Il Canale di Suez 9 – Pompeo De Angelis

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La Royal Navy torna a casa dopo l’incontro tra la Regina Vittoria e Napoleone III in Francia nel 1858

Il gran visir Alì Pascià confermò a Lesseps che aveva ereditato il Memorandum dal defunto Rechid, ma erano trascorsi appena quindici giorni da quando l’aveva in mano e lo avvertì dell’abitudine turca di procedere lentamente, per cui si prendeva qualche settimana di tempo per sentire il parere di tutti. Due settime dopo, Lesseps tornò a trovarlo e Alì lo avvertì che il Parlamento inglese aveva all’ordine del giorno una sessione sulla politica orientale e sulla questione del tragitto più breve per le Indie. Era opportuno aspettare l’esito del prossimo dibattito alla Camera dei Comuni. Le notizie arrivavano dall’Europa in Turchia con la secchezza dei dispacci telegrafici; l’ultima nuova informava che Napoleone III e l’imperatrice avevano subito un attentato all’uscita dal Teatro dell’Opera il 16 gennaio. Loro erano rimasti incolumi, ma c’erano stati 12 morti e 165 feriti. L’attentatore, l’italiano Orsini, aveva preparato le bombe a Londra, dove risultava esule politico; lord Palmerston chiese una legge (Murder Bill) che stabilisse il delitto di fellonia per coloro che ordivano assassini in Inghilterra contro personalità di altri paesi. In febbraio il parlamento respinse il Murder Bill e il premier fu seguito da soli 19 voti a favore: più che altro, la Camera dei Comuni lo mise in minoranza per allontanarlo dal governo e infatti il visconte Palmerston rassegnò le dimissioni. A Istanbul, i ministri dissero a Lesseps che dovevano aspettare un nuovo gabinetto prima di pronunciarsi sul Memorandum. La stagione era brutta e faceva un freddo eccezionale. Cadeva una neve leggera, che da decenni non si vedeva. Lesseps e suo figlio ingannavano il tempo in qualche caffetteria di Pera, piena di gente e di fumo di tabacco. C’erano europei, turchi e armeni, greci, che ascoltavano una orchestrina di musicisti ungheresi che suonano i valzer di Strauss. Alle spalle dei Lesseps vegliavano due robusti arnauti, senz’altro pelo in faccia che due lunghi baffi biondi. L’impresario della Compagnia del Canale di Suez temeva che qualche sicario facesse a lui, a Costantinopoli, quello che aveva tentato al Cairo, visto che era stato colpito Rechid e che Napoleone e sua cugina l’avevano scampata per poco; quindi ingaggiò le guardie del corpo per prudenza, che riteneva necessità. Osservava, dalla vetrina, il Bosforo mosso da correnti che cambiavano direzione come in un fiume, invece era un braccio di mare, con un via vai perpetuo di battelli, che così l’aveva visto solo sul Tamigi. Uomini di stato che non rappresentano le idee e la scienza dell’epoca, seguitano a tacciare pubblicamente di “chimerico” un progetto elaborato dagli ingegneri più competenti del mondo e, in quel buco del mondo di Istanbul, la chimera poteva mai divenire realtà? Un packet-boat aveva portato i giornali inglesi datati al 7 febbraio 1858, vecchi di venti giorni. La notizia principale era che il fiume di Canton era stato bloccato da un gran numero di bastimenti da guerra: 59 inglesi, 15 francesi, 3 americani, 2 portoghesi, 1 olandese, 1 russo.

