Le bombe di New York: un test perfettamente riuscito

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La pentola a pressione (l’ordigno rinvenuto sotto un albergo nel cuore di New York) che viene mostrata non mi sembra oggetto da sottovalutare.

Lo dico solo dopo la ricognizione che una foto sfocata consente. Ma quello che si vede è sufficiente per dire che siamo di fronte ad un’accensione di fari in occasione del summit di domani dove anche uno come Matteo Renzi sarà all’ONU. Se c’è l’ultimo del Mondo capite che la questione è delicata. La bomba esplosa invece poteva/voleva fare una strage almeno tipo maratona di Boston. Anche in Italia negli anni settanta qualche terrorista autodidatta (?) usava questa tecnica per confezionare ordigni. Se ci metti dentro dell’esplosivo militare (qualche chilo!), con una pentola a pressione, puoi tirare giù un palazzo. Vediamo. Certo, lo scontro tra uno come Trump e una come la Clinton lascia spazio a qualunque ipotesi e comportamento in un Paese dove si uccidono i presidenti e qualcuno è libero di tirare di sotto le mitiche “Torri gemelle”, colpire il Pentagono, evitare per un soffio il collasso del Campidoglio e forse della stessa Casa Bianca. Negli USA come ormai ovunque, tutto è possibile. Un fatto è certo e cioè che domani, nel Palazzo dell’ONU, 190 Capi di Stato o similari (più l’indefinibile Matteo Renzi), si incontreranno e chi ha compiuto l’atto intimidatorio (intenzionale come dicono i cretini che ormai si trovano ovunque nel mondo in qualunque ufficio stampa) ci è riuscito, organizzando l’atto in segreto, riuscendo a trasportare l’ordigno senza essere intercettato, confermando la tesi della vulnerabilità di qualunque grande città e della imprevedibilità della “guerra tra la gente”.

Se era un test, è perfettamente riuscito.

Oreste Grani/Leo Rugens

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