Il Canale di Suez 14 – Pompeo De Angelis

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Lesseps fece pervenire una richiesta del Consiglio d’Amministrazione della Compagnia del Canale di Suez all’imperatore, il quale teneva corte a Bayonne Saint Cloud e faceva le vacanze a Biarritz, tempo di relax diplomatico, dopo il tempo di guerra. Un dossier allegato espose la difficoltà di una concessionaria commerciale, proprietaria di un progetto strategico, che riguardava cinque imperi, di poter agire esclusivamente a nome di capitali d’impresa, in massima parte francesi, senza la protezione politica del proprio paese. Essa non poteva lottare più a lungo contro l’azione persistente di un governo, rivale della Francia, per il quale tutti i mezzi erano leciti. Esistevano due modi per annullare l’intervento irregolare del governo di Londra: 1) intervenire con forza su Costantinopoli; 2) chiedere a Sua Maestà la regina Vittoria un negoziato con il suo governo e avvalersi della pressione dei gabinetti di Vienna, di San Pietroburgo, di Madrid, di Washington, di L’Aia, di Lisbona, di Tunisi, di Napoli, di Atene che erano dichiarati per il successo dell’impresa. Il governo britannico non avrebbe resistito al cimento, ma i tempi stringevano. Il Consiglio di Amministrazione era obbligato per statuto a convocare l’assemblea generale degli azionisti, entro novembre, per decidere se andare avanti o se effettuare lo scioglimento della società. Mentre si svolgevano le richieste alla corte di Saint Cloud, con lettere all’imperatrice, a Walewski, ministro degli esteri, a Revoltella di Trieste per riallineare l’Austria, Lesseps fece circolare i documenti che svelavano come il Regno Unito e la Sublime Porta avevano “forzato” Said Pascià al tradimento.

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Veniva provato che una squadra navale inglese agli ordini del vice ammiraglio Monday aveva gettato l’ancora, il 23 luglio, nella rada di Alessandria. Nello stesso giorno, il sultano di Istanbul era atteso a Beirut, dove avrebbe convocato il viceré egiziano. Si sarebbe ripetuto l’episodio di qualche anno prima, quando un commissario turco, appoggiato dai cannoni di una flotta, attirò il Bey di Tripoli fuori dalla sua residenza, lo fece prigioniero e convertì la reggenza barbaresca in un semplice pascialik. Gli ufficiali e il vice ammiraglio restarono due giorni a guardare il profilo della città di Aspasia, finché i dispacci fecero sapere a Monday che il sultano aveva rinunciato al viaggio e quindi i vascelli, senza tamburi, né trombe, ripresero il mare. Lesseps, nell’attesa del ricevimento imperiale si recò a Londra e incontrò il conte Persigny, ambasciatore di Francia, il quale riteneva che Palmerston non poteva permettersi di aprire un duro contrasto con il governo di Parigi. Per dirla con Persigny, il lord premier doveva ammorbidirsi perché la Regina Vittoria pretendeva le buone maniere con la famiglia imperiale di Napoleone e perché i troppi ministri non condividevano la rigidezza del primo ministro.

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Lesseps Incontrò anche M. Lange, presidente della City, che si impegnò a inviare una circolare alle corporazioni mercantili per invitarle a sostenere il negoziato fra Londra e Parigi. Inoltre, crollava, in quei giorni di settembre, l’idea alternativa al canale di Suez, cioè falliva la Railway dell’Eufrate, il collegamento per via di terra con l’India, da tanti anni propugnato da Palmerston. I direttori della compagnia ferroviaria furono obbligati a rimborsare con il 50% di perdita e a dichiarare l’insolvenza al governo. L’impresa aveva goduto dell’appoggio governativo del proprio paese, ma non aveva trovato i capitali e la Turchia non aveva concesso l’attraversamento del suo territorio per bilanciare il no all’apertura dell’istmo egiziano. Il Times si affrettò a intervistare Lesseps che disse: “Voi volete che sia il vincitore di Solferino a mettere fine all’opposizione inglese. Se volete ascoltarmi, vi dico che non state agendo nell’interesse del vostro paese.”