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Il numero dei vascelli era proporzionale agli interessi che ciascun paese aveva in Cina. Canton era situata sulla riva settentrionale del Tche-Kiang, circondata da una muraglia di circa 12 km con 12 porte protette da torri quadrate che servivano da corpo di guardia. La città era completamente interdetta agli stranieri. Gli europei abitavano in un sobborgo nelle loro fattorie. Il bombardamento navale, con il volume di fuoco di ottantuno di batterie, doveva concludere l’assalto a Canton, cominciato a fine dicembre dell’anno prima. L’Asia abbisognava del canale di Suez per finire sottomessa all’Europa. Lesseps si sentiva eccitato ma impotente perché era trascorso febbraio nell’attesa del colloquio con Alì Pascià. Era preoccupato del suo amico in Egitto, Said Pascià, che il 6 febbraio aveva festeggiato l’anniversario del suo avvento al potere, circondato da agenti inglesi, che intrigavano per farlo soccombere. Finirà pazzo, dato il suo temperamento nervoso e sanguigno, se non gli torno accanto. Non bastavano a rassicurare il khedivé le lettere che lui gli mandava. Scriveva missive ogni giorno a tutti gli indirizzi con cui mantenere un contatto utile e le consegnava a pacchi alle navi postali. Si riuniva, ogni cinque sei giorni, con Fuad pascià, ministro degli Esteri, con Kiprili pascià, ministro al Tanzimat, cioè alle riforme, cioè alla modernità, ma loro cercavano di distrarlo con pranzi raffinati, feste sfarzose, spettacoli che andavano dalle danze a vortice dei dervisci all’opera lirica con rappresentazioni degne delle capitali europee. Non erano solo due mesi, da quando era arrivato al Divano, ma tre anni che aspettava l’autorizzazione a intraprende lo scavo di Suez che loro avevano ammesso, in linea di principio, nel 1855. Aspettavano l’oracolo di Londra, mentre la forza inglese, impegnata in guerra per riprendersi l’India e per penetrare la Cina, mostrava la sua capacità di colpire duro. In India, il 27 gennaio, Delhi era stata riconquistata, tra il 9 e il 21 marzo avevano ceduto gli insorti di Lucknow e dal 22 marzo al 7 aprile era stata liberata la superstite colonia inglese assediata a Jhansi. Il 20 giugno verrà uccisa l’eroina di Jhansi, Romi Lakshmibat, alle testa degli ultimi ribelli di Gwalior. La Gran Bretagna mostrava audacia, resistenza e forza. Con queste qualità, spaventava anche i turchi. Lesseps ripeteva un proverbio orientale: “Un’oncia di paura vale di più di un quintale di amicizia.” Adesso capiva che la neutralità stipulata nell’incontro fra la regina Vittoria e l’imperatore Napoleone risultava, per lui, un bieco isolamento nel pantano turco. Intanto, nell’isola inglese, il 20 febbraio, si era formato, un governo di minoranza, dipendente dalle divisioni delle opposizioni. Era presieduto da Edward Smith-Stanley, visconte di Derby e aveva Benjamin Disraeli cancelliere dello Scacchiere e lord Malmesbury ministro degli Esteri.

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Trascorse marzo, Lesseps stava esaurendosi e scrisse a Negrelli, nei primi giorni di aprile: “A meno di circostanze straordinarie prevedo che partirò per l’Egitto all’inizio di maggio. Forse l’11. Prevedo due settimane in Egitto e un ritorno a Parigi, dove convocherò Il Comitato Scientifico nella seconda quindicina di giugno.” La sua perseveranza era spezzata, voleva andarsene, mentre la primavera faceva risplendere il tetto conico, verde-grigio, della torre di Galata. L’imprenditore francese scendeva la collina lungo le case in pietra degli europei, costeggiava il bosco di cipressi giganteschi, sipario dei cippi bianchi dei morti, superava i palazzi delle legazioni straniere, la caserma dell’artiglieria e il collegio militare e percorreva a piedi il lungo ponte sul Bosforo, fissando spettacolo dei packet-boat che attraccavano o si scioglievano dai brevi moli. Improvvisamente, scelse di partire per Londra. Lasciò Aimé, suo plenipotenziario a Galata e, il 19 maggio, s’imbarcò per Marsiglia, sul “Meandre. Durante la navigazione, superato lo stretto di Messina, una grossa tempesta travolse la nave, che ruppe l’elica e sarebbe avvenuto un naufragio se un battello a vapore, che faceva il servizio postale tra Genova e Cagliari, non avesse rimorchiato l’imbarcazione avariata fino al porto dell’isola di Figarolo, nel mar di Sardegna. Le riparazioni richiesero tre giorni e il ritardo sulla tabella di marcia impedì a Lesseps di essere presente all’apertura della sessione della Camera dei Comuni, a Londra, del 1° giugno, nella quale Roebuck, deputato di Sheffield, aprì il dibattito sul progetto del canale di Suez. Dalla prima fila di banchi, nel salone verde, Roebuck si alzò e disse: “La mozione che presento non ha rapporto, in apparenza, con l’esecuzione di un canale, ma, in realtà, ha a che fare con l’onore e l’interesse dell’Inghilterra. Mi sembra che l’onore dell’Inghilterra sia stato sacrificato, il suo gran nome è stato trascinato nel fango, e che noi ci siamo comportati in maniera egoista e bassa in relazione a questa questione. Per spiegare queste asserzioni domando il permesso alla Camera di fare una esposizione succinta dello stato delle cose.” Ripeté gli argomenti favorevoli al Canale quale si ritrovavano su tanti giornali europei e americani, ma aggiungendo un concetto originale: “Io sono pronto a sostenere che l’interesse dell’Inghilterra corrisponde all’interesse dell’umanità” Perché? “Perché il popolo inglese ha con l’India un commercio più grande che tutto il resto del mondo messo insieme.”

