il video del discorso egizio del 2009 fu messo a disposizione degli americani sul sito della Casa Bianca e il consigliere per l’immagine del presidente, David Axelrod, inviò una mail a decine di milioni di utenti perché ne prendessero visione. Era un discorso rivolto agli studenti laici e religiosi del Cairo o una propaganda per la nuova retorica USA? In quell’anno, il 10 dicembre, a Oslo, il neo eletto ricevette il Nobel per la Pace, “per i suoi sforzi straordinari volti a rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione fra i popoli” e anche nel suo diploma pacifista c’è una aggiunta: “Solo assai raramente qualcuno è riuscito come Obama a catturare l’attenzione del mondo …” Con quale narrazione?

La retorica di Obama è tutta nel discorso del Nilo, che cominciò con queste parole : “Sono onorato di trovarmi qui al Cairo, in questa città eterna, e di essere ospite di due importantissime istituzioni. Da oltre mille anni Al-Azhar rappresenta il faro della cultura islamica e da oltre un secolo l’Università del Cairo è la culla del progresso dell’Egitto.” Il sillogismo fu: “Bush era nemico dei musulmani; Io sono amico dei musulami. Io sono americano, Bush non è americano“ ovvero, in chiare lettere ai docenti e agli studenti: “America e Islam non si escludono a vicenda. Non devono necessariamente essere in competizione fra loro. Al contrario, America e Islam si sovrappongono, condividono i medesimi principi e ideali, il senso di giustizia e di progresso, la tolleranza e la dignità dell’uomo.” Obama raccontò ai tremila invitati, nell’aula magna universitaria del Cairo, che suo padre era musulmano, parlò della sua adolescenza in Indonesia, paese musulmano e del suo lavoro sociale a Chicago, tra i musulmani. Parlò dei tre continenti che l’avevano visto nascere, crescere e rimescolarsi, e in cui si “riconosceva” come Ungaretti nei Fiumi: “Ho pertanto conosciuto l’Islam in tre continenti, prima di venire in questa regione nella quale esso fu rivelato agli uomini per la prima volta. … Questa esperienza illumina e guida la mia convinzione che una partnership tra America e Islam debba basarsi su ciò che l’Islam è, non su ciò che non è. Ritengo che rientri negli obblighi e nelle mie responsabilità di Presidente degli Stati uniti lottare contro qualsiasi stereotipo negativo dell’Islam, ovunque esso possa affiorare.”

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L’Islam egiziano era ed è, fuori dagli stereotipi, qualcosa che Obama non disse. Alle spalle dell’università del Cairo e della “luminosa” Al-Azhar, nel 2009, c’era, a quei tempi, il regime di Mubarak iniziato 28 anni prima in continuazione di quello di Sadat, di cui il successore era stato il vice per cinque anni. L’Egitto non era più un paese “socialista non allineato” di Nasser, ma era tornato ad essere un paese “musulmano militarista”, come lo aveva fondato il kedivè Mahammet Ali nella prima metà del secolo XIX. Mubarak stava, da una quarantina d’anni, al vertice militare-politico di uno strano paese, geograficamente africano e storicamente asiatico. Obama era l’uomo nuovo e il presidente egiziano era l’uomo consumato. Lo sceicco che reggeva la scuola Al-Azhar, Muhammad Sa-id Tantawi, innalzato alla carica da Mubarak, insegnava la religione sunnita nella forma tollerante, intrisa di accademia militare, con divagazioni sulla jihad e rappresentava il pensiero medio della élite al potere. La retorica imponeva di credere che tale centro studi, avesse influenza sul milione di musulmani dei vari continenti, ma Sa-id Tantawi non era un papa e neppure il califfo dei sunniti, né era in grado di chiedere il superamento dello scisma con gli sciti. L’Egitto stava in piedi perché gli USA avevano sovvenzionato investimenti in opere e in corruzione della classe dirigente, mentre, in compenso, i faraoni della dinastia nasseriana avevano mandato a morire migliaia di loro sudditi, a fianco delle truppe a stelle e strisce nella Prima Guerra del Golfo (1991). Su una popolazione di 85 milioni di egiziani il 40% viveva con meno di 1,50 € al giorno. Apparentemente il potere sembrava perpetuarsi, ma Sadat era stato assassinato dalla Jihad islamica egiziana, nel 1981, e Mubarak aveva subito sei tentativi di omicidio, sempre a per mano dei fondamentalisti. Nel paese vigeva la legge marziale e uno stato di polizia istituito alla morte di Sadat e non più revocato. Questo era ed è un paese “afroasiaticomusulmano”, fuori dagli stereotipi.

