Il Canale di Suez 16 / La Siria – Pompeo De Angelis

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Dio solo è buono in Siria” disse un vescovo maronita di metà dell’Ottocento

Le truppe napoleoniche, circa 7.000 uomini, partirono da Marsiglia per Beirut, via Alessandria, il 6 agosto 1860, a proteggere i maroniti dal massacro che contro di loro stavano perpetrando i drusi e i musulmani della Siria. La popolazione della Siria era di circa 2.200.000 persone di varia pratica religiosa. Non esistendo il registro delle nascite e delle morti, la statistica è quella calcolata con approssimazione da Baptistin Poujoulat in “La veritè sur la Syrie et l’expedition française”, Paris 1864. Secondo i suoi calcoli (generalmente accettati per buoni), i cristiani erano 375.000 (maroniti 200.000, greco ortodossi 100.000, greci cattolici 50.000, armeni 21.000 jacobiti 5.000). La popolazione dell’altra religione raggiungeva la cifra di 1.325.000 (musulmani sunniti 1.200.00, drusi 75.000, sciti 50.000). I turchi si trovavano solo nelle città come funzionari e gli arabi musulmani erano disseminati dappertutto, sia in città che in campagna.

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I maroniti prendevano il nome da Giovanni Marun, patriarca del Libano verso la fine del VI secolo, venerato come San Marun. Nel 1245, i maroniti si unirono alla Chiesa di Roma. Divennero cattolici sui generis e riconobbero la supremazia del papa. Dipesero dal Patriarcato di Antiochia. I nemici religiosi, per loro, non erano tanto i seguaci del Corano, quanto gli altri uomini della Bibbia, quelli protestanti e anglicani, contro cui organizzavano un’aspra competizione. Abitavano prevalentemente nel Kasrawan, la regione montagnosa nel Libano settentrionale e contavano comunità più piccole a Damasco, ad Aleppo e a Beirut. Coltivavano il baco, producevano e commerciavano la seta.

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I drusi prendevano il nome da Mahomet Neschleghin, soprannominato Durzè che fu apostolo di una eresia integralista del monoteismo, che i discepoli diffusero in Egitto e in Siria. Perseguitati dai sunniti, si ridussero sul Monte Libano e nella valle della Bekaa, dove ebbero come vicini i maroniti, con cui convissero a lungo. Si dividevano in due caste, gli akkal (gli iniziati) e i djahel (gli ignoranti). I primi (circa 10.000) si distinguevano portando un turbante bianco e la tunica nera, sapevano leggere e scrivere, ostentavano l’ascetismo proibendosi la poligamia e persino il tabacco. Non usavano pregare, non facevano il pellegrinaggio alla Mecca, non facevano l’elemosina, non venivano circoncisi e mangiavano carne di maiale e bevevano il vino. Erano, nei costumi, abbastanza simili ai maroniti. Si adunavano per i loro riti di approfondimento mistico. I secondi, gli ignoranti, non partecipavano alle adunanze religiose e l’unica istruzione per i loro ragazzi era l’apprendimento a memoria del Corano e dei Salmi di David. I loro campi coltivati producevano il tanto necessario per la sopravvivenza del villaggio, quelli incolti permettevano la pastorizia, e in montagna brucavano le capre.

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Sulla fascia del Libano i due piccoli popoli, nel 1860, si scontravano in una guerra civile organizzata dai turchi, che dimenticavano le provincie sottomesse, ma correvano a reprimere i sussulti etnici e le violenze fra i gruppi religiosi, predisponendo qualche spedizione compensata da un maggior salasso di tributi; guerra civile fomentata da Gran Bretagna e da Francia che collocavano i loro emissari e missionari ecclesiastici su ogni lato della Turchia per raccogliere, prima o poi, i brandelli di un impero che si stracciava. Nelle contrade siriane, i tumulti del diciannovesimo secolo, tra maroniti e drusi, al cospetto di cinque imperi interessati (inglese, francese, austriaco, russo, ottomano), produssero un suono del diciannovesimo secolo, che riecheggia ancora nel ventunesimo, nella stessa area. Ascoltiamolo o valutiamo i cerchi che si allargano quando viene buttato un pesante masso nel lago.

