Il canale di Suez 3 – Pompeo De Angelis

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Scortzis and Co. Landscape with the pyramids at Giza, RPPC, C1915

Di ritorno dall’escursione nell’istmo, Ferdinand Lesseps trascorse alcune settimane nell’isola di Gezira, che si forma nel Nilo al centro del Cairo, dove s’innalzava il palazzo reale costruito da Alì Pascià, nel 1830. Il nuovo viceré d’Egitto, Said, lo ospitò e cedette subito alle proposte del suo antico insegnante e al fascino della Francia cedendogli il permesso di costituire una Società per la messa in opera di un canale marittimo aperto alla navi di ogni nazione e il cui sfruttamento poteva durare per 99 anni a partire dall’apertura della via d’acqua. Il canale doveva essere marino e non doveva sfruttare le acque dolci del Nilo. Nell’accordo, le quote venivano suddivise in 15% per il governo egiziano, in 10% per Lesseps ed eredi, in 75% per i futuri azionisti. Il 10 maggio del 1855 la concessione venne formalizzata con una lettera d’impegno, che aveva questa introduzione: “Al mio devoto amico, di nobile nascita e di rango elevato, Monsieur Ferdinand de Lesseps. La concessione accordata a la Compagnie Universelle du Canal Maritime de Suez, che dovrà essere ratificata da S.M.I. il Sultano, io ve la rimetto in questa copia affinché la conserviate per i vostri doveri. In quanto ai lavori relativi al taglio del canale di Suez, essi non potranno cominciare che dopo l’autorizzazione della Sublime Porta…. Said Pascià, khedivé d’Egitto”.

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La Francia era tornata ad essere la nazione prediletta del vicereame egiziano e un cannocchiale che accorciava la distanza tra due paesi molto lontani. Bisogna sottolineare che il paese africano ricevette, dalla fine del Settecento, la spinta verso l’ideale della modernità da solitarie figure francesi, mentre gli inglesi, badando al pratico, avevano scelto di costruire ferrovie per far transitare le spezie dal Mar Rosso al Mediterraneo con la traballante strada ferrata di Thomas Waghom del 1836. Nel momento che Lesseps, nel 1854, sbarcava ad Alessandria, la Bank of Egypt stava finanziando la costruzione della ferrovia da quella città al Cairo, per il trasporto del cotone e del grano e per i brevi spostamenti dei fellahs: opere ordinarie per sollevare appena un mercato del sottosviluppo. Invece, i giovani intellettuali dell’epoca dei lumi e dell’enciclopedia avevano agito spiritualmente e creato l’identità di un Egitto mai raccontato. Alla spada fu sostituita la penna e la prima rivoluzione in Medio Oriente fu culturale e parallela alle armi. Erano centosettanta gli studiosi al seguito dell’Armée: ingegneri, geografi, cartografi, naturalisti, archeologi, letterati, pittori, stampatori, che crearono la “Description d’Egypte: ou recueil des observations et des recherches qui on été faite en Egypte pendant l’expedixion del l’Armèe française publiè par les ordres di Sa Majeesté l’Empereur Napoleon le Grand ”, portata a termine da Edme-Francois Jomard, opera collettiva in 10 volumi di testo e 13 di tavole geografiche e pittoriche. La “Description d’Egypte” pubblicata tra il 1809 e il 1928, svelò il volto imbacuccato dell’impero turco-mamelucco.