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La via per le Indie venne presentata come l’essenziale della fortuna dell’isola inglese e la corona britannica-indiana come il simbolo reale del futuro pianeta. Insomma, far coincidere l’interesse inglese con quello dell’umanità venne presentata come una tesi logica e forte. Spiegò: “La nostra dominazione in India dipende dalla nostra superiorità marittima e il canale d Suez non la diminuirebbe”. Anzi! Il deputato di Sheffield dipinse un quadretto di battaglia navale: “Il passaggio di una flotta francese attraverso il canale sarebbe seguita da una flotta inglese superiore e i francesi rimarrebbero presi nel Mar Rosso come in una gabbia.” Secondo lui bisognava approfittare della disponibilità del khedivé d’Egitto che prometteva di voler dedicare tutti i suoi sforzi a vincere la natura che ostacolava il transito da una parte all’altra del mondo. Era il caso di avvalersi dell’apertura, concessa da un viceré disposto a cedere il suo territorio senza guerra e presentò la mozione che affermava: “La Camera è dell’avviso che il potere e l’influenza di questo paese non deve essere impiegata per obbligare il Sultano a trattenere il suo assenso al progetto dell’apertura di un canale attraverso l’istmo di Suez”. Si accese un dibattito fatto di cose minori e maggiori. Per fare un esempio, il deputato Fitzgerald dimostrò che di un canale di 300 piedi di larghezza e di 30 di profondità le due rive appartengono a qualcuno che può collocarci le batterie, impedendo la navigazione inglese. “Non è perfettamente chiaro che il canale può finire nelle mani dei nemici dell’Inghilterra?”. Quello di Fitzgerald fu un intervento fatto di cose minori. Robert Stephenson, inventore della locomotiva a vapore Rocket, costruttore di ponti modernissimi, che nel 1841 con Prosper Enfantin e con Alois Negrelli aveva studiato la fattibilità del canale di Suez, fece un intervento autorevole per essere lui il più grande ingegnere dell’epoca. Era anche amico di Lesseps. Disse che non voleva votare la mozione perché così facendo avrebbe ammesso che il canale era eseguibile. Apparve evidente che il genio delle ferrovie era diventato assertore della chimera del canale e passava al partito del lord di Tiverton. Gli esponenti del gruppo di Roebuck decisero di attaccare frontalmente Palmerston, non l’ingegnere voltagabbana.

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Il deputato Griffith sentenziò: “Le ragioni del nobile lord di Tiverton sono contrarie alla ragione”. Palmerston rispose con la consueta vivacità: “La più caritatevole maniera di considerare il progetto, il punto di vista più innocente per considerarlo è, a mio avviso, dichiarare che è il più grande inganno che mai è stato proposto alla credulità e alla semplicità della gente del nostro paese… Spero che la Camera avrà abbastanza fiducia in coloro che hanno la direzione degli affari di questo paese da credere che non ci sarebbe stata opposizione verso questo progetto da parte del governo se esso non fosse convinto che è un progetto contrario agli interessi politici e nazionali del paese.” Il governo di Sua Maestà esercitava, secondo l’oratore, il diritto a una pressione morale sul Sultano per impedirgli di dare la sua approvazione al progetto; né poteva essere diversamente se non si propugnava un indebolimento dell’impero turco ad opera di un Egitto militarista, principato o vicereame, che aveva iniziato la politica di ribellione fin dal 1831, occupando la Siria. per cui l’Inghilterra era intervenuta per impedire all’armata di Ibrahim, fratello di Said pascià in carica, di avanzare su Costantinopoli. “Il progetto del canale ha lo scopo evidente di sbarrare il passaggio a qualsiasi esercito turco inviato per ristabilire l’impero del Sultano in Egitto, aprendo una fossa di 300 piedi di larghezza e di 30 di profondità, coperta di batterie. … Abbiamo creduto nostro dovere spiegare al governo turco il danno che questo implicava quando abbiamo appreso che altre influenze lavoravano a favore di questo progetto. … Lo sbarramento impedirebbe alla Turchia di ristabilire i propri diritti sull’Egitto”. Fu un intervento sulle cose maggiori. Gli rispose, alla pari, William Gladstone, deputato dell’Università di Oxford, leader liberale della corrente peelista (era stato ministro del governo Peel dal 1841 al 1846 e cancelliere dello scacchiere nel governo Aberdeen dal 1852 al 1855). L’aveva tirato per la giacca J. Ewart, deputato di Ashton, che irrise i meeting dell’anno prima a sostegno a Lesseps, in particolare tacciando di inganno quello di Liverpool. Gladstone, che era di Liverpool, dedicò alcune frasi di sberleffo a chi lo stava irritando con le cose cittadine e rivolse il suo disappunto contro il vero antagonista: “Vi chiedo, onorevoli, che mettiate fine a questo colpevole sistema, di cui il mio nobile amico visconte Palmerston è il principale autore; sistema di intervento arbitrario con il pretesto che il canale in questione è inutile o chimerico, ma, in realtà, per motivi ben più cattivi, che mettono l’Inghilterra in guerra con il mondo. La opinione del nobile visconte è sconveniente, ingiusta, illegittima, fondata su dei mezzi illegittimi” Si alzarono nell’aula delle grida di “OH” , batté il martello sul tavolo e il presidente dell’assemblea ordinò. “Silenzio. Silenzio !” Gladstone riassunse il pensiero avverso per meglio piazzarlo davanti ai suoi colpi: “Il nobile e onorevole lord ha allegato delle ragioni politiche, non commerciali, per denunciare il progetto. Ne ha indicate due. L’una dice che il canale di Suez provocherà lo smembramento dell’impero turco, separando l’Egitto dalla Turchia; l’altra che provocherà lo smembramento dell’impero inglese, separando le Indie dall’Inghilterra.” Sul primo punto, contestò: “Voi pensate che se, in questo momento, l’Egitto rifiutasse di pagare il tributo al Sultano, il Sultano potrebbe inviare delle truppe attraverso l’istmo per sottomettere il pascià? L’Egitto è subordinato alla Turchia non per la potenza del Sultano, ma tramite gli interessi dell’Europa …. Se volete realmente fortificare l’unione tra la Turchia e l’Egitto e tra la Turchia ei suoi Principati, perseguite lo scopo con metodi di prudenza e di conciliazione. Non potete dire all’Egitto che il progetto che potrà sviluppare le sue risorse commerciali, noi lo impediremo adducendo il motivo che ciò indebolirebbe l’unione con la Turchia.”