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Mentre Lesseps giocava la partita a Londra, un colpo di dadi fortunato fu gettato da Muktar-Bey, commissario della Sublime Porta, sul tavolo del Cairo. Il Bey era latore di una lettera del gran visir con l’ordine, per Said Pascià, di evacuare tutti gli stranieri presenti nel territorio dell’istmo di Suez: “Chi non osserverà gli ordini di Istanbul sarà dichiarato ribelle:” Cherif Pascià, ministro degli Esteri d’Egitto, convocò i consoli di tutti i paesi accreditati: Francia, Sardegna, Inghilterra, Napoli, Olanda, Grecia, Svezia, Portogallo, Austria, Belgio, Spagna, Toscana, Città anseatiche, Prussia, Russia, Danimarca; lesse la lettera della Porta e annunciò che Said Pascià Intendeva conformarsi alla volontà di S.M.I il Sultano a cui apparteneva la sovranità territoriale sul vicereame. In sostanza le prerogative politiche e amministrative del vicereame erano revocate. Cherif Pascià affermò che per raggiungere gli scopi dichiarati erano previste misure energiche, ma che prima di arrivare a mezzi coercitivi contro le persone di nazionalità straniera, il governo egiziano voleva far conoscere la propria risoluzione all’onorevole corpo consolare, pretendendo l’appoggio sia per intimare agli amministrati l’ordine di lasciare il terreno dell’istmo, sia per assistere il governo egiziano nell’eseguire delle misure per le quali, in caso di necessità, si sarebbe fatto ricorso alla forza armata. Il ministro sperava nella saggezza del corpo consolare, che sorpreso e muto aspettava per dichiararsi, ma prese la parola M. Sabatier che annunciò il voto favorevole della Francia. Agli altri non rimase che seguirlo.

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Il console francese aveva le mani in pasta in tutti gli affari loschi di Alessandria ed era stato sempre ben pagato in lussi e lussurie dalla Porta. Sotto ricatto, gettò la maschera. E fu la goccia che fece traboccare il vaso. Sabatier ordinò, il 6 ottobre, al suo vice console di Damietta di sottomettere allo sgombro, entro il 1° novembre, i signori di Porto Said. Il direttore dell’ufficio di Cherif Pascià verbalizzò i fatti di quei giorni e li divulgò, ma quel documento trionfante offese M. Walewski, che convinse Napoleone a ricevere i rappresentanti della Compagnia del Canale di Suez perché l’offesa a loro si rifletteva sulla Francia.