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Jomard rilevò una parte della toponomastica, elaborò la statistica del Cairo (1) e disegnò la carta d’insieme dell’Egitto e della Siria, ma non fu solo geografo (la professione più apprezzata dai colonialisti), ma vide il Cairo sotto la luna e le vestigia di Kasr Karoun alla luce delle fiaccole, con sentimenti eccitati. In lui trascorse il tempo fra l’illuminismo e il romanticismo. In “Description de la ville et de la citadelle du Caire” (1822) scrive: “Che mi si permetta di ritornare sul magnifico spettacolo che il viaggiatore ha sotto gli occhi, quando, dall’alto della Cittadella, passeggia con lo sguardo verso il Cairo, ed ha davanti una delle più imponenti prospettive che si possono immaginare; molti artisti hanno cercato di tracciarne l’immagine, ma nessuno, secondo me, c’è riuscito e forse è impossibile farlo completamente. … Questo grande insieme commuove lo spettatore il più freddo, sprofonda il filosofo nella meditazione, l’artista nell’entusiasmo e l’uomo più indifferente nel sogno e nella contemplazione. Si fa fatica a distaccarsi da questo magnifico spettacolo unico nel globo.” Abbiamo in Jomard un ingegnere-geografo sopraffatto dalla visione, più romantico di un Lamartine o di un Nerval, che diede corpo alla passione francese per l’egittologia e per l’orientalismo. La terra dei faraoni divenne la sua seconda patria; rintanato a Parigi, carico di rimpianto, la memoria della spedizione del 1798 si trasfigurò in lui in un’aquila napoleonica che planava nel cielo d’Oriente. Jomard ritornò in Egitto nel 1830 e trovò il viceré Ali preso nel vortice della fondazione militarista del regno post-mamalucco, ma si ostinò a parlargli di progresso tecnico, di telegrafo, di vaccinazioni, di agricoltura, d’istruzione e riassunse poi il suo credo in “Coup d’oeil impartial sur l’état present de l’Egypte, comparè à sa situation anterieure”, pubblicato nel 1836, in cui rivelò la sua delusione dello stato degli Alauiti e della popolazione dei fellah e dei beduini, che non meritarono più il titolo di degni eredi dell’antichità d’Egitto; finché il suo entusiasmo risorse, quando seppe che Lesseps aveva in mano la Convenzione del Canale di Suez firmata dal figlio di Alì, il khediwé Said Pascià. Il progetto di Lesseps gli apparve come la conclusione felice della missione dei centosettanta “savants” di Napoleone I.