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Official portrait of President-elect Barack Obama on Jan. 13, 2009. (Photo by Pete Souza)

Obama descrisse l’America agli egiziani: “Gli Stati Uniti sono stati una delle più importanti culle del progresso che il mondo abbia mi conosciuto. Sono nati da una rivoluzione contro un impero. Sono stati fondati sull’ideale che tutti gli esseri umani nascano uguali e per dare significato a queste parole essi hanno versato sangue e lottato per secoli fuori dai loro confini, in ogni parte del mondo. Sono stati plasmati da ogni cultura, proveniente da ogni remoto angolo della Terra, e si ispirano a un unico ideale: ex pluribus unum, da molti uno solo.” Sembrò impossibile non amare quell’America. Ma era in corso la guerra occidentale per esportare la democrazia in Medio Oriente e la guerra confligge con l’amore. Il presidente neo eletto deplorò il predecessore George Bush per l’invasione in Afghanistan e in Iraq: era caduta la testa di un dittatore musulmano e la guerra proseguiva verso altre decapitazioni. “Da molti uno solo!” L’Occidente pregno di ogni cultura e l’Islam disperso in varie culture possono globalizzarsi da molti in uno solo? Nel rintrono della storia violenta, che questo interrogativo impone, torna alla memoria il discorso tripolino di Mussolini del 1937, quello del duce italiano “Spada dell’Islam”, così riassunto da Alessandro Lessona: “Costituisce nostra massima ambizione portare i libici al più alto livello di civiltà come componenti quella formidabile realtà storica mondiale che è l’Impero italiano; questo noi otterremo con sensibilità ed equilibrio, creando una superiore armonia nella diversità dei valori spirituali ed etnici. All’Islam abbiamo provato la nostra simpatia …” (Alessandro Lessona, ordinario di storia e politica coloniale della R. Università di Roma,: “La politica italiana in Libia”, Roma 1940.). Ex pluribus unum in mare nostrum. Questa formula non preconizza la globalizzazione capitalistica, ma l’imperialismo puro.

La Tunisia rassomigliava all’Egitto, nel giugno del 2009. Era governata da Ben Alì, un militare affarista, che manterrà lo scettro per 24 anni. Tunisia ed Egitto erano due monarchie mascherate da repubblica. Si sfasciò prima il trono tunisino. Il palazzo reale a Cartagine era circondato dalla guardia repubblicana golpista; il cosiddetto presidente stava per essere eliminato da un complotto assassino; Avenue Bourghiba, a Tunisi, era invasa dalla folla che voleva rovesciarlo. Ben Alì radunò i suoi beni, e fuggì in aereo. L’Italia gli negò l’atterraggio e si rifugiò in Arabia Saudita, il 24 gennaio 2011. Mentre volava nel cielo della penisola arabica, scoppiò l’insurrezione popolare al Cairo, nella speranza che anche Mubarak se ne andasse, anche lui, in aereo. Il 25 gennaio, Piazza Tahir, divenne il centro della sommossa, il 28 gennaio, un milione di persone visse il “venerdì della collera” nelle città del Nilo, immenso corpo sociale guidato dai Fratelli Musulmani e agitato dai messaggi su Internet degli studenti. Il 2 febbraio, la scontro risultò raddoppiato e Mubarak dichiarò che non si sarebbe ripresentato alle elezioni, ma che avrebbe garantito la transizione pacifica alla riforma della Costituzione. Il 4 febbraio fu “il giorno della partenza”, festeggiato da 2 milioni di persone a Piazza Tahir e da un milione in Alessandria. Il 6 febbraio fu “il giorno dii martiri” in ricordo dei caduti nei giorni di coprifuoco sul Nilo. L’11 febbraio Mubarak rassegnò le dimissioni nelle mani dell’esercito. Fuggì a Sharm el-Shikh, troppo vicino. Il discorso del 4 giugno 2009 fu tra le cause del parapiglia che abbiamo evocato? Nei primi giorni della rivolta, il segretario di stato americano Hilary Clinton, si affrettò a dichiarare che il regime egiziano era stabile e che Mubarak rimaneva un alleato di ferro. Sul fronte opposto, la repubblica islamica dell’Iran applaudì a una svolta teocratica egiziana simile, secondo loro, a quella che aveva destituito lo Scià nel 1979 . Dichiarò il proprio sostegno alla Fratellanza Musulmana d’Egitto che era la radice popolare della destituzione del regnante. Obama concluse, a Washington, il discorso di due anni prima dicendo: “È importante che non crediamo che le uniche due opzioni siano i Fratelli Musulmani o un popolo egiziano oppresso.” L’Egitto tornò ad essere quello di prima: dollari americani e regime militarista musulmano. La retorica finì pochi mesi dopo il discorso di Obama. Sic transit gloria mundi.

Pompeo De Angelis

NOTA DELLA REDAZIONE

Il testo che avete letto è scaturito da alcune riflessioni intercorse tra De Angelis e la redazione in merito alla complessità della vicenda egiziana, anche alla luce della morte di Giulio Regeni che vede la compagine governativa vergognosamente silente e impotente. All’interpretazione molto critica di De Angelis all’operato del Presidente Obama aggiungiamo la constatazione che la complessità della condizione geopolitica del Vicino Oriente ereditata dal primo presidente afroamericano si è dimostrata superiore alle capacità di governarla. Del resto che gli USA attraversino una crisi politica spaventosa lo dimostra l’irresistibile cavalcata di Trump così come, tempo fa, la defenestrazione del capo della CIA Petraeus a causa di una imperdonabile allegria extraconiugale. Insomma anche otto anni di governo, per quanto indirizzato soprattutto a risolvere la crisi economica interna, non sono sufficienti – la buona volontà o le dichiarazioni non servono a nulla – a contribuire a costruire pace e stabilità in un’area del mondo antica e colta, ma soprattutto in mano a chi la Pace ha dimenticato cosa significhi.

Dionisia

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