Di Regeni ce n’è uno, tutti gli altri sono patrioti egiziani

image

Graffito di artista egiziano

RegeniLeaks, per smascherare le menzogne del regime di al Sisi
L’Espresso ha creato la piattaforma protetta Eleaks per raccogliere testimonianze di whistleblower sulle torture e le violazioni dei diritti umani. Per chiedere giustizia per Giulio e per tutti i Regeni d’Egitto
Di Marco Pratellesi Vedi articolo completo

La prima buca delle lettere anonima che ho visto nel web è quella presente nel blog di Beppe Grillo, il quale ha esteso lo scudo della rete ai blogger denunciati nonché ai lavoratori che denunciano truffe, evasioni fiscali o corruzione.

Mi sbaglierò, ma non avevo mai visto in Italia un’iniziativa del genere, un atto politico significativo come non se ne vedeva da tempo, per quanto difficile da governare e da interpretare, al limite un esempio dell’ennesimo scazzo interno alle strutture che sovrintendono alla sicurezza del Paese.

Non sfugge a nessuno che il protagonista della vicenda, anche questa volta, è il web, per quanto quel web anonimo che riteniamo pericoloso se maneggiato senza cautele, un po’ come infilarsi in una dark room negli anni Ottanta…

Scopo dell’iniziativa, secondo l’Espresso, è denunciare i “mille Regeni” scomparsi o torturati in Egitto; in questo non sono d’accordo, giacché Regeni non era un egiziano patriota o “terrorista”, bensì un italiano, ricercatore per conto di Cambridge, e chi non vuole vedere la differenza mi diventa sospetto immediatamente giacché o è scemo o fa lo scemo.

Questa è la verità rimossa, la verità che il “vicepresidente della Camera dei rappresentanti del Cairo: Soliman Wahdan ha insinuato che il ricercatore italiano potesse essere «una spia», spiegando che se ciò fosse dimostrato «si creerebbe un problema enorme tra l’Italia e l’Egitto»“.

Regeni è morto da spia, punto e basta:

Una verità raccontata dall’ex colonnello della polizia egiziana,
Omar Afifi, dal 2008 rifugiato negli Usa, che in una intervista a l’Espresso non ha esitato a indicare le responsabilità: «Il capo di gabinetto di Al Sisi, Abbas Kamel, che lo ha fatto trasferire per farlo interrogare dai servizi segreti militari; il generale Mohamed Faraj Shehat, direttore dei servizi segreti militari. Naturalmente il ministro degli Interni Magdy Abdel Ghaffar e il presidente Al Sisi erano al corrente già dal trasferimento. Sono anni che nessun cittadino straniero può essere interrogato senza che 
gli Interni lo sappiano. È il regolamento 
ed è sempre rispettato».

Piaccia o non piaccia ciò che Regeni fosse o non fosse, al-Sisi ha voluto dare un segnale forte e chiaro al mondo e ai suoi nemici e questo segnale è stato condiviso dai suoi sostenitori, Rights Reporter per esempio, questa è la verità. Fatevene una ragione.

A cosa miri l’Espresso è difficile dirlo, giacché pare più una improvvisata operazione di marketing piuttosto che una ragionata operazione di intelligence, per quanto qualche fattura o qualche suggerimento saranno pur girati.

Mi chiedo come sia possibile che un affare di Stato quale la morte per tortura di un italiano in Egitto possa diventare materia si sussurri o bisbigli di un settimanale che diventa così un aperto concorrente dell’AISE. Mistero.

La redazione