Il Canale di Suez 7 – Pompeo de Angelis

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La guerra dell’oppio

A Malta, nell’antimurale contro i musulmani da quando vi si insediarono i cavalieri gerosolimitani; nell’isola da cui partivano le galee crociate per rubare il grano e le merci pirateggiando le navi mercantili maomettane, tra una popolazione il cui linguaggio acroletto era l’italiano e il colloquiale era al 53% fatto di parole sicule-italiane, il 32% di parole arabe e il 6% di parole inglesi, Ferdinand Lesseps, nel suo viaggio verso l’Inghilterra, fece uno scalo di due giorni, il 12-13 marzo 1857. Vi trovò le gazzette che mancavano ad Alessandria: “Il Mediterraneo”, con una colonna in italiano e una colonna in inglese, giornale mazziniano, antipapalino e antiborbonico che guardava con gli occhi degli esuli il Risorgimento dell’Italia; “L’Ordine”, testata cattolica fedele al papa, radicata nella tradizione dell’Ordine dei Cavalieri di San Giovanni, e il “The Malta Time”, foglio inteso a riaffermare l’ identità britannica sulla sua colonia mediterranea. Il “The Malta Time” riportava la notizia del prossimo imbarco, a Portsmount, di quattro reggimenti di marines per rafforzare le truppe inglesi nella guerra dell’Arrow in Cina.

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Lesseps calcolò che i soldati avrebbero impiegato come minimo cinque mesi per giungere a destinazione per la via di Capo di Buona Speranza, se non si fossero verificate avarie. In che condizioni sarebbero arrivati a Canton quei soldati, con trapassi da una stagione all’altra, da un clima all’altro? Attraverso il canale di Suez, i tempi si sarebbero ridotti a due mesi, i rischi diminuiti e i soldati non si sarebbero ammalati nel trasferimento. In Cina, si svolgeva “la guerra dell’oppio”. Il giornale spiegava l’antefatto. L’8 ottobre dell’anno precedente, Ye Mingchen, governatore di Guangdong e di Guangxi, due provincie del Celeste Impero, aveva fatto assalire e catturare, al largo di Guangzhou, il battello “Arrow”, battente la Union Jack, proveniente da Hong-Kong colonia inglese, con equipaggio cinese e aveva sequestrato il carico di oppio che entrava di contrabbando. Il console H.S. Parker aveva protestato per l’insulto alla bandiera, aveva chiesto una lettera di scusa e la liberazione dei prigionieri cinesi. Ye non si era degnato di rispondere. Per questo inaccettabile comportamento, il premier Palmerston, al Parlamento di Londra, aveva chiesto di protestare con forza contro l’impero retrogrado, che ostacolava il libero commercio de “il veleno nero”. L’Inghilterra dichiarò così la seconda guerra dell’oppio. Ricordava “The Malta Time” che una prima guerra era scoppiata nel 1839 dopo che l’imperatore cinese, tramite il ministro Lin Tse-Hou, aveva scritto alla regina Vittoria chiedendole di far cessare il contrabbando della droga, che aveva assunto per il suo popolo “una dimensione insopportabile”.

