Auguro a Severino Antinori pronta guarigione e luce sugli avvenimenti

   

Ho conosciuto Severino Antinori, nella radiosa stagione delle mazzate che quotidianamente volavano nella primavera del ’68, in Italia e in mezza Europa. Lui, prudentemente, tra i primi, indossava un casco da motociclista, semplice, di quelli non integrali. Io, a capo scoperto. A lui e al suo coraggio (ovviamente non solo a lui) si deve se dei ragazzotti (centinaia) ingaggiati da Giulio Caradonna (MSI) non riuscirono a “liberare” con la violenza, la Facoltà di Lettere, da mesi occupata e centro della “rivolta studentesca di sinistra”. Ho il ricordo indelebile di Severino, con un gran bastone in mano, che non arretra di un centimetro, sulla scala che conduceva alla Facoltà intento a menare fendenti. Un studente/tipaccio ma, negli anni successivi, uno scienziato laico che ho seguito tramite la stampa nella sua battaglia d’avanguardia con simpatia. Non entro nel merito delle sue donne anziane fatte divenire madri ma non posso non ricordare un’altro momento in cui, incontrandomi a san Lorenzo in Lucina, sotto il mio ufficio dell’epoca, presentandomi alla moglie (una Trudy immensa con le labbra disegnate di rosso come nessuno al mondo più faceva) mi volle descrivere suo amico e compagno di coraggio e di lotte estreme come oggi io ho ricordato lui. Ritengo che, negli ultimi anni, la guerra con le figlie e la moglie, non gli abbia giovato e, in tarda età (sostanzialmente Severino è un mio coetaneo), lo possa aver esposto a qualche “rappresaglia”. A prescindere da quello che ha fatto da scienziato troppo coinvolto nel suo voler andare oltre ogni ragionevole confine, sono dispiaciuto di una sua eventuale solitudine, tristezza o malattia.  Oltre alle eventuali accuse “alla  Enzo Tortora” di cui Antinori, era, in tempi non sospetti, uno strenuo difensore. Anche quando alcuni dubitavano dell’onesto presentatore.

Che rimanga comunque nella rete il mio personale saluto all’amico e compagno di quella stagione di “violenze” attuate in piena consapevolezza e “necessità”.   

Oreste Grani/Leo Rugens