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Enorme fu l’influenza del medico Clot sull’Egitto di Alì Pascià e di suo figlio Said. Lesseps e Clot avevano combattuto insieme la epidemia di peste bubbonica che aveva devastato l’Egitto, nel 1834-35. Dieci anni prima, il khedivè Alì aveva chiesto un medico per organizzare un ospedale militare necessario alla sua politica belligerante. Florent Tourneau, commerciante provenzale istallato ad Alessandria, contattò a Marsiglia il chirurgo Antoine-Barthélemy Clot, un uomo sulla trentina con cui firmò un ingaggio il 22 dicembre 1824, per fargli esercitare la professione a sud del Mediterraneo. L’avventuroso prescelto radunò i suoi libri di medicina, comprò una quantità di strumenti di chirurgia e uno scheletro. Con questo bagaglio, il 21 gennaio 1825 s’imbarcò sulla “Bonne Emile”, arrivò ad Alessandria e raggiunse, a quattro leghe al nord del Cairo, il campo di Khanka: una caserma che ospitava cinquanta-sessantamila soldati. Fuori del trincerato esisteva un ospedale in rovina con più di mille ricoverati curati da personale impreparato. Tra i feriti e i febbricitanti la mortalità era molto alta a causa dell’incuria, del mal nutrimento e della sporcizia. Con i mezzi del viceré, il dottor Clot, in un anno e mezzo, riuscì a costruire, a Abou-Zabel, un ospedale efficiente di millecinquecento letti e istituì una scuola di medicina addossata al nosocomio, frequentata da centocinquanta giovani allievi delle scuole coraniche del Cairo. Reclutò in Francia i docenti e superò il rifiuto degli studenti musulmani per lo scheletro, rassicurandoli che era di un “cane di infedele”. Per la dissezione convinse gli ulema che i cadaveri che usava erano di esseri dell’Africa Nera, che non avevano l’anima. Nel 1828, completò l’istituzione sanitaria con la Scuola di Farmacia e la Scuola di Veterinaria. Riuscì anche ad adoperare sedici schiave per curare le donne con malattie veneree e per assistere le partorienti in un ospedale femminile, diretto dalla signorina Fery, reclutata alla Maternità di Parigi. Così nacque, in tre anni, la scienza medica e la pratica ospedaliera nel vicereame d’Egitto degli anni Venti del XIX secolo. Due epidemie di colera obbligarono Clot a distogliere la sua equipe da Abu-Zabel in soccorso della popolazione civile, nel 1831 e nel 1834-35. Dopo il primo flagello, per riconoscenza della generosità dello sforzo dello straniero, Alì nominò Bey il suo medico militare, un titolo che mai era stato concesso a un non musulmano e gli conferì il grado di colonnello dell’esercito. Durante il secondo flagello Clot Bey e il vice console francese Lesseps combatterono la peste bubbonica in prima linea e diventarono solidali. I destini dei protagonisti franco-egiziani si saldavano. In Francia, Clod beneficiò dell’appoggio di Jomard, che lo indusse a pubblicare, nel 1836, “Aperçu général sur l’Egypte” un grosso volume in cui il paese è descritto nelle trasformazioni avvenute sotto il governo di Alì, in capitoli dedicati ai costumi e alle usanze popolari, alla letteratura e all’arte, al governo e alle istituzioni con particolare attenzione all’esercito e alla marina militare. Seguono le notizie sulla pubblica istruzione, sull’organizzazione del servizio medico e sulle vie di comunicazione trasporti. Lesseps entrò in possesso del libro quando faceva l’agricoltore e lesse con interesse gli ultimi capitoli dedicati ai canali dell’estuario e alle dighe del Nilo. Intanto, Abbas Pascià, il nipote di Alì era salito al soglio d’Egitto. Essendo un reazionario, si mise all’opera per distruggere quanto Clod Bey aveva creato dal nulla e costrinse il medico a tornare in Francia, talmente disorientato che il l’ex capo medico dell’Egitto, per cinque anni, girò per l’universo mondo visitando le grandi istituzioni scientifiche dell’Europa. Lesseps, in quello stesso lasso di tempo gestiva l’azienda agricola della Chernaie. Entrambi desideravano l’Egitto come teatro delle loro personalità. Dopo l’assassinio di Abbas e l’ascesa di Said, il signore di campagna partì per l’Egitto alla fine del 1854 con lo spirito dell’imprenditore industriale e il medico Bey, richiamato dal khedivè, tornò al Cairo, all’inizio del 1856, con l’incarico di ripristinare il sistema sanitario distrutto. Rimase in Egitto fino all’esaurimento delle sue forze fisiche, rimettendo in funzione sia la medicina militare che civile, finché chiese a Said di rientrare definitivamente in Francia. Il trasferimento avvenne alla fine del 1858. Nel 1860, fu accolto nell’Accademia di Marsiglia dove pronunciò un discorso per applaudire all’azione di Lesseps per il taglio del canale di Suez.