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La regina aveva risposto che il Regno Unito non poteva abbandonare una fonte di reddito così importante: gli inglesi importavano dalla Cina più di quanto esportassero ed era perciò preoccupante il deficit della bilancia dei pagamenti. Il consumo enorme di tè, prodotto principalmente in Cina, gli acquisti di seta e di porcellana vennero bilanciati con l’esportazione del lattice di papavero, che si produceva in India; il commercio era gestito dalla Compagnia delle Indie Orientali. Le autorità cinesi cercarono di bloccare questo traffico con l’arresto degli spacciatori interni Nel 1839, per imporre il libero mercato degli stupefacenti, l’Inghilterra dichiarò la guerra al Celeste Impero, sconfisse la resistenza cinese, occupò i porti di Canton, di Shangai, di Ningbo e regolò la pace con il trattato di Nanchino del 1842, che aprì i porti alle navi internazionale e stabilì il cedimento dell’isola di Hong Kong alla corona inglese, colonia di base per esercitare il controllo sulla politica della Cina meridionale. Due anni dopo, La Francia e gli Stati Uniti ottennero cedimenti e analoghe concessioni brandendo anche loro le armi. Nel 1956 il problema si era riproposto: l’introduzione di frodo dell’oppio da parte di commercianti inglesi e americani venne rifiutata dall’imperatore Qing e all’Inghilterra sembrò necessaria un’altra azione militare per aprire senza restrizioni la via del papavero indiano. Inoltre, la Compagnia delle Indie premeva per esportare il cotone del Lancashire e le chincaglierie di Birmingham ai cinesi, che non ne sentivano il bisogno. L’incidente della Arow divenne il casus belli di una seconda invasione inglese della Cina. Lesseps dopo la lettura del giornale maltese inviò un appunto a Saint-Hilaire per la rivista “L’isthme de Suez” in cui propose di illustrare quanto l’apertura del canale egiziano sarebbe diventata per l’Inghilterra il solo mezzo per conservare il suo commercio con le Indie e con la Cina e per sostenere la concorrenza con gli americani collocati nella magnifica baia di San Francisco, più vicina ai porti asiatici di quelli inglesi. Da aggiungere, infine: “Anche l’istmo di Panama potrà essere aperto.”

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Il 30 marzo, Lesseps arrivò a Parigi e ottenne un colloquio con Napoleone III al quale spiegò il senso della sua missione in Inghilterra: far firmare un documento a esportatori, a manifatturieri, ad armatori, a Camere di Commercio delle più importanti città inglesi in cui tutti avrebbero sottoscritto che il canale di Suez era nell’interesse preminente della Gran Bretagna. Il 22 aprile 1857, Ferdinand de Lesseps giunse a Londra dove l’accolsero William Ewart Gladstone e il vescovo di Canterbury, Archibald Tait, con un banchetto alla Goldsmith’s Hall a cui partecipavano i banchieri della City. Gladstone si era, da pochi mesi, dimesso da Cancelliere dello Scacchiere ed era critico nei confronti del premier Palmerston. L’ex ministro delle finanze, pronunciò un benvenuto, che iniziò con: “Gli inglesi non possono che provare della simpatia per il vostro progetto, signor Ferdinand de Lesseps, soprattutto nella situazione di intesa e di unione sincera con al Francia.” Lesseps aveva saputo, in confidenza, dal suo imperatore che la Francia si stava impegnando, insieme all’America, alla partecipazione nella guerra dell’oppio, una alleanza che facilitava la sua missione. Ottenuto il viatico della City londinese, il francese partì per il pellegrinaggio nelle le città del Regno Unito. La prima tappa fu a Liverpool, il 29 aprile, dove ebbe un meeting con gli armatori e, nei giorni successivi, con l’associazione degli esportatori in India e in Cina. Parlò anche alla Camera di Commercio. Il soggiorno comprese una visita ai cantieri navali effettuata a bordo di un battello a vapore ad elica mobile, il Day Spring, destinato al dott. Livingstone per risalire il Niger. Fece da anfitrione M. Laird, il principale costruttore di navi d’Inghilterra. Il grande esploratore Livingstone era presente alla passeggiata. Laird spiegò che la tendenza attuale nell’arte navale era di mettere in cantiere bastimenti con minore pescaggio per facilitare l’entrata nei porti dei continenti coloniali e che ciò si otteneva aumentando la larghezza e la lunghezza dello scafo, con l’effetto di innalzare il galleggiamento. Visitarono la grande nave “Persia” di 3.500 tonnellate con un pescaggio di 21 piedi. Lesseps annotò che gli 8 metri di profondità, corrispondenti a 26 piedi inglesi, progettati dalla Commissione Internazionale per il canale di Suez, risultavano ampiamente sufficienti per la grande navigazione. Il 6 maggio, l’ideatore del canale fra due mari si trovò a Manchester e poi si spostò in Irlanda, con meeting a Dublino (11 maggio), a Cork (13 maggio), a Belfast (18 maggio). Lesseps arrivò in Scozia il 20 maggio, e partecipò a vari meeting a Glasgow, ad Aberdeen (23 maggio), a Edimburgo (26 maggio). Il 28 maggio visitò i grandi cantieri navali di Newcastle, il 30 maggio fu a Hull , il 2 giugno a Birmingham, il 18 giugno a Bristol. Ottenne ovunque le mozioni a favore dell’apertura del canale di Suez: le varie associazioni firmarono dei documenti di adesione al progetto del canale con la raccomandazione della neutralità della direzione e di basse tariffe per il transito. Lesseps lesse intanto il settimanale “Illustrirte Zeitung” del 15 maggio 1857, che tracciava un quadro fosco dell’Inghilterra in India, altrettanto grave di quello in Cina descritto da “The Malta Time”. La rivista di Lipsia scriveva: “Il sistema di sfruttamento e di estorsione dell’Inghilterra in India va al di là di ogni immaginazione; gli abitanti del luogo considerano i <barbari biondi> come sanguisughe. Gli impiegati comunali meno capaci vengono inviati nelle colonie dell’India Orientale a causa del nepotismo. … Vengono imposte delle tasse ingiuste, i funzionari si arricchiscono sfacciatamente soprattutto nelle zone distanti dalle capitali, dove i controlli sono più difficili. Gli indiani sono considerati come una mandria di pecore pronte per essere rasate, che hanno bisogno di qualche cane per essere sorvegliate.”

