Il Canale di Suez 10 – Pompeo De Angelis

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Arabia Saudita, 1914, foto di Gertrude Bell

Il 2 luglio 1858, verso le cinque del mattino, il vapore postale austriaco Stadion entrò nel porto di Alessandria con la bandiera francese sull’albero di trinchetto. Quel vessillo, per decisione del direttore della Lloyd, era issato in omaggio al conte di Lesseps, ospite d’onore della nave. Gettata l’ancora, alcuni canotti della marina militare egiziana condussero a bordo i diplomatici M. Baguez y Bibas, console spagnolo, M. Popolani, console portoghese e M. Ruyssenaers, console dei Paesi Bassi. Lesseps, ricevuti i loro complimenti, scese nella lancia e una flottiglia di imbarcazioni, con tanti anonimi entusiasti, si diresse all’Arsenale, dove aspettavano M. Gobbi console del Regno di Sardegna e il suo vice console M. Berlo, evidentemente rimasti senza barca. Sul piazzale dell’Arsenale comparvero numerosi ragazzi italiani del Collegio dei Lazzariti, guidati dal professore veneziano Lattis. Accettato l’omaggio a terra, il benemerito salì in vettura; seguito da una quarantina di carrozze e da cavallerizzi, traversò la folla radunata lungo la polverosa strada verso il centro e scese alla sede del Consolato dei Paesi Bassi, per ricevere l’omaggio della deputazione di allieve della Casa di San Vincenzo di Paola, la cui oratrice esaltò il carattere cristiano del futuro canale di Suez. Ancora una volta, le grandi opere, le eccelse imprese, la colonizzazione delle nazioni europee si connotava, nella cultura imperante, come progresso della religione cristiana. Infine, l’avvocato francese M. Battanchon prese la parola a nome della colonia europea per osannare il francese più onorato al mondo. Lesseps, ex diplomatico, allontanato nel 1848 dalla nomenclatura del suo paese, si accorse che non rappresentava più una nazione, ma una impresa universale nella forma acclamata dell’imperialismo sui barbari. In questo senso, proprio lui aveva descritto il canale fra i due mari alla regina Vittoria, a Napoleone III e a Francesco Giuseppe, i tre imperatori dominanti.

L’accoglienza egiziana e amichevole avvenne altrove. Il khedivé Said aveva incaricato Zecchi-Bey, maestro delle cerimonie, di portarlo con il vagone vicereale, al palazzo sul lago di Mareotide: “Le cicale stanno fremendo nei grandi platani e l’estate mediterranea si stende con il magnetico azzurro della Mareotide.” Said Pascià non era dedito alla pesca notturna con le fiaccole sulla laguna, ma si dibatteva fra i numeri. La popolazione dell’Egitto era cresciuta negli ultimi tre anni e aveva raggiunto i cinque milioni di abitanti. Le spese statali erano state gravate dal mantenimento degli arsenali e dell’esercito. La costruzione della ferrovia da Alessandria al Cairo (non ancora terminata) e quella dei bracci minori (tra cui Alessandria-Mareotide) vuotava le casse del Tesoro. Le esportazioni verso l’Europa erano diminuite per la recessione economica del vecchio continente e pertanto non era possibile aumentare le tasse sulle ditte esportatrici in difficoltà. Rimase, per finanziare il bilancio, la possibilità di emanare un prestito nazionale emettendo buoni pubblici del Tesoro da 100 talleri (525 franchi francesi) per venti milioni di franchi. Il rimborso a 4 mesi doveva essere compensato con l’interesse del 7%, a 8 mesi dell’8%, a 12 mesi del 9% a 16 mesi. Questi erano i numeri che preoccupavano Said e il suo governo. In quel mentre arrivò a Suez, il 3 luglio, la corvetta inglese Ciclope con ventitré rifugiati europei, in gran parte greci. Tra essi, la signorina Elise Eveillard, figlia del console francese a Gedda, e il signor Emeral cancelliere dello stesso consolato. Costoro portarono la notizia di una strage di europei a Gedda, sulla costa della penisola arabica. I due personaggi erano scampati al massacro e ne portavano le ferite. Raccontarono che il console inglese Page era stato tagliato a pezzi, che i suoi due interpreti erano stati sgozzati, la sede diplomatica e la casa saccheggiate. Nel consolato francese era entrata un’altra banda di assassini che aveva sciabolato il console Eveillard e ucciso a coltellate la moglie. La figlia Elise, con una grossa ferita alla guancia, provocata da un colpo di yatagan, giaceva a terra come morta con la testa di suo padre spaccata in due, sulle ginocchia. Emeral aveva combattuto corpo a corpo ed era caduto, crivellato di coltellate e giaceva come morto. I selvaggi razziarono la casa e si allontanarono convinti che non ci fosse più nessuno vivo. La signorina Eveillard, sentendo crescere, per la strada, le urla dei banditi, si nascose sul divano, coprendosi con i corpi dei morti e con i cuscini e con una coltre. Una nuova orda di fanatici entrò nella casa desolata e salì sopra il divano, come su un marciapiede di carne umana, per raggiungere un armadio in cui speravano fossero riposti dei tesori da spoliare. Infine, la banda si allontanò e comparve un giovane negro inviato da un harem vicino per vedere cosa era successo. Costui liberò Elise dalla tomba di cadaveri e la condusse in salvo, insieme al moribondo cancelliere e li nascose tra le donne.