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Nel crogiolo napoleonico fu forgiato un rampollo, Maurice Adolphe Linant de Bellefonds. Suo padre, Antoine-Marie, luogotenente di vascello lo vide nascere nel 1799, durante la guerra nell’Atlantico fra la Francia e l’Inghilterra. Il compito della nave di Bellefonts padre era scortare i bastimenti commerciali che transitavano fra il porto di Lorient in Bretagna e quello di Quebec in Canada. Il ragazzo, in attesa di veder comparire all’orizzonte la vela tanto attesa studiava matematica e pittura, come gli era stato ordinato dal capo famiglia. A quindici anni, prese una sorta di diploma, che gli consentì di entrare in marina. L’anno dopo, partecipò a una spedizione per i rilievi geografici sulle coste di Terranuova e del Canada. Nel 1817, fu ingaggiato dal conte Louis de Forbin, che insieme ad altri pittori, con la nave “Cleopatra”, partiva per visitare la Grecia, la Siria e l’Egitto per dipingere panorami esotici. La moda dei pittori orientalisti francesi, che in gran parte non si spostavano dal loro atelier, comportava per gli avventurieri che si mettevano in viaggio non solo dipingere “paesaggi”, ma rilevare le mappe dei paesi, che rientravano nella politica estera di Parigi, prima che in quelle zone scoppiasse la guerra fra gli imperi. Linant de Bellefonds, compiuta la missione, non tornò in patria, ma si arrestò in Egitto e si aggregò a varie spedizioni archeologiche che studiarono e disegnarono, dalla Nubia alla Giordania (Petra), le tracce dell’antica civiltà. Edme-François Jomard pubblicò, nel 1823, le illustrazioni di Linant in “Voyage à l’oasis de Syouah”. Infine , nel 1831, la “Société de Géographie”di Parigi affidò a Clot il comando di una equipe per scoprire le sorgenti del Nilo, ma il governo del Cairo proibì la ricerca e Alì Pascià scelse l’esploratore-disegnatore-archeologo per scoprire le miniere d’oro di Etbaye. Così Linant entrò nell’orbita del viceré egiziano. Lavorò la modernizzazione della rete di canali irrigui dell’Alto Egitto e alla costruzione delle dighe sul Nilo. Nel 1834, entrò in relazione con il vice console Lesseps e visitò con lui la regione dell’istmo progettando il collegamento fra i due mari. Vent’anni dopo, Linant fu nominato ingegnere capo dei canali, ponti e stradee Lesseps ottenne il permesso vicereale di effettuare l’apertura del canale da Suez a Peluse.

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Sembrò tutto facile. Lesseps si recò a Istanbul e ottenne dal sultano una ratificazione tacita della convenzione con il viceré, ma sperimentò anche l’opposizione dell’ambasciatore inglese Stratford de Redcliffe, che espresse il parere contrario del suo governo a una iniziativa che poteva cambiare il commercio del mondo. Di ritorno al Cairo, il francese trovò una lettera della sua cugina l’imperatrice Eugenie che diceva: “L’Imperatore mi incarica di dirvi che bisogna rinunciare alla vostra chimera. Perseguirla significherebbe scatenare una guerra fra La Francia e l’Inghilterra: Addio al nostro bel sogno.” La regina Vittoria, in occasione della visita di Napoleone III a Londra nell’aprile del 1855, sentenziò: “Sire, Noi abbiamo un legame d’amicizia, stretto al momento della guerra di Crimea; ma Voi potreste distruggere tutto questo con il canale di Suez. I miei ministri dicono che lo si fa contro l’Inghilterra”. Qualche mese dopo, a novembre, restituendo la visita alle Tuilleries, ribadì: “I miei ministri insistono nel loro sentimento. Vostra Maestà può influire nell’affare; vi sono diversi mezzi: la stampa, l’autorità che Voi avete, i vostri ambasciatori e il nostro appoggio a Costantinopoli per distruggere questa società.” Lesseps si mosse subito per l’Inghilterra, dove tenne 22 conferenze in 45 giorni e suscitò il parere favorevole dei grandi mercanti e trovò un acerrimo nemico nel ministro degli esteri Palmestorn, che bollò quei trafficanti bramosi della fortuna futura attraverso il canale, con il titolo di “capitalisti gobemouches” , cioè capitalisti creduloni come i passeri.

Pompeo De Angelis

(1) In “La ville du Kaire” di Jomard, la popolazione della capitale era di 263.000 abitanti di cui 238.000 musulmani e, di altre religioni, erano10.000 copti, 5.000 siriani, 5.000 greci, 3.000 ebrei e 2.000 armeni.

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