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A Londra, “The Time” riportava che, nei giorni 11 e 12 maggio 1857, si era verificato un ammutinamento dell’11° reggimento di cavalleria indigena Compagnia Britannica dell’India Orientale (CBIO) nel Bengala, precisamente nella città di Meerut e che i cipyes avevano incendiato le case degli occidentali e sterminato i “bianchi”. Gli insorti stavano marciando su Delhi. I giornali sostennero che l’insurrezione era provocata da un vasto complotto lungamente ed abilmente preparato, ma non dissero chi aveva ordito la trama. Lesseps non conosceva il caso indiano. Ebbe a disposizione soltanto la “Revue des deux mondes” del bimestre gennaio febbraio 1857, in cui compariva un articolo di Majior Fridolin intitolato “L’armé anglo-hindou. Moeurs et scenes militaires dans l’Inde”. Operavano in India due categorie di milizie: l’armata dei chipyes creata dalla Compagnia Britannica delle Indie Orientali (CBIO) composta di arruolati nativi, comandata da ufficiali inglesi e l’armata della Regina esclusivamente inglese: distinte una dall’altra. Nel saggio, venivano descritte la dislocazioni di tre armate cipyes, una in Bengala, una a Madras, una a Bombay, documentati di ognuna i reparti di cavalleria regolare, di cavalleria irregolare, di artiglieria a cavallo e di fanteria e la disciplina militare dei cipyes, messe in tabelle le paghe dei soldati e degli ufficiali, raccontate le loro divise, i loro bagagli. L’articolista concludeva: “Chiunque studierà imparzialmente i fatti compiuti dovrà riconoscere che l’armata indiana è mirabilmente adattata sia ai nemici che deve combattere, sia al paese di cui deve proteggere la tranquillità. Le conquiste fatte in cento anni ne fanno fede. … l’armata indigena rappresenta gli immensi lavori che hanno riunito sotto lo scettro della Compagnia il vasto impero che si estende da Cap Comorin a Peshaver.” Nei giorni seguenti, le notizie delle gazzette divennero più allarmanti e tragiche, perché riferivano gli eccidi dei rivoltosi su uomini, donne e bambini inglesi A fine maggio, mentre Lesseps visitava i cantieri navali di Newcastle, la rivolta si era estesa alla piana del Gange nell’India centrale. Non si trattava più di un ammutinamento perché si sollevarono le masse popolari “compresi i miserabili delle campagne.” come spiegava Marx, in un articolo del 15 giugno 1857 su New York Daily Tribune. Karl Marx e Fiedrich Engels seguirono la guerra in India giorno per giorno illustrando sul giornale newyorchese le magre notizie che provenivano, tramite telegrafo elettrico da Trieste e da lì diffuse in Occidente. Le valutazioni dei due pensatori tedeschi venivano ristampate dal settimanale “Tribune”, da ”The free Presse, da “Das Volk”, da “Carta del popolo”, da “Die Reforme”. Il primo interrogativo posto da Marx: “Grande ammutinamento o guerra nazionale d’indipendenza?” non veniva risolto. Le cause della insurrezione vennero individuate nella forward policy (politica di progresso) della CBIO che affidava l’istruzione indiana alle missioni cristiane, togliendo ai brahamani il monopolio della scuola e della religione. Indù e musulmani si trovarono uniti per parare l’attacco alle loro fedi e tradizioni. In quel guazzabuglio di vicende dell’India misteriosa di razze, tribù e sette che affascinerà Giulio Verne (“La casa a vapore” del 1880), quello che catturò l’attenzione di Lesseps