La morte di Giulio Regeni non è una questione di timbri

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“Non mi privo di scritti sapienziali per disaccordi su come si gestisce la politica estera e le risorse (piu’ o meno intelligenti) usati [sic] a tale scopo.”
SC, anonimo lettore di Leo Rugens
“XY è a Londra presso una società privata che detiene un programma capace raccogliere dati nel web che poi deve analizzare, come Regeni.”
Omissis
L’anonimo e lusinghiero SC allude nel commento al post “Chi semina vento…” a Giulio Regeni e ciò mi offre il destro per tornare sulla questione, in concomitanza dell’iniziativa di Amnesty International conto la tortura svoltasi nei giorni 26 e 27 giugno 2016.
Alcuni giorni fa riflettevo su un duro attacco del professor Federico Varese, criminologo di fama a Oxford, indirizzato all’università di Cambridge (leggi l’articolo originale) moralmente colpevole della morte di Regeni per avere sottovalutato i pericoli della “ricerca partecipata” (che schifo di eufemismo) cui esponeva il ricercatore italiano.
A leggere l’articolo e ricordando che Varese aveva già descritto Regeni come un giovane che aveva percorso il suo stesso cursus studiorum, che coincidenza, e che avesse corso alcuni rischi mentre si occupava di mafia russa, si ricava l’impressione che il criminologo italiano si sia fatto portavoce di uno scazzo tra due diversi modi di praticare la “raccolta di informazioni” in uso nelle due università da secoli rivali.
Varese, già consulente di Le Carré, attacca a testa bassa i colleghi cantabrigensi accusando i vertici dell’università di non aver voluto collaborare con le istituzioni italiane per mero calcolo economico piuttosto che per nascondere inconfessabili verità:
Varese: Come è possibile che di fronte alle parole di una madre che dice “Vi ho affidato mio figlio con sacrificio e con fiducia” si risponda con il silenzio? Come può stare insieme la richiesta formale avanzata da Cambridge al Governo Britannico e l’appello firmato anche dal sottoscritto e da migliaia di professori e ricercatori che chiedeva un’indagine accurata e indipendente sulle cause della morte di Giulio con la decisione di non collaborare con la Procura di Roma, riservandosi di decidere se e come consegnare atti utili all’indagine?”
Bonini: Lo chiedo io a lei che in un’Università inglese lavora. Come si spiega?
Varese: “Il non rispondere genera sospetti. Ma io, per convinzione e metodo, mi tengo sempre molto lontano dal sospetto, perché è una categoria del pensiero che non avvicina mai alla verità. E dunque propendo per la risposta insieme più semplice e, a ben vedere, drammatica”.
Bonini: Quale?
Varese:”Che il silenzio sia una scelta fatta dai legali che tutelano gli interessi dell’Università. E per loro la priorità è una sola: mettere al riparo Cambridge da possibili richieste di risarcimento danni per eventuali responsabilità nella mancata tutela della sicurezza del ragazzo. Ma questo, come dicevo, è persino peggio”.
Che il sospetto tenga lontani dalla verità mi sorprende un po’ mentre approvo che Varese azzanni i rivali accademici, lo approvo nell’ottica di chi pontifica pro domo sua, giacché se queste parole le avessi lette “prima” della morte di Regeni e non “dopo” avrei del criminologo un’opinione diversa.
Già, perché Varese tira in ballo perfino il giuramento dei professori italiani al Fascismo equiparando i vigliacconi nostrani ai docenti di Cambridge, cosicché, “buttandola in caciara” di tutto parla fuorché della ferocia dei torturatori di Regeni e dei moventi che li hanno spinti a ucciderlo e a farlo ritrovare.
Il sospetto che Varese parli obliquo diventa quasi certezza e che l’attacco alla superficialità dei controllori di Regeni celi un regolamento dei conti tra diverse scuole di pensiero su come si raccolgano le informazioni quindi su come ci si accaparri i fondi per farlo.
A oggi, davvero non comprendo a chi possa interessare cosa si dica nelle assemblee sindacali al Cairo e perché si debba rischiare la vita di un giovane presunto non addestrato quando è sufficiente un bel microfono di facile installazione per ascoltare tutto, mentre intuisco molto bene quanto valga un uomo intelligente, colto e che parli arabo (lo immagino, giacché nessuno lo dice) in mezzo a egiziani incazzati e un po’ rivoluzionari, altro che terroristi.
A giudizio di alcuni, SC tra costoro, Regeni agiva senza alcun “timbro” mentre un Gregoretti ha sostenuto il contrario, ma aggiungo che timbro o non timbro, qualcuno ha massacrato a morte Regeni per farlo parlare (dubito non vi siano riusciti), sicché invece di chiedere i tabulati, chiederei verbali degli interrogatori, così da capire una volta per tutte quali domande siano state fatte  e quali timbri o non timbri ci siano alle spalle del povero Regeni. Qualora non vi fossero, la faccenda si farebbe dannatamente più complessa.
Mi chiedo se l’ambasciatore Massari, scomparso dai radar, non potrebbe dare alla mamma di Regeni qualche indicazione sui rapporti che portavano un amico stretto del giovane ad avere il numero del suo cellulare e ad avvertirlo di un banale ritardo di un paio d’ore.
Per concludere rivolgo a SC l’invito a rendere espliciti i suoi pensieri in merito al gestire la politica estera e le risorse a essa dedicate, tralasciando il particulare e pensando al generale, con la promessa di pubblicare ciò che pensa e ringraziandolo per l’attenzione passata presente e futura.
Dionisia