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Sul secondo punto, mise in risalto che per quanto il canale potesse avvantaggiare il resto del mondo, ben più ne avrebbe guadagnato l’Inghilterra: “È un canale che cadrà necessariamente sotto il controllo della prima potenza marittima dell’Europa. È l’Inghilterra, e non un altro paese, che dominerà questo canale. Indipendentemente dal voto di questa notte, il canale sarà fatto e sarà nostro.” Fu un intervento a cui dovette rispondere il Cancelliere dello Scacchiere per evitare che le tesi forti e contrapposte dei due leader creassero sussulti diplomatici nelle cancellerie di mezzo mondo. Non c’è mai stata nessuna nostra pressione sulla Porta, disse Benjamin Disraeli, e chiese a Roebuck che prove avesse di atti del governo intesi a influenzare il divano. Se non le aveva doveva ritirare la mozione, altrimenti sarebbe stata comunque respinta: “Io non vedo niente nell’attitudine del gabinetto attuale o del precedente gabinetto che provi qualche pressione da permettere all’onorevole rappresentante di Oxford l’impiego di termini quali opposizione sconveniente, ingiusta e illegittima al progetto di Suez.” Con Gladstone poteva essere d’accordo sul fatto che l’impero dell’India non si poteva mantenere con una politica ostile agli interessi del resto del mondo. I contrasti con l’Europa avrebbero indotto il governo a maggiori spese per gli armamenti e lui ne soppesava l’effetto sulle imposte, sull’equilibrio dei poteri e sulle possibilità di “sbrogliarsi” con le nazioni straniere, ma “la mozione del rappresentante di Sheffield ci lega le mani per l’avvenire e, imprudentemente, ci fa abbandonare il cammino fino ad oggi seguito, che però può essere abbandonato più tardi, se il tempo e l’esperienza dimostreranno che si può prendere un’altra strada.” Seguirono le parole di lord John Russel, del gruppo peelista, già ministro degli Esteri del governo Aberdeen: “A dispetto di quanto ci ha detto il cancelliere dello Scacchiere, io non posso credere che negli anni passati non si sia sviluppata una azione dell’Inghilterra sul Sultano per distoglierlo dall’assenso al canale progettato. Il nobile visconte Palmerston, recentemente alla testa del gabinetto, ha confessato che l’influenza c’è stata, perfettamente certa”. Si aggiunse la voce del deputato Brigth che disse di non poter credere che il Foreign-Office non conservasse la corrispondenza scambiata con il ministero degli Esteri di Costantinopoli, sulla questione del progetto di apertura dell’istmo. “Queste lettere non possono essere sparite e quindi domando che siano depositate negli uffici della Camera!” Il cancelliere Disraeli, con tono ironico, spiegò: “Mi è impossibile produrre questa notte qualche corrispondenza che potrebbe influenzare il voto, ma se l’onorevole gentiluomo vorrà porgermi la questione domani, io gli darò una risposta.” Sorgeva l’alba e ci furono ancora le repliche puntualizzanti di chi aveva già parlato. Infine si andò al voto e la mozione di Roebuck fu respinta , ma ricevette 64 consensi. Domani! Intanto giungeva a Londra il conte Ferdinand de Lesseps.

Pompeo De Angelis

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