Grillo non è e non sarà mai Lenin… per fortuna

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Il MoVimento 5 Stelle non è un partito politico né si intende che lo diventi in futuro. Esso vuole essere testimone della possibilità di realizzare un efficiente ed efficace scambio di opinioni e confronto democratico al di fuori di legami associativi e partitici e senza la mediazione di organismi direttivi o rappresentativi, riconoscendo alla totalità degli utenti della Rete il ruolo di governo ed indirizzo normalmente attribuito a pochi. 

Testo tratto dal Non Statuto del M5S

“Il super-direttorio non è la soluzione e finirà per aggravare la situazione. Un Movimento rivoluzionario per quanto non violento che si candida al potere, deve essere leninista e avere un capo o due capi e basta. Non credo che Lenin e Trotsky in quella fase, chiedessero il parere dei militanti. Consiglio a Grillo di riprendersi in mano tutto da solo e fare il Lenin della situazione: un leader che decide e tutti gli altri zitti e buoni”. Pollice verso di Massimo Fini, giornalista, analista politico e scrittore, sui “contorcimenti” dei 5Stelle attorno al caso Campidoglio.

Il ragionamento di Fini parte dal presupposto che il Movimento sia nato con uno scopo identico a quello che avevano i rivoluzionari alla Lenin: la presa del potere. A leggere lo statuto in testa al post si ricava un’impressione alquanto diversa in merito ai fini… del Movimento.

Premesso che i fini di Lenin e quelli di Grillo non coincidono, tanto meno possono coincidere le prassi politiche; questo è sotto gli occhi di tutti, eccetto per la redazione di Rights Reporter che vede sotto la riccia chioma del genovese un emulo di H.

A questo punto mi chiedo se sia corretto invocare o immaginare o suggerire che il Movimento venga guidato con polso ferreo da qualcuno che non ha mai immaginato di prendere il potere nel Paese con mezzi violenti dal momento che non è al potere che è interessato, quanto a rendere il Movimento “testimone” della “possibilità di realizzare un efficiente ed efficace scambio di opinioni e confronto democratico al di fuori di legami associativi e partitici e senza la mediazione di organismi direttivi o rappresentativi, riconoscendo alla totalità degli utenti della Rete il ruolo di governo ed indirizzo normalmente attribuito a pochi”. 

In realtà, esiste un concetto di “leadership” già esposto ripetutamente nel blog che descrive alla perfezione sia i comportamenti di Grillo sia quelli di Davide Barillari, per fare un esempio a noi noto, così come l’ho visto operare in un consesso assembleare:

Leadership è la capacità di guida in un procedimento decisionale consensuale e condiviso. Essa si contrappone, da un lato, al caos della miriade di impulsi di volizioni, interessi, proposte che, provenendo da un qualsiasi contesto di forze in contrasto tra loro, non trovano una mediazione e creano disordine e anarchia e una permanente conflittualità; e dall’altro lato si oppone a un’imposizione autoritaria della volontà, che annulla o deprime la molteplicità delle idee e genera una rigida gerarchia tra “capo” e sottoposti, con tutte le degenerazioni che questa comporta: di conformismo, di ortodossia, di sclerosi del pensiero.

Può darsi che Fini concordi con tale visione della leadership e che faccia provocatoriamente riferimento a Lenin tanto per smuovere le acque; il punto è che la coerenza dimostrata fin qui da Grillo-Casaleggio e M5S ha permesso a dei signori nessuno, un Pizzarotti o una Virginia Raggi di diventare qualcosa, senza imposizioni autoritarie della volontà o senza la minaccia di finire picconati o altro.

A me pare che l’assenza di violenza fisica, fosse anche solo l’accenno a un suo possibile ricorso, sia proprio uno degli ingredienti segreti della ricetta del successo del Movimento, sicché è piuttosto banale riferirsi a uomini del passato e a visioni politiche o sociologiche di quasi duecento anni fa.

Evocare un Lenin da parte di un pensatore raffinato come Fini e non solo, mostra che le categorie utilizzate per leggere il Movimento sottintendano una visione della politica come presa e gestione del potere nella classica dicotomia amico/nemico, dicotomia che porta alla partizione della società e via discorrendo.

Appare allora evidente che, se il fine dichiarato del Movimento sia quello di fare da testimone o di dare un luogo in cui i cittadini utenti della rete (ovvero tutti i cittadini del futuro) si possano esprimere, significa che stiamo assistendo a un esperimento “politico” radicalmente non partitico, il cui esito appare a oggi incerto se non irrealizzabile.

Dico irrealizzabile ma non impossibile in quanto le attuali strutture socio-economiche potrebbero rigettare alla lunga un metodo di rappresentanza politica alternativo a quello partitico oppure accoglierlo con favore come a Roma o a Parma…

Dionisa

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