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A circa due miglia dal porto di Gedda era all’ancora Ciclope, una nave comandata da M. Pullen, che effettuava le esplorazioni per la collocare il cablo telegrafico sottomarino inglese. Nella notte del massacro, un greco raggiunse a nuoto il battello e diede l’allarme. La mattina, due barche si diressero verso la città, vennero attaccate e dovettero far fuoco per potersi ritirare, subendo due morti e alcuni feriti. Tutta la costa era in subbuglio. Alla Mecca, la canaglia, saputo dello sterminio dei cristiani a Gedda, festeggiò attorno allo sceicco. Il governatore della provincia di Hedjaz, seppur tardivamente, mandò cinquecento soldati che, giunti a Gedda, resero possibile l’evacuazione dei superstiti sul Ciclope, il 24 giugno. Questo è quanto vennero a sapere, il 5 di luglio, Said Pascià e Lesseps. Ma ancora ignoravano le circostanze dei delitti. Per Lesseps, quanto aveva appreso era sufficiente per esprimere indignazione. A lui replicò tranquillamente il pascià: “Come! Voi, che conoscete l’Oriente da più tempo di me, voi vi meravigliate? La vostra esperienza avrebbe dovuto farvi apprendere che quando delle popolazioni fanatiche e barbare non sono tenute da una mano ferma, accade che esse si liberano ai più deplorevoli eccidi. Anche qui, molte persone che vi salutano con rispetto, vi strapperebbero il cuore se non avessero paura. … La politica inglese ha tolto a mio padre l’amministrazione della Siria, ma quando il nostro canale funzionerà, la Siria e l’Arabia dovranno per forza prendere parte al movimento europeo.” Lesseps trascrisse queste frasi in una lettera del 9 luglio a Saint-Hilaire e ordinò: “Queste osservazioni così giuste è utile conservarle nel nostro archivio.”

La notizia del massacro di Gedda arrivò al Foreign Office di Londra, tramite un dispaccio telegrafico di M. Green, console generale in Alessandria, via Malta, alle 5,30 del mattino del 16 luglio. Il Time del 12 luglio, avendo avuto prima del governo la notizia dal suo corrispondente da Malta, pubblicò: “Un sollevamento di maomettani ha avuto luogo a Gedda il 15 giugno”. Riportò la morte del console inglese e di quello francese e di sua moglie, ragguagliò che erano state massacrate ventisei persone circa, tra cui la figlia di M. Eveillard. Il quindicinale “L’Isthime de Suez” del 25 luglio, forniva maggiori informazioni; “ I nostri corrispondenti e antichi amici della Casa Sava, il cassiere, il contabile, il magazziniere, tutti greci, insieme a due schiave donne sono stati massacrati. Una bambina è stata venduta a 5 talleri. La Casa Sava è protetta dagli inglesi. … Il prefetto della polizia di Gedda, Ab-dallah Moctaseb e i quindici o venti più ricchi mercanti della città minacciano da molto tempo i cristiani. Il popolo non è stato che una macchina che loro hanno fatto agire. … Non ci sentiamo troppo tranquilli a Suez. … Il motivo di questa sommossa è ancora diversamente interpretato.” Evidentemente le comunicazioni fra Occidente e Oriente funzionavano come quelle dell’antica Roma. Traspare dalla nota del quindicinale della Compagnia Internazionale l’entità di un genia del Mar Rosso e della Siria, che sia il Sultanato che il Foreign Office inglese trascuravano. Gedda (Jiddah) è l’accesso alla Mecca, città della tomba di Eva, che gli estremisti wahhabiti sigillarono con il calcestruzzo per sottrarla al culto idolatrico; Gedda faceva parte di una regione dell’impero ottomano, sottoposta al controllo della Corona britannica, dopo che gli inglesi si erano impiantati nell’isola di Perim, governata dalla colonia di Aden. L’economia di una vasta zona sui mari orientali era detenuta da alcune famiglie di mercanti, che avevano stabilito a Gedda la loro capitale: era gente del ceppo degli hadramiti, proveniente dalle montagne di Hadramat, una enclave della “Regione Destra” (in arabo, Yemen che significa a destra della Mecca, anticamente Arabia Felix). Padroni del porto e del souk di Gedda, il loro ruolo era eminente nella vita cittadina, liberi dall’autorità imperiale rappresentata da Namik Pascià governatore di Hediaz e ribelli alla guida religiosa dello sceicco delle città sante. Ancor più forte era la contrapposizione dei mercanti verso i consolati inglese e francese, che avevano istituito la Casa del Commercio, Toma Sava, che rompeva il monopolio degli hadramis e introduceva mercanti greci ed egiziani nel maggior porto del Mar Rosso. Notabili e corsari, gli hadramiti, commercianti da bazar, percorrevano i mari con le sambuche e vendevano gli schiavi, anche se la Porta aveva emanato, nel 1855, una legge che proibiva il traffico di esseri umani. Erano figli di una tribù di montanari dello Yemen, che si era estesa, nel tempo, con membri dello stesso ceppo familiare, su tutte le coste dell’Oceano Indiano, per praticare la pirateria e per monopolizzare i traffici. Costituivano una consorteria nazionale con la patria in ogni porto orientale raggiungibile. Il 15 giugno 1858, i notabili hadramiti della capitale avevano radunato, davanti la Casa delle Dogane, la massa dei marinai, del popolaccio e della canaglia del porto e del souk, eccitandoli a uccidere i cristiani e a saccheggiare le loro case e armandoli. Cinquemila persone fanatizzate (un numero enorme, che costituiva più della metà della popolazione) eseguì la razzia. La rivolta venne festeggiata alla Mecca e in altre comunità musulmane, ma gli hadramis non c’entravano con la religione. La tribù yemenita più che religiosa era una selvaggia Compagnia dei Mari delle Indie.