fu che il governo inglese mandava dispacci a Ceylon per fermare le truppe sulla strada per la Cina, dirottandole su Calcutta. Al generale Barnard, asserragliato sulle colline di Delhy con 3.000 uomini contro 30.000 cipyes padroni dell’antica capitale, che continuamente effettuavano orde all’assalto, il governo inglese prometteva che gli aiuti sarebbero arrivati il semestre seguente. Sei mesi furibondi senza soccorsi dalla madrepatria perché il governo inglese non voleva accettare la rotta Mediterraneo – Mar Rosso: eppure quella era la scorciatoia dell’imperialismo europeo in Asia. Tornato a Londra il 20 giugno, Lesseps fu convocato, nottetempo, da Palmerston. Fu un diverbio duro come una partita di boxe: “Ebbene! Voi siete venuto a fare una guerra a casa nostra. Voi avete sollevato passioni in Inghilterra, Irlanda e Scozia agitando la questione di Suez. Voi sapete che io sono molto francamente oppositore del vostro progetto.” Dopo due o tre rounds, Lesseps uscì sbattendo la porta: “Se io avessi 100 mila franchi da darvi per ogni discorso da voi pronunciato alla Camera dei Comuni contro il canale di Suez, mi impegnerei a offrirveli perché la vostra sarà l’opposizione che farà affluire i capitali necessari all’impresa.” Il giorno dopo, il primo ministro obbligò il sindaco della capitale a disdire il meeting, indetto per il 24 giugno nel salone del Municipio, inteso a coronare il tour propagandistico del francese a Londra e dintorni. Ma l’opinione pubblica non fu d’accordo. Palmerston si trovò assalito, nell’aula della Camera dei Comuni, dall’interrogazione di H. Berkeley a nome di molte contee. Nella seduta del 7 luglio, il deputato di Bristol prese la parola: “Chiedo al Premier, Lord della Tesoreria, se il governo di Sua Maestà vuole usare la sua influenza presso S.A. il Sultano per appoggiare il viceré d’Egitto nella richiesta che sollecita la Sublime Porta alla costruzione di un canale marittimo attraverso l’istmo di Suez, canale la cui concessione è stata concessa dal viceré d’Egitto a Ferdinand de Lesseps e che ha ricevuto l’approvazione dei principali porti e città commerciali del Regno Unito. Se da parte del Governo di Sua Maestà è opposta una obiezione a questa impresa io chiedo di far conoscere i motivi di questa obiezione.” Il primo ministro e Lord della Tesoreria rispose senza la minima cedevolezza, sostenendo che l’impresa di Lesseps era impraticabile, basata su dati ingegneristici sbagliati, ma era per di più “una impresa che dal punto di vista commerciale può essere giudicata una di quelle bolle speculative che, di tempo in tempo, sono presentate alla credulità dei capitalisti acchiappamosche.” La presa di Palmerston sui parlamentari e la compattezza della sua maggioranza divenne evidente, quando le sue conclusioni furono applaudite da gran parte dei banchi: “Io posso soltanto esprimere la sorpresa che il signor Ferdinand de Lesseps abbia troppo fatto affidamento sulla credulità dei capitalisti inglesi da pensare che una tournée nelle differenti contee di riuscire a ottenere il denaro inglese per un progetto che è sotto tutti i punti di vista opposto agli interessi inglesi.” Il viaggio di Lesseps, dal 27aprile al 7 luglio 1857, si concludeva con una sua sconfitta in Albione a fronte della politica estera in corso, sviluppata dal Lord della Tesoreria.

Pompeo De Angelis

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