Il ricevimento avvenne il 24 ottobre a Bayonne Saint-Cloud. Ai membri del Consiglio d’Amministrazione si aggiunsero Elie Beaumont e Charles Dupin, presidenti onorari della Compagnia, e tutti fecero un semicerchio attorno all’imperatore, che mostrò un atteggiamento benevolo. La descrizione di questa seduta è lasciata alla penna dello stesso Lesseps in “Lettres, Journal et Documents pour servir a l’histoire du canal de Suez”: Sua Maestà, che conosceva lo scopo della nostra visita, indirizzandosi direttamente a me disse: Come è possibile monsieur de Lesseps che tanto mondo sia contro la vostra impresa? Sire – ho risposto immediatamente – è che tutto il mondo crede che la Vostra Maestà non voglia sostenerci. L’imperatore, girando, allora, tra le dita la punta dei suoi lunghi baffi, come ha l’abitudine di fare quando riflette, dopo qualche secondo di silenzio, aggiunse: Ebbene, siate tranquilli, voi potete contare sul mio appoggio e la mia protezione. Abbiamo insistito sulla resistenza dell’Inghilterra e ci ha parlato di una recente risposta di Londra, definendola troppo rigida, aggiungendo: è insignificante. Bisogna spiegare le vele. Allora gli abbiamo domandato di autorizzarci ad annunziare ai nostri azionisti che essendo previsti dei negoziati internazionali era meglio aggiornare l’assemblea generale, in difetto della quale saremmo obbligati a liquidarli e a rimborsarli. Lui ha accettato ciò che domandiamo e ci ha autorizzato a motivare, con l’inizio del negoziato, l’aggiornamento dell’assemblea generale degli azionisti. Ci ha promesso di far sapere in Egitto di aver già dato gli ordini al ministro degli Esteri affinché i nostri diritti e le nostre operazioni siano mantenute. L’abbiamo ringraziato e ci siamo lamentati della condotta del console generale di Francia in Egitto, la cui protezione era completamente mancata a difesa dei nostri interessi e abbiamo consegnato una nota in appoggio alla nostra lamentela. Essendo arrivato il momento di ritirarci, feci un cenno ai miei colleghi e dissi all’Imperatore che credevo utile recarmi a Costantinopoli ed ad Alessandria. Lui mi ha risposto: Ciò è molto importante. Ciascuno allora è sfilato davanti a Sua Maestà; io sono restato per ultimo, con il duca di Albufera, avendo notato che l’Imperatore desiderava intrattenerci in particolare. Ci ha detto, con aria di grande bonomia: Cosa pensate che c’è da fare subito? Sire – gli ho replicato – il cambio di residenza del console generale di Francia, che, essendo un agente di grande capacità, può essere chiamato in un altro posto. E bene! Se non è che questo, sarà molto facile. Ditelo a Walewski. Mi sono affrettato, uscendo dall’udienza, di inviare al conte Walewski una nota nella quale gli rendevo conto delle conseguenze pratiche di questa eccellente udienza, che mi sembravano essere: 1) che M. Thounvenel, ambasciatore a Costantinopoli, riceva l’ordine di inviare una lettera al nuovo Gran Visir (che credo favorevole alla nostra impresa) per chiedere l’autorizzazione a far continuare le imprese della fase preparatoria, quale sono state definite in una lettera che avevo indirizzato da Corfù, il 3 marzo 1859, al Gran Visir Aalì Pascià, messe in esecuzione in Egitto da più mesi; 2) che i servizi di M. Sabatier siano utilizzati altrove che in Egitto. Furono un grido di vittoria le lettere che Lesseps inviò a M.Lange a Londra, informandolo del prossimo negoziato fra Francia e Inghilterra in un concerto europeo, e agli azionisti per spiegare il rinvio, a data da stabilire, della assemblea generale del 15 novembre. Lettere speciali furono indirizzate all’arciduca Massimiliano d’Austria, al duca di Brabante del Belgio, al re di Spagna, alla regina di Grecia, alla regina dei Paesi Bassi, al duca di Oporto del Portogallo, al granduca Costantino di Russia, al conte d’Aquila delle Due Sicilie. Il console Sabatier venne promosso e messo in pensione.

