Il canale di Suez 5 – Pompeo De Angelis

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La favorita del sultano

Chiuso nel palazzo di Kasr-el Nil, al Cairo, per assistere Said Pascià afflitto da oftalmia, Lesseps era alloggiato in un appartamento dalle grandi finestre con vista sulle piramidi di Giza, dove meditò le misure da prendere per neutralizzare le bordate di Lord Palmerston contro i buoni rapporti franco-egiziani e quindi contro l’impresa del canale fra i due mari, seppur dichiarata internazionale e neutrale. In Inghilterra, il primo ministro si rendeva conto che il viceré d’Egitto Alì Pascià stava realmente sostenendo una iniziativa industriale e commerciale d’importanza planetaria, che lo rendeva più forte nei confronti del sultano di Costantinopoli, sulla scia d’indipendenza di suo padre Alì e di suo fratello Ibrahim che avevano attaccato la Porta nel 1839. E Palmerston organizzò i nemici.

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The Edinburgh Review”, iniziò la campagna avversa, in cui affermò l’assurdità di aprire un corridoio per i velieri nel deserto e in cui vennero evocati i fantasmi dei soldati di Cambise, o degli arabi con le loro carovane soffocati e sepolti dalle sabbie infuocate dell’istmo. I giornali, indirizzati dal governo inglese, scrissero che le navi non avrebbero potuto gettare l’ancora nel fondale sabbioso del Mar Rosso, che il limo del Nilo avrebbe interrato l’approdo di Péluse, che 200 milioni di franchi non sarebbero bastati a finanziare l’opera e che il denaro degli azionisti sarebbe andato perduto. Lesseps, in una lettera a Madame Delamalle del 7 febbraio 1856 scrisse: “Convengo che bisogna attendersi di tutto dall’egoismo inglese, ma John Bull ha generalmente coscienza della situazione; ora, questa situazione non gli permette di subire il bando dell’opinione pubblica europea, di smentire apertamente il suo programma apparente di progresso e di libertà commerciale e di smascherare le sue batterie di politica esclusiva.” Per mostrare la buona volontà del Pascià verso gli inglesi, con un gesto simbolico, convinse Said a concedere a mister Leon Gisbon, britannico, l’autorizzazione a collocare una linea telegrafica dall’Inghilterra alle Indie, che sarebbe passata da Alessandria a Suez, per proseguire fino a Massaua e Aden: “Impiegai tutte le mie cure a far trionfare il principio liberale della libera comunicazione telegrafica dell’Inghilterra con i suoi possedimenti orientali, attraverso il territorio egiziano.” L’intraprendente francese si immedesimava nel ruolo di paladino del liberalismo e decise di mostrarsi in tal veste al gran pubblico di Londra. Transitò per Trieste, dove aveva fissato un appuntamento con Negrelli, l’ingegnere italo-austriaco che più aveva guadagnato la sua stima tra tutti i membri della Commissione Internazionale.