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Mentre si divulgava il caso sui giornali europei, alimentando la contrapposizione tra le chiese e le moschee, Lesseps lasciò Alessandria il 14 luglio e partì per Costantinopoli, dove arrivò, il 21 di quel mese, avendo effettuato una lunga tappa a Smirne. La prima conversazione con Alì Pascià risultò inutile quanto quelle del passato: bisognava attendere ancora che il governo di Derby chiarisse la sua politica orientale. Alì faceva prova di buona volontà, dissimulando la propria impotenza. Il circolo era vizioso e Lesseps rispose che gli bastava approfittare della adesione inespressa della Porta, per proseguire. Ebbe la sensazione di essere personalmente più forte del gran visir e dei singoli governi. Invitò gli ambasciatori di Austria, di Russia, di Prussia, di Spagna, informandoli che la Compagnia Internazionale del Canale di Suez “è sotto la protezione infallibile dell’Imperatore dei francesi” e che lui era pronto “a sollevare il sipario dell’ultimo atto”, appena tornato a Parigi.

Nel porto di Istanbul attraccò, il 7 agosto, un battello, Il Wladimir, “magnifica nave russa a vapore”, pavesata dalle bandiere di tutte le nazioni europee. Vi salì Lesseps, che fu traghettato fino a Odessa dove si svolse un banchetto, nella Sala della Borsa, organizzato da Novosselski, direttore fella “Società Russa di Navigazione a vapore e del Commercio, sotto il patronato Imperiale”. Parteciparono le autorità politiche, tra cui i governatori della Nuova Russia, della Bessarabbia, e il governatore locale. Erano presenti i capitalisti e i grandi investitori della nazione, con alla testa il direttore della Banca Imperiale di San Pietroburgo. Il banchetto divenne un evento oratorio, con susseguirsi di brindisi alla prosperità dello zar Alessandro, al commercio nel Mar Nero e naturalmente al canale di Lesseps. Il direttore Novosselski promise che la sua società avrebbe trasportato i materiali necessari alla apertura dell’istmo di Suez, provenienti dalla Russia, a prezzi ridotti. Vennero stipulate le adesioni russe alla Compagnia Internazionale in un susseguirsi di “toast” a cui Lesseps rispose, senza saltare un ossequio, a calice alzato. Levò il calice un generale dell’esercito russo e l’ospite gli corrispose declamando che il suo era il primo brindisi amichevole tra russi e francesi dopo la guerra di Crimea, in cui erano stati nemici, ma “in cui ciascuno ha raccolto la sua parte di gloria e il cui risultato migliore è stato di aumentare la stima e la simpatia reciproca della nazione francese e russa. All’armata russa! Urrà, Urrà. Urrà.”. L’itinerario di Lesseps riprese il 21 agosto 1954, quando il pellegrino del grande progetto partì da Costantinopoli per Trieste, dove arrivò il 27; da Trieste passò a Venezia e ivi ricevette una eccezionale accoglienza a Palazzo Ducale, poi proseguì in treno per Parigi. Intanto il governo inglese, francese, turco ed egiziano decisero come punire gli assassini di Gedda.

Pompeo De Angelis

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