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Lesseps era convinto di essere uscito dal circolo vizioso, ma non poté trascurare l’ostilità cresciuta a Costantinopoli, a metà novembre. La pressione congiunta sul Divano da parte di M. Thounvenel ambasciatore francese, del principe Labanoff ambasciatore russo, del barone di Prokesch per ottenere dal sultano l’appello alla soluzione diplomatica europea, non aveva menomato l’opposizione della Gran Bretagna. Gli ambasciatori, nella città irrisolta, non ignoravano, se discutevano con i ministri turchi, che M. Buluwer era nascosto dietro di loro e il tempo degli ambasciatori e dei visir trascorreva in appuntamenti e rinvii, senza decidere sulla questione. Non si trattava più di Suez, ma della protezione esclusiva dell’Inghilterra sulla Sublime Porta e dello scopo di assorbire nella sfera di Albione l‘impero ottomano. Lesseps, per la sua incredibile costanza e per le amicizie che lo avevano reso molto influente divenne l’ostacolo principale al disegno da antica Roma dell’isola britannica. Lui voleva spaccare la terra di mezzo, aprirci un canale per le grandi navi e rischiò di essere eliminato fisicamente sulle rive del Bosforo, come gli era già accaduto sulle sponde del Nilo alla vigilia del suo viaggio in Sudan. Gli attacchi cominciarono con la diffamazione personale. Lesseps venne accusato da alcuni giornali inglesi e turchi e da fogli nemici di località minori di progettare una guerra fra la Francia e l’Inghilterra e di essere affiliato una associazione, di cui era addirittura il capo, che tramava per far cadere Napoleone III per tornare alla Repubblica. Replicò, in più sedi, dicendo di non aver mai messo piede, neppure per curiosità, in un club qualunque o in una riunione elettorale: “non ho assistito né alla rivoluzione del 1830, né a quella del 1848” e rivolgendosi all’imperatrice sua cugina aggiunse: “Lei sa che anche se non ho votato per l’Impero, io non sono fazioso e, anche se amo la libertà, non mi impegnerò mai per rovesciare quello che il mio paese ha elevato.

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Una replica orgogliosa alle calunnie, ma anche la paura di essere colpito da un sicario. Lesseps non era più un diplomatico, né un politicante, ma un avventuriero, che faceva un mucchio delle sue fortune e le puntava tutte, in un colpo solo, contro la immensa ricchezza della casa da gioco. Il suo secondo soggiorno a Costantinopoli gli mise sotto gli occhi l’agonia della Turchia. Lord Stratford de Redecliffe, ambasciatore inglese in Turchia, l’uomo che conosceva l’impero ottomano meglio di qualsiasi persona al mondo, confessava a Lesseps che il governo di Costantinopoli era contrario alla proposta di Francia, di Austria e di Russia di un negoziato fra il governo inglese e francese su una questione che toccava l’Egitto. Eppure la conferenza fra noi la faremo e la questione vera riguarderà la spartizione di questo impero. L’intervento inglese tenderà ad ammorbidire la caduta, o meglio lo scivolo verso la dissoluzione. Della fine dell’impero di Istanbul le potenze europee erano consapevoli dal 1830 quando la Grecia aveva ottenuto la sua indipendenza dal turco e quando, nel 1830, la Francia aveva tolto ai turchi l’Algeria e avrebbe preso la Tunisia se le altre potenze europee non avessero frenato. Il braccio della Porta era particolarmente debole sull’Egitto, sulla Siria e persino sui principati di Cipro e di Gerusalemme. In Arabia, il potere del sultano non era stato capace di punire i crimini di Gedda, l’anno prima. Lord Stratford, l’uomo dal carattere difficile diceva a Lesseps: “L’incendio sta per scoppiare in Siria”, e quelle fiamme si sarebbero riverberate in Europa, come le divisioni di religione a Gerusalemme avevano provocato la guerra di Crimea e quell’enorme perdita di vite umane. Passare più di un mese a Istanbul, nell’anno 1277 dell’Egira, era sgradevole per il Presidente della Compagnia del canale di Suez. Per un europeo non esisteva la buona società, né la conventicola degli stranieri, non vi si trovavano le persone amanti del turismo, né gli artisti, né gli scienziati, a comporre un gruppo civile. Ciascuno era appartato nella sua sede. Istanbul non era come Roma di Pio IX, il più grande centro diplomatico del mondo. Nei giorni noiosi di Pera, Lesseps conversò con un altro signore inglese, generale William Tenwic Williams che gli raccontò la storia della guerra di Crimea dal suo punto di vista. Nel 1855, era a Kars, in Anatolia Orientale. Allora era colonnello.

