Detesto i tagliatori di gole perché a loro volta odiano la musica, il gesto erotico, la bellezza

Sempre più difficile seguire lo proliferazione del terrorismo, dell’insorgenza, della guerra tra la gente. Sempre più evidente che ci si trova ormai di fronte ad inadeguatezze di una classe dirigente mondiale di lillipuziani, incapaci di capire, prevenire, coordinarsi per affrontare la complessità emergente.

Era scritto quanto è avvenuto in Bengala e a nulla servirà, senza ben altre abilità ed utilizzo di strumenti culturali, qualunque tipo di bombardamenti. Atti militari che vanno certamente eseguiti (se li si sanno attuare) ma che non risolveranno da soli quanto accade e continuerà ad accadere dentro il variegato mondo popolato da oltre un miliardo di adulti musulmani. Tra il miliardo di “bravi cristi che credono in Allah e in Maometto” ci sono non pochi musulmani radicali (parliamo di quella vasta e composita realtà che assume forme di violenza senza limiti e che da secoli insanguina il mondo) che detestano la musica perché distoglie dalla preghiera. Mi scuso per le corbellerie semplicistiche che troverete di seguito soprattutto dette in campo “musicale” dove solo gli specialisti dovrebbero parlare e scrivere ma, in queste ore complesse, per motivi anche di natura personale e professionale, sento il bisogno di affidare alla rete queste riflessioni su un tema che meriterebbe ben altri approfondimenti e competenza. Che, ripeto, non ho. Dicevo che i tagliagole detestano la musica perché promuove una pericolosa promiscuità culturale. Specialmente considerano demoniaca quella occidentale, che genera “degrado morale” e seduce le nuove generazioni islamiche trascinandosi dietro insidie di alcool, droga, pornografia.

Ed è per questo che molti musicisti anche assunti a fama mondiale, come Nusrat Fateh Ali Khan, capaci di lavorare musicalmente per creare opportunità per gettare ponti tra culture diverse, nel privato, sono conservatori è dire poco. Nusrat, ad esempio, non voleva che la sua unica figlia, in quanto femmina, seguisse le orme paterne e scelse proprio Rahat, figlio di un suo fratello, per portare avanti la dinastia musicale.

Lessi alcuni anni addietro un pensiero di un antropologo pakistano (Adam Nayyar) che ancora mi ronza in testa ogni volta che in quelle parti dell’emisfero (più spesso di quando accade nella vicina “non” Europa) accade un massacro. Come oggi è accaduto nell’antico Bengala portandosi via nove italiani attivi da quelle parti.

“Qui la popolazione maschile è fortemente impegnata ad uccidere – diceva Nayyar – e gran parte dell’energia e della creatività viene consumata per catturare il nemico ed evitare una morte violenta”.  La creatività per la musica, ne rimane poca.

A proposito di musica, ritengo di essere stato il primo, in questa era e da queste parti del Mondo, a far esibire, suonando e danzando, dei sufi, innanzi a una platea di decine di cardinali, vescovi e religiosi cattolici in quella che un tempo si chiamava Domus Mariae/Domus Pacis, celando, tra dei  danzatori maschi-ascetici-ruotanti, una donna abilmente camuffata. La rappresentazione era audace (maschile e femminile) di per se ma se si pensa che a quella cerimonia erano anche presenti delle autorità diplomatiche turche (lasciate volutamente ignare dell’inganno emancipatore), allora si capisce che razza di “pallonaro” sia il titolare di questo marginale ed ininfluente blog. Oppure la cosa è vera e allora… Certo la danza dei sufi rotanti non è mai provocante o audace, ne vuole suscitare seduzione. Gli occhi chiusi, la ripetizione di certi movimenti, la perdita della coscienza della realtà circostante sembrano piuttosto un’opportunità per permettere alla mente di uscire dal corpo, per aprirsi ed accogliere, in una nuova forma di completo distacco dalla vita terrena. Certamente è un “ponte” e come tale “pericoloso”. Perché il dialogo tra musicista, danzatore e spettatore non è più basato sulla produzione di una cosa sensata ma sulla con-fusione dei sensi. La musica, come sanno quelli che ne sanno, vive sull’istante e sugli istanti che sorgono l’uno nell’estinzione dell’altro, dispiegandosi in successione. In questo la musica è erotica in quanto anche nell’erotismo i gesti si estinguono in sequenze intelligenti. Ripetere note come parole che vivono della morte dell’altra è sapienza di pochi “artisti” o di amanti indimenticabili. Comunque, figure peccaminose e considerate pericolose per i violenti nemici dell’amore e della bellezza. Li odio, tra l’altro, per questo. Ma non basterà bombardarli. Chissà cosa ci riserva il futuro, tra sonno e veglia! Rimane che, sogno o realtà, ogni volta che ricordo quella straordinaria giornata alla Domus Pacis, sulla via Aurelia, penso ad Erdogan e alle sue farneticazioni sui “crociati papalini”. Erdogan, il sanguinario dittatore, rimuove che Ali Agca è turco e che, il “lupo grigio”, era venuto a Roma per uccidere il Papa. Certo, questo Grani, un po’ “Barone di Munchausen”, se ne deve essere prese di soddisfazioni quando era giovane e aveva qualche soldo in tasca!

Oreste Grani che non smette mai di stupire anche me che lo conosco molto bene.

Leo Rugens

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