Donne soldato e maternità

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Le donne nelle Forze Armate: argomento d’altri tempi si potrebbe pensare, eppure l’oscena presenza della ballerina Irene Pivetti alla sfilata del 2 Giugno, mi ha fatto tornare in mente le problematiche del mondo femminile (quello serio) in un settore strategico della vita della Repubblica. Ultimo tra i Paesi dell’Alleanza Atlantica, l’Italia ha aperto la carriera militare alle donne solo a partire dal 2000, a seguito dell’approvazione della legge n.380 del 20 ottobre 1999.

Sono passati quindi sedici anni dal concorso che ha reclutato le prime donne soldato. A sperimentare questo percorso innovativo è stata la Forza Armata più antica cioè l’Esercito. Da allora l’Esercito continua a vagliare studi ed esperienze proprie e altrui sulla presenza femminile per cogliere complessità implicite affrontando l’argomento sia dal punto di vista militare sia da quello sociologico. Lo si è fatto per necessità di concretezza e non solo pro-forma, volendo rispettare il principio delle pari opportunità giustamente senza deludere le aspettative delle donne stesse che numerose “scalpitavano” per arruolarsi.

Un tale cambiamento organizzativo non poteva essere affrontato con leggerezza mancando di diretta esperienza in tema di donne-soldato. La storia d’ogni Paese è unica e irripetibile per cui all’epoca (e ancora oggi) l’Esercito ha sì fatto riferimento a quanto già vissuto altrove, ma ha elaborato un percorso di accoglienza e socializzazione del personale femminile coerente con il sistema culturale della società italiana e che assecondasse, al contempo, le istanze delle donne interessate alla carriera militare.

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Oggi sembra tutto più semplice ma quando si è avviato il processo di integrazione forte ad esempio era la preoccupazione che nei confronti del personale femminile si generassero stereotipi, luoghi comuni particolarmente nel campo delle molestie sessuali. Seguendo il buon senso e cercando di prevenire l’eventuale insorgere del fenomeno ancora oggi – dopo sedici anni – si pone particolare attenzione al fenomeno. E grazie a questo atteggiamento intelligente e “sensibile” si dice che ci siano stati episodi (anche gravi) ma sono contenuti e di natura diversa di come si poteva immaginare.

Comunque, in questo senso, il nostro Paese, una volta tanto, non è certo ultimo in classifica. Mi sono messo in testa (speriamo di non sbagliarmi), ad esempio, che la presenza ai “vertici” delle Forze armate, sia pur in sede politica, di una donna, Roberta Pinotti, aiuti questo clima di rispetto. Se potessi pubblicare tutto del mio archivio elettronico potrei mostrare in modo certo che da molti anni ipotizzavo proprio la Pinotti quale ministro della Difesa.

In realtà l’avrei, a suo tempo, abbinata con una Presidente del Consiglio come Emma Bonino e non con un furbacchione come Matteo Renzi. Ma, come si dice, non si può avere tutto. A proposito dell’onorevole Pinotti, sul tema del femminile trattato in senso lato (in quella circostanza erano domande attinenti la figura storica di Ipazia alessandrina) sono in possesso di una testimonianza audio video che l’attuale Ministra della Difesa, rilasciò a Genova (sua città di nascita e di radicamento politico) ad una mia preziosa collaboratrice dell’epoca (la altre volte nominata Emanuela Bambara. Questa testimonianza, prima o poi, mi deciderò a metterla in rete. Spero con soddisfazione delle due protagoniste (Pinotti e Bambara) del ragionamento sul “femminile” fatto all’epoca.

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Tornando alle forme di rispetto o di molestia nei confronti delle donne nell’Esercito, gli episodi formalmente denunciati sono, in sedici anni, poche decine. Non posso dire che non ne siano avvenuti in realtà altrettanti (o molti di più) e, di fatto, per i più diversi motivi, taciuti. Non è argomento facile e notorio. Esiste comunque un codice di comportamento (giustamente rigidissimo) che viene sistematicamente diffuso e illustrato nei reparti.

Ma veniamo al cuore del mio ragionamento. Seguo da anni (quando ovviamente compare traccia sulla stampa di sue dichiarazioni) quanto il capitano Rosa Vinciguerra (che ritengo ormai maggiore) dice a proposito di questo argomento delicato.

L’ufficiale (alcuni ragionamenti che trovate in questo post sono anche suoi, frutto di rimembranze di un’intervista su “La rivista delle riviste – Minerva” del luglio del 2006, da me letta anni addietro) si interessa, quando comunica, di evidenziare come il corollario naturale della presenza femminile nelle Forze Armate è, ad esempio, la necessità di conciliare la maternità con la condizione militare e la conseguente assenza dal reparto per i periodi previsti per legge.  Per il bene della prole durante i primi anni di vita è difficile trovare soluzioni e le Istituzioni Militari hanno il loro difficile impegno a risolvere questo aspetto organizzativo e “culturale” in una società dove si ritiene che l’incombenza educativa dei figli sia precipuamente femminile. Questi aspetti, se trascurati, possono generare, a lungo andare, sicuramente una forma di insoddisfazione derivante dalla delusione di aspettative non corrisposte e da difficoltà di integrazione con il personale maschile. I concorsi banditi vedono pervenire un numero crescente di domande di donne. Aumento dovuto sicuramente all’andamento del mercato del lavoro, come diceva giustamente, a suo tempo, Rosa Vinciguerra, ma che sicuramente si spiega – anche – con l’accresciuto appeal della carriera militare presso le donne. E qui la lettura del fenomeno si fa complessa.

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Non si può affermare che quella militare sia un’occupazione come le altre. I criteri di operatività che sottendono l’organizzazione militare impongono addestramenti prolungati, missioni rischiose e la conseguente convivenza di personale maschile e femminile in ambienti comuni. E poi, nella Forze Armate, ci si addestra comunque a dare la morte mentre la natura ha messo a punto il femminile come luogo, mentale e fisico, dove nasce e si protegge strategicamente la vita.

Amore, vita, morte questioni troppo difficili per un signore (ormai vecchio e stanco) che la donna, comunque, l’ha preferisce (quale spesso è) saggia e taumaturgica. Come quella che da venti anni mi affianca e mi sopporta.

Oreste Grani/Leo Rugens

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