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La città di Kars si elevava a gradoni sul fianco di una enorme roccia, circondata da una spessa muraglia in pietra. Fuad Pascià aveva scritto a Lord Clarendon che quella posizione era la chiave della frontiera turca verso l’Asia : “Se questa piazza (Allah non voglia) cadrà in mano ai russi, sarà minacciata Erzerum, poi tutta l’Anatolia. È il nostro ultimo possedimento in Armenia.” Lord Clarendon aveva mandato lui a organizzare la guarnigione turca di 18.000 uomini, che inoltre disponeva di altri 20.000 soldati a chiudere i passaggi secondari fra le montagne. Lui si accorse che l’armata di Kars esisteva solo di nome. L’indisciplina, l’ubriachezza, la diserzione della truppa, l’ignominiosa vigliaccheria degli ufficiali e l’impudente rapacità dei generali avevano già causato una serie di disastri. Gli armamenti erano insufficienti e strampalati: le spade della cavalleria erano troppo corte e lui le rimpiazzò con quelle comprate in Inghilterra. Imprigionò tutto lo stato maggiore e lo mandò in catene a Costantinopoli perché rispondesse dei misfatti. Karls era insomma difesa da carne da cannone. Il vantaggio era che i turchi erano al coperto, mentre i russi del generale Murcavief, ai primi di giugno, marciarono, in 30.000, allo scoperto. Ma dentro le mura entrò il colera e Karls cadde a novembre per epidemia. Strano il carattere dei connazionali del generale Williams: erano un energica razza anglo-sassone che sembrava, dappertutto, chiamata a dominare il mondo, ma doveva immergersi dell’inedia di altri popoli. Il generale Williams terminò con un proverbio: “Non si possono far bere i cavalli, quando non ne hanno voglia.” In quei giorni, arrivò a Costantinopoli un articolo del Times, che apriva il dibattito sulla crisi siriana. I drusi e i maroniti avevano ripreso ad ammazzarsi. Quel territorio aveva bisogno di un governo, non del pascià turco. Il giornale di Londra proponeva un principe di una famiglia reale europea a capo di una dinastia, per “distrarre legalmente” la Siria dall’impeto ottomano, oppure sottoporre la Siria all’oppressione del viceré d’Egitto, ma in tal caso il sultano sarebbe tornato ad essere un urlante musulmano con il turbante. Molto di più valeva, per Lesseps, lasciare cuocere nel loro brodo le fazioni siriane, aprire la terra di mezzo, bonificare il Mar Rosso dalla pirateria, restringere lo spazio ottomano, avere i capitali per aprire un forte solco tra due continenti, cambiando la geografia e i rapporti fra Asia e Europa. In guerra contano i soldati stupidi come Williams, ma in pace arrivano gli azionisti. Era evidente l’angoscia del Divano che guardava i pezzi dell’impero alla deriva. Infine, Il gran visir cedette alla pressione dell’ambasciatore Thounvenel (Francia), Prokesch (Austria), Labanoff (Russia) e portò un appello al sultano per far chiedere dal suo trono all’Inghilterra di cessare l’opposizione al canale di Suez. A questo scopo, il 20 gennaio 1860, la Porta si pronunciò dichiarando di non aver obiezioni contro l’impresa del canale di Suez, di essere consapevole dei vantaggi che il canale avrebbe apportato per l’impero ottomano e per Il mondo intero e chiese una intesa fra la Francia e l’Inghilterra sulle conseguenze della comunicazione fra il Mediterraneo e il Mar Rosso. Il presidente Lesseps ritornò a Parigi deciso ad alzare la voce e come cassa di risonanza utilizzò la convocazione dell’Assemblea dei suoi sottoscrittori, per il 15 maggio a Parigi, il cui invito partì il 15 febbraio. Intanto redasse un memoriale che, poi diffuso in Europa, in Asia e in America, influenzò il pensiero politico ecumenico con una ricostruzione meticolosa della vicenda del canale dal 1854 all’oggi, in cui la leadership di Lord Palmerston apparve minacciosa e torbida contro le buone sorti del capitalismo in sviluppo.

Pompeo De Angelis

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