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Partì il 18 febbraio per raggiungerlo e ricevette una accoglienza “eccellente” del vecchio principe Metternich (aveva ottantaquattro anni) e dei suoi ministri Bruck e Toggenberg, pronti a condividere il progetto dell’apertura dell’istmo africano. Con Negrelli, stabilì la tattica del contrattacco, provocando “agitazioni da per tutto”, senza che il lavoro preparativo sul campo si interrompesse di un solo giorno. Dall’inizio dell’anno, due brigate di ingegneri e di geologi, sostenuti da un battaglione del genio, eseguivano i rilievi e i sondaggi metro per metro sull’intero percorso dell’immaginato canale. Tra le tattiche elaborate con Negrelli, fu prevista la pubblicazione di un giornale, organo della Compagnia dell’Istmo, “strumento di pubblicità”, da editare al più presto. Il viaggio di Lesseps proseguì per Torino dove incontrò il conte Benso di Cavour che gli assicurò l’appoggio del Regno di Sardegna. Accanto al premier piemontese, trovò il barone di Manteuffel, rappresentante della Prussia che promise altrettanto. A Parigi, Saint-Hilaire gli raccontò che il presidente del Senato in occasione del battesimo del principe reale aveva detto: “L’Oriente e l’Occidente, che si cercano dal tempo delle Crociate e cominciano adesso a ritrovarsi, sposeranno i due mari e le loro rive per farci scorrere i flutti benefici delle idee, delle ricchezze e della civiltà”. A cui Napoleone III rispose: “Educherò mio figlio nel sentimento che i popoli non devono essere egoisti e che la tranquillità dell’Europa dipende dalla prosperità di ciascuna nazione.” Al di la della retorica, Lesepps capi che la Francia chiedeva alla Compagnia di abbassare la tensione con l’Inghilterra, ma che il fronte anti britannico non dispiaceva all’imperatore. Il Ministro degli Esteri francese, conte Walewski, fissò un incontro tra Lesseps e Lord Clarendon, ministro degli Esteri inglese, che avvenne nella sede dell’ambasciata di Parigi, il 13 aprile 1857. Lord Clarendon affermò: “Se noi abbiamo espresso dei dubbi sull’opportunità della vostra impresa non è da un punto di vista commerciale, ma unicamente dal punto di vista politico dell’impero ottomano, perché temiamo che il taglio dell’istmo darà troppa importanza all’Egitto e verranno turbati i suoi rapporti con la Turchia. Quello che ci preoccupa è l’autorità della Porta sull’Egitto, della quale il viceré pare, fino al presente, non tener conto.” Lesseps rispose: “Tuttavia l’impresa è stata accettata in linea di principio dal sultano, come è dimostrato da una lettera dei visir indirizzata al viceré e resa pubblica.” E aggiunse: “Oggi, Mohammed Said Pascià sta facendo proseguire fino a Suez i lavori della ferrovia di una impresa inglese, che sarà probabilmente e felicemente terminata alla fine di quest’anno. Né la Porta, né la stessa Inghilterra hanno ancora pensato a elevare qualche reclamo contro la mancanza di una autorizzazione imperiale.” Clarendon replicò: “Non vedo l’impossibilità di intenderci. Poiché andate a Londra, vogliate intrattenere Lord Palmerston sull’oggetto della nostra conversazione.(1)

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L’incontro con il premier britannico, a Londra, fu tempestoso: “ Ho trovato Lord Palmerston sempre l’uomo del 1840 –scrisse Lesseps – pieno di diffidenza e di pregiudizi nei confronti della Francia e dell’Egitto.” Cosa successe nel 1840? Nel 1839, il sultano dell’impero ottomano aveva ordinato al suo generale Hafiz Pascià di cacciare gli egiziani dalla Siria, occupata da Ibrahim, figlio di Alì e fratello di Said, soggiogata militarmente, fin dal 1833. Arrivati alla guerra, lo scontro fra Hafiz e Ibrahim, avvenne nella battaglia di Nezib, ad est di Aleppo. L’armata jihadiye d’Egitto riportò la vittoria e l’esercito turco fuggì lasciando cannoni e salmerie. La strada per Istanbul fu presa da Ibrahim con l’intenzione di obbligare il sultano a rendere ereditari i vicereami di Egitto e Siria a vantaggio di quella che padre e figlio chiamavano “la nostra Sublima Famiglia”. L’Inghilterra e l’Austria entrarono nel conflitto per sostenere la Porta e dichiararono che le pretese di Mehemet Alì dovevano cessare per sempre. La Francia si schierò con il Pascià egiziano. Gli interessi francesi nel Nord Africa erano ormai evidenti: nel 1830, avevano preso l’Algeria e il bey di Tunisi tremava in vista dell’arrivo imminente delle cannoniere pronte a salpare da Marsiglia. La politica colonialista delle potenze europee era in grande fermento. Comparvero, nello scacchiere del Nord Africa e del Medio Oriente, Palmerston e Walewski, ministri degli esteri rispettivamente dell’Inghilterra e della Francia. Palmerston si considerava un nemico personale di Alì e Lord Ponsomby, suo ambasciatore a Costantinopoli, giurò, nel 1840, al gran visir turco che lo scopo della politica inglese e ottomana era di ributtare nudi nel deserto Mehemet Alì e la sua discendenza. Walewski, in rappresentanza del re di Francia Luigi Filippo, spalleggiò Alì Pascià nelle trattative per la pace del 1841 e l’Egitto rimase alla Sublime Famiglia con diritto ereditario. Lord Palmerston, quindici anni dopo, ribadì a Lesseps che vedeva nella politica francese il proseguimento dei machiavellismi di Luigi Filippo o del suo governo che pagò, durante la guerra, le spese delle fortificazioni di Alessandria per avere più influenza su quel vicereame. “Il canale di Suez sarebbe una conseguenza di tale politica.” Il Lord pretese di essere più ingegnoso di tutti gli ingegneri d’Europa e ribadì che “l’esecuzione del canale è impossibile.” Concluse palesando aspramente la sua inimicizia all’intrigante affarista francese e al viceré del Nilo. Esclamò: “Mahamed Said Pascià è un turco come un altro, forse peggio di un altro e non ha la perseveranza necessaria a sostenere una impresa di gran fatta.” Il disprezzo verso l’impero ottomano, di cui si ergeva a protettore, fu evidente in queste parole. Lesseps replicò: “ La Turchia eviterà la rovina solo se entrerà nel movimento di progresso europeo.” Il premier inglese portò la questione in parlamento dichiarando il suo forte no al disegno “machiavellico, immaginato per separare l’Egitto dalla Turchia e per favorire non so quale piano d’aggressione e d’invasione premeditata contro l’impero inglese dell’India.” Sul fronte opposto, funzionarono alcune iniziative di agitazione. Il Commissario Mac Clean organizzò un convegno di una trentina di ingegneri e di capitalisti, il 19 aprile, al Trafalgar Hotel, e Lesseps esercitò il suo fascino di persona lungimirante e di uomo capace sui convenuti. Il miraggio dell’impresa straordinaria coinvolgeva il popolino di Londra: mister Wyld, geografo della regina, nel suo stabilimento a Leicester Square, aveva costruito un rilievo plastico in cui mostrava come si navigava attraverso l’istmo e spiegava i vantaggi di quel passaggio rispetto al giro del Capo dell’Africa. Le gente faceva la fila per assistere alle dimostrazioni. Lesseps venne ricevuto dalla regina e il principe Alberto si intrattenne con lui nel suo gabinetto di lavoro e gli confessò che il duca di Brabante, il duca di Cambridge e Lord Sheffield, presidente della Società Geografica, si erano dichiarati a favore dell’impresa, D’altronde Lord Palmerston non era il preferito di corte.

