Analogie e metafore come strategia addestrativa nell’Intelligence Culturale: cominciando da Argo

argo mercurio e la vacca Io

Il sonno e la veglia, con il loro alternarsi ciclico, scandiscono la vita dell’uomo r di buona parte del mondo animale. La cultura classica ne fa due mondi distinti ma dotati dello stesso coefficiente di realtà, l’uno popolato dalle attività quotidiane, latro dai sogni. Il mondo della veglia, forse a causa della sua multiformità, non ha un’unica divinità che lo sovrintenda. Ma il suo simbolo potrebbe essere Argo, il mitico guardiano cui Giunone ordina di vigilare notte e giorno su IO, l’amante di Giove che ha tramutato in giovenca per gelosia. Argo può adempiere al compito grazie ai suoi numerosi occhi, tre secondo alcune fonti, quattro, cento o addirittura infiniti secondo altre. Gli occhi si chiudono al sonno soltanto a turno, ma Mercurio riuscirà comunque a sopraffarlo, addormentandolo con la sua musica sovrannaturale.

Storiella per introdurre nomi e parole (Argo, Mercurio, gelosia) funzionali a ben altra ipotesi che trovate di seguito. Nomi e parole funzionali e metaforiche per il racconto fatto o meno di analogie con l’oggi. Comunque si addestrano gli uomini usando prevalentemente metafore ed analogie.

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E che si debbano sempre di più (e meglio) addestrare gli uomini a problemi inerenti alla sicurezza del nostro Paese, al modo – che appare a questo marginale e ininfluente animatore di blog non ancora adeguato – con cui esso risponde alla domanda sempre più diffusa e urgente di legalità, di stabilità sociale e politica, di tutela delle sue istituzioni dalle minacce interne (la criminalità e la corruzione dilagante) ed esterne non ci piove.

Ho scritto qualche ora addietro che l’incidente ferroviario di Bari (lo scontro frontale sulla linea monobinario) potrebbe essere dovuto ad un sabotaggio attuato con sofisticata abilità per lanciare un “segnale” al nostro Paese, impegnato, come altri, nella complessa vicenda della lotta al terrorismo islamico. Cose di poco conto dette da un anziano animatore di blog inaffidabile come questo se non avessi rafforzato la mia illazione accostando questo recente grave episodio alla “caduta” di un aereo Douglas C-47 Dakota dell’aeronautica Militare Italiana avvenuto nel lontanissimo 23 novembre 1973. La caduta causò la morte dei quattro membri dell’equipaggio, sfiorando un disastro a terra.

L’aereo era denominato Argo16 (sigla MM 61832) e certamente non era stato utilizzato negli anni precedenti (siamo in piena complessità fine anni ’60/’70) per fare turismo.

argo16_corriere_veneto

A seguito dell’incidente qualche indagine fu fatta e, un pezzo alla volta, emersero notizie relative all’uso dell’aereo per trasportare “gladiatori” e per svolgere missioni speciali in particolare lungo il corridoio adriatico coordinato dal SIOS dell’Areonautica per contrasti e misure attive elettroniche contro la rete radar della Jugoslavia che all’epoca esisteva come Stato unitario ed era ancora sotto la guida politica di Tito. Per molti, interessati o meno alla verità,  Argo 16 cadde per imperizia o per disgrazia. Per il mitico generale Gianadelio Maletti, ancora oggi vivo e rifugiato in Sud Africa, l’aereo quando cadde, stava facendo ritorno dalla Libia dove aveva appena lasciato i 5 palestinesi presi ad Ostia con dei missili terra aria pronti ad abbattere un aereo in fase di decollo. L’aereo Argo 16 che aveva avuto a bordo – poche ore prima – i terroristi scampati alla loro giusta punizione commise l’errore, secondo Maletti, di fare uno scalo a Malta e lì lo zampino ubiquo del Mossad provvide a sabotarlo al fine di punirci. Maletti giurò che tale Asa Leven, persona non di poco peso in quanto Capo stazione di Roma del Mossad, nelle ore a ridosso dell’incidente, lo aveva avvicinato (in realtà si conoscevano molto bene in quanto colleghi da anni) per proporgli di chiudere, in accordo, un po’ degli occhi di Argo (il mitico gigante, dai cento occhi, sempre sveglio da cui il nome dell’aeroplano) e consentire di catturare ed estradare in Israele i cinque perché fossero opportunamente puniti.

