A queste condizioni sono d’accordo a tentare di far assegnare, per il 2024, le Olimpiadi a Roma

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A settembre 2016, in previsione di quanto a Lima accadrà nel settembre 2017 (assegnazione della sede per le Olimpiadi 2024), il sindaco Virginia Raggi (e chi lei riterrà opportuno) si incontrerà con la delegazione del CONI e del Comitato promotore perché sia Roma la prescelta per il 2024.

Sono ormai passati 56 anni dalle Olimpiadi romane del 1960 e sarebbe giusto porsi il problema di avere una nuova edizione italiana di un complesso avvenimento come è quello di cui si ragiona. Le Olimpiadi moderne (De Coubertain) sono, comunque le si voglia considerare, figlie di quelle greche.

E da quel mondo parto per inaugurare i miei ragionamenti sul tema.

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Nel periodo cosiddetto “eroico”, che trova nei poemi omerici la sua ampia e viva rappresentazione, l’areté si esprime e si realizza nel valore etico-guerriero, tanto che in quella fase storica l’uomo ideale è l’eroe/soldato, che attraverso prestanza ed efficienza fisica impone la propria superiorità individuale e di razza in una società aristocratica.

Egli deve “essere sempre il migliore e superiore agli altri”, come ammonisce Omero (o chi per lui) ed esercita e attesta questa superiorità nell’agone  – guerriero e sportivo – dove trova espressione privilegiata e particolare motivazione.

Si tratta di una superiorità che si conquista, con lotta e fatica (altri due significati del termine agòn da cui l’agonistica) attraverso l’uso sapiente del proprio corpo, patrimonio totale di tutti gli uomini, ma a cui solo una natura eletta (eughéneia) ed una tenace educazione apriranno le porte del successo.

Col tempo il confronto ginnico agonistico, a prescindere dal contesto bellico, finirà per essere istituzionalizzato per costituire l’assetto funzionale della società greca, che imporrà all’uomo di eccellere, misurandosi con se stesso e con gli altri non solo in campo fisico ma in tutte quelle categorie che, espresse al sommo grado, gli consentono di realizzare la propria virtù (areté) e di conquistare l’onore (timé) e la fama (dòxa).

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Tuttavia il contesto ginnico-sportivo rimarrà a lungo palestra privilegiata della gara e della dimostrazione in cui il corpo ancora indiscusso protagonista, arricchirà le proprie potenzialità meramente fisiche coniugandole, in armonica sintesi, con altre, morali ed etiche.

È così che nell’elaborazione filosofica prima, e nella mentalità corrente subito dopo, l’atleta diverrà il simbolo dell’espressione maschile più completa, proprio perché è in grado di soddisfare nell’unità psicofisica del suo essere l’imperativo dell’eccellenza.

In Grecia, dopo il tramonto delle monarchie eroiche, tutta la vita superiore del popolo, tanto esteriore che spirituale, si svolge nell’agone. In esso si manifesta l’eccellenza e la vittoria agonale (la nobile vittoria senza passione) ci appare come la più pacifica vittoria dell’umanità.

Tutto ciò risulta assai evidente dalla produzione filosofica e letteraria (epica, storica, lirica) che si sviluppa di pari passo in quel periodo e che prende in esame, descrive, mitizza, l’impresa atletica. Letteratura e immagine in quanto – al pari di altre culture antiche – quella greca fu in buona parte cultura di immagini, e l’immagine, plastica o pittorica, fu il mezzo di veicolazione culturale più diffuso di quei tempi. Il riconoscimento per la performance vittoriosa attraverso l’erezione di una statua divenne un vero e proprio diritto assai ambito.

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Gli atleti scalzeranno a poco a poco dei ed eroi dell’epoca e del mito. Presto gli atleti diverranno i nuovi eroi la cui immagine e le cui gesta saranno scelte come paradigma educativo delle nuove generazioni.

Tutto qui e da allora, migliaia di anni addietro, ad oggi, il passo è breve dove Francesco Totti è veramente l’eroe a cui ispirarsi e su cui modellare i propri figli. Siamo questo cioè una società che liberatasi di tutti gli aspetti etici e filosofici elaborati in Grecia si è tenuta una sola indicazione: o si è vincitori o non si è.

Una società che spietatamente dimensiona l’uomo tra i due poli opposti e contigui della lode e del biasimo. Lodi per i vincitori, biasimo per gli sconfitti.

Veniamo ad oggi e a Roma nostra.

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Sarebbe una grande occasione quella di fare le Olimpiadi a Roma nel 2024 se, contestualmente all’annuncio dell’assegnazione della sede (settembre 2017), si mettessero in modo ragionamenti, ovunque possibile (e penso nelle scuole prima di tutto, di ogni ordine e grado, compreso le università) su parole quali disposizione naturale, bellezza, giovinezza, forza, intelligenza, impegno, generosità, prudenza, temperamento, coraggio e, perché no, astuzia. La fisicità come specchio di doti sapientemente potenziate da una corretta educazione. Le doti fisiche come specchio di quella aristocrazia del sapere che sola potrà ristabilire la meritocrazia in questo Paese di “raccomandati”; il frutto maturo di un processo di rifondazione di una identità che sempre di più si smarrisce in stereotipi e luoghi comuni. Questo siamo: un Paese senza identità. A queste condizioni, crogiolo di un nuovo umanesimo, si possono fare le Olimpiadi a Roma nel 2024. I soldi si possono trovare ma devono essere spesi bene. Cioè in formazione, in scelte meritocratiche, in cultura.

Oreste Grani/Leo Rugens

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