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In quei giorni la municipalità di Melbourne propose la costituzione di una “Compagnia Europea Australiana di Navigazione a Vapore” sulla linea di navigazione sollecitata da Lesseps: una rotta postale da Southampton a Melbourne che avrebbe consentito il viaggio in 53 giorni a navi da 2.200/2.500 tonnellate dotate di una forza di 500/530 cavalli. Avrebbero impiegato 14 giorni da Southapton ad Alessandria, 4 giorni per raggiungere Suez in carovana, ma intanto si stava costruendola ferrovia inglese su quel tratto, quindi imbarco su una seconda nave gemella che in 35 giorni sarebbe giunta a Melbourne. La CEANV prometteva un risarcimento di £ 1,250 per ogni giorno di ritardo. Infine, l’apertura marina dell’istmo avrebbe fatto scomparire i 4 giorni di tragitto terrestre. Il governo di Melbourne si impegnava ad erogare una sovvenzione all’impresa di £ 75mila. La rotta atlantica dei favolosi clipper a vele quadrate, quando i venti erano favorevoli, durava 140 giorni e comportava ritardi nella consegna della posta. In Olanda, la Camera dei Comuni aveva sanzionato per £ 185mila la compagnia postale australiana l’anno precedente. Sul piano organizzativo l’idea di queste crociere dimostrava il favore dell’emisfero sud favore del canale di Suez. Lord Palmerston uscì dai gangheri e, su suo ordine, l’Inghilterra mandò la flotta da guerra ad occupare l’isola di Socotra, che domina il passaggio dal Mar Rosso al Mar delle Indie. Inoltre, Palmerston si aggrappò all’autorità di Stephenson, l’inventore della locomotiva e l’ingegnere che aveva progettato la sezione in acciaio del Britannia Bridge, personaggio che era stato buon amico di Lesseps, ma che, assalito con vigore dal capo del governo, aderì, con argomenti vagamente scientifici, alla tesi che il dislivello delle acque fra i due mari era eccessivo, il contrario di quanto propagandava il geografo della regina. Negrelli e Paleocapa pubblicarono articoli di biasimo contro il loro collega inglese. Palmerston arrivò a dire che l’affarista Lesseps, più che costruire un canale, intendeva formare una società di pigliasoldi. L’offeso replicò che la sua qualità di gentiluomo gli impediva di rispondere ad accuse simili.