Maletti, che ritengo senza movente alcuno per inventare una tale versione dei fatti, racconta, con dovizia di particolari, questa storia, compreso il fatto che rifiutò di dare l’appoggio richiestogli per cui lasciava intendere che, per darci un segnale di assoluta ostilità – a Malta – durante la sosta, si condizionò il ritorno dell’Argo e così facendo si decise la morte dei nostri militari.

Una storia dura che qualora fosse vera, sarebbe stato opportuno, in questi 43 anni trascorsi, tenerne conto. E non far finire tutto con il Carrai di turno (e i suoi sponsor internazionali ben identificabili) che prendeva la guida del team necessario a rafforzare la guerra cibernetica in Italia.

Come sembrava ormai deciso (Renzi, sotto tortura, non si ricorderebbe cosa sia stato il caso Argo 16) se qualcuno (Mattarella e lo stretto e fidatissimo collaboratore Zampini?) non si fosse, provvidenzialmente, messo di traverso. Meglio così!

Perché non si prenda tutto per oro colato, va ricordato che Maletti è stato, in anni difficilissimi, il Responsabile dell’Ufficio “D” del SID e al tempo  stesso iscritto alla Loggia massonica P2. Era stato anche, prima di questo passo irreversibile, un buon ufficiale dell’Esercito italiano, figlio e nipote di ufficiali piemontesi. Suo padre morì combattendo ad Alam En Nibeiwa, in Egitto, e lui giovanissimo, 14 anni, entrò in collegio militare.

Successivamente aveva combattuto contro gli alleati che sbarcavano in Sicilia e preso, ventenne, rimase prigioniero due anni in Africa.

Al suo ritorno in Italia non lascia l’Esercito e, anzi, frequentata la Scuola di Guerra quando era ancora Ministro della Difesa Randolfo Pacciardi, continua l’esperienza militare. In realtà si forma definitivamente negli USA, in due tempi, partecipando alla loro Scuola di Guerra, una prima volta tra il 1949 ed il 1950 e una seconda tra il 1957 ed il 1958. Un amico degli americani quindi, senza dubbio alcuno e dell’emergente Stato di Israele. Nel drammatico 1960 lo troviamo comandare un battaglione a Genova. Poi viene trasferito a Roma e si allontana dalla Capitale nel 1963 per divenire addetto militare in Grecia, dove rimane fino al 1967, anno del Golpe dei Colonnelli. Rientra in Italia e, come detto, si iscrive alla Loggia P2 tessera “Roma, 499”. Viene cooptato nel SID e vi rimane fino al 1976. Durante la sua presenza al servizio si sviluppa la “Strategia della Tensione” a cominciare dalla Strage di Piazza Fontana. Un uomo di vastissima esperienza quindi del cui racconto sulla non caduta accidentale del Dakota, ho sempre ritenuto si dovesse tenere conto. Disse che ci avevano punito abbattendo l’Argo 16 e non trovo, lo ripeto, un movente per spingerlo ad inventare una storia di quel genere se non che fosse la verità.

Per cui se oggi, mutate le condizioni e quindi i Paesi, qualcuno comincia a mormorare che quei treni potrebbero non essersi scontrati casualmente, prima di invocare bufale o cose del genere, approfondirei le vicende di queste ore legate agli ombrelli che proteggono l’Italia dagli attentati che, ad oggi, colpiscono tutti tranne noi. Potremmo scoprire che qualcuno ci invidia e che ipotizza un trattamento di favore a causa di complici “distrazioni” investigative o di sleali lodi. Rosicando e volendosi vendicare!

Oreste Grani che quando Maletti e La Bruna operavano formalmente nelle Istituzioni, negli anni della Strategia della Tensione, vivevo spesso a Roma e un po’ in giro per l’Italia e dei due ne percepiva la presenza malevola, del loro “capo” e del loro modo di fare “intelligence”. Non sono indulgente con Maletti quindi ma, se dovessi dire fino in fondo cosa penso, ribadirei che l’Argo16 fu abbattuto per lanciarci un segnale.

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