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Intanto in Francia, il plenipotenziario ottomano Alì Pascià avvicinò l’imperatore e gli domandò quale atteggiamento Sua Maestà stesse assumendo sulla questione del canale di Suez. Napoleone III rispose che non voleva spingere troppo le cose, ma che aveva consultato tutti documenti, studiato tutti gli aspetti del progetto (la Commissione Internazionale svolgeva i suoi effetti) e che il canale gli era sembrato utile a tutto il mondo. Le obiezioni inglesi non gli erano sembrate fondate. Il rappresentante della Sublime Porta lo informò che il sultano sperava di ricavare qualche profitto dal canale. L’imperatore dei francesi annuiva, con cenni della testa, alle buone disposizioni dell’imperatore degli ottomani. Lesseps scrisse, in data 12 marzo, a Saint Hilaire che era ora di interrompere la campagna in Inghilterra per far pesare la sua presenza in Turchia riprendendo i negoziati con il Divano, che lamentava di essere tenuto da parte. Prima di lasciare Londra, costituì un Comitato inglese, composto da un membro della Compagnia delle Indie, da un membro della Banca d’Inghilterra, da due notabili della City, dai due membri della Commissione Internazionale, che aveva visitato l’istmo e da M. Powels, segretario generale della Compagnia dei Porti. Così un ex diplomatico di poco rango, ma con una visione mondiale, che bruciava gli interlocutori, sfidò il più potente e irascibile capo di governo d’Europa. Lesseps concluse che il bilancio delle agitazioni da per tutto era soddisfacente: “Ho fatto in Inghilterra tutto ciò che era umanamente possibile.” Tornò a Parigi il 6 maggio e si preoccupò della sua rivista, che uscì, come quindicinale, il 25 giugno con il titolo “L’Isthme de Suez, journal de l’Union des Deux Mers”: bureau, Rue de Verneuil, 52 a Paris.” Il primo numero offrì un nuovo quadro dell’Egitto, che viveva di un suo prestigio sotto la monarchia ottomana e non risentiva troppo dell’autorità di un comando lontano. Si trattava di un paese agricolo fertile, in possesso della tecnica dei canali irrigui, perché il fondatore della dinastia vicereale aveva chiamato gli ingegneri italiani e francesi, a restaurare i sistemi secondari del Nilo, dopo il periodo di anarchia dei mamelucchi, governanti inetti che avevano abolito i traffici e la sicurezza per gli stranieri. Si poteva dire che Alì restituiva l’Egitto al sultano nella pienezza delle sue risorse e della sua forza, con tale devozione da rifornire di sussidi, di soldati, di navi, di cannoni e munizioni la metropoli imperiale, quando richiesto. Il discorso assumeva per morale quella del fondatore dell’Egitto moderno: “La convinzione intima di Mohamed Alì Pascià fu che il suo compito sarebbe continuato dalla famiglia e che lui lavorava per la sua dinastia.” Said Pascià, suo figlio, era erede degli impegni contratti dalla Porta nel 1841. Il quindicinale riassunse il tanzimat imperiale di allora in tre punti. 1. Senza alienare il diritto del sovrano, una larga parte del potere sull’Egitto spettava a Mohamed Alì Pascià e alla sua discendenza. 2. Il viceré aveva la facoltà di mantenere un esercito indigeno. 3. Salvo un tributo fisso annuo in moneta, l’intero introito e la gestione dei redditi dell’Egitto spettava al viceré. I giuristi di stato e l’opinione pubblica vennero avvertiti che il potere di decisione e di convenzione l’aveva in mano solo Mohamed Said Pascià. Lesseps passò qualche giorno alle Chenaie, in famiglia, poi partì per tornare dal viceré suo amico. Proseguì con rapide tappe: Parigi, Trieste, Venezia, Milano, Torino, Genova, Marsiglia per gli ultimi contatti politici. Arrivò ad Alessandria il 16 luglio 1856.

Pompeo De Angelis

1. La conversazione fra Claredon e Lesseps è desunta dal processo verbale redatto da Walewski e riassunto da Leseps in una lettera da Londra a Negrelli del 17 aprile 1856).

 

 

 

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