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Conviene tornare molto indietro nel tempo, al sedicesimo secolo, per vedere dall’alto i centri concentrici dell’onda. Nella storia del sultanato di Selim I (1512-20), che tolse la Siria e l’Egitto ai principi mamelucchi, emerge la battaglia del 24 agosto 1516, nella piana di Marj Dabiq, vicino ad Aleppo. Fu a Dabiq, che iniziò questa storia. In quell’oste, il sovrano della Siria e dell’Egitto ci perse la vita e lo scettro. Dabiq è il titolo del periodico dell’ISIS che si stampa oggi. Ecco una eco del passato o un cerchio che raggiunge la sponda, dopo 500 anni. Allora, l’anno dopo, Selim conquistò l’Arabia e quindi le città sante di Medina e la Mecca. Pretese le chiavi della Kaaba, la bandiera del Profeta e si proclamò califfo, cioè vicario del Profeta, vale a dire sultano e papa e la corona religiosa rimase sul capo dei suoi successori ottomani e infine cadde a terra durante la laicizzazione della Turchia ai tempi di Ataturk. Un califfato religioso-armato è, oggi, incarnato dall’ISIS. Ecco, una altra eco, che dalla battaglia di Dabiq, si propaga fino alle guerre attuali. Il crepuscolo dell’impero ottomano iniziò nei primi decenni dell’Ottocento. Il dominio turco sull’Egitto finì nel 1805, quando, come abbiamo già raccontato, l’albanese Mehemet Alì, soldato della Porta, si proclamò kapudan pascià del Cairo. La sua schiatta seguitò a combattere per dominare e si impadronì di Creta e della Nubia. Nel 1831, Ibrahim, figlio e generale di Alì Pascia, invase la Siria. Il sultano riuscì a fermarlo alle porte di Istanbul, ma solo grazie all’intervento della Russia, legata alla Turchia da un patto di mutuo soccorso, che impose un compromesso (la pace di Kutahya del 1833), per cui Mehemet Alì ottenne il chedivato, cioè il titolo di viceré ereditario dell’Egitto e Ibrahim il chedivato provvisorio della Siria. Nel 1839, il governo inglese spinse il sultano di Istanbul a riprendere il paese occupato dall’esercito di Ibrahim. Ne derivò la seconda guerra turco-egiziana (1839-42). Le truppe del figlio di Alì sconfissero gli ottomani nella battaglia di Nezib (oggi Nizip in Turchia) e l’effetto della vittoria indusse l’Inghilterra e L’Austria a muovere le armi delle potenze europee a favore del sultano. Ebbe la meglio la marina inglese con i bombardamenti dal mare sulle città costiere, soprattutto su Alessandria. Mehemet Alì riuscì a salvarsi con il sostegno della Francia e mantenne la sovranità sull’Egitto per sé e per la sua sublime famiglia, ma dovette rinunciare alla Siria, che ritornò nei confini di Selim I. La Siria! Una superfice di 1.200.000 kmq, con 2.200.000 anime, vasto paese senza nazionalità, composto dai residui dei popoli che vi sono transitati.

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All’Inghilterra interessava la parte della Siria che sfocia sul Mediterraneo, come qualsiasi altra riva meridionale del mare interno e altrettanto voleva la Francia. Mentre questi due imperi progettavano di contendersi la terra dove nacquero i fenici, l’Austria e la Russia miravano a indebolire la potenza della Sublime Porta nel punto critico: la Siria, provincia turbolenta dell’impero ottomano, prossima a spezzarsi e a staccarsi dalla Turchia. La Prussia, che faceva parte delle cinque potenze interessate al fenomeno di sfaldamento dell’impero ottomano, stava a guardare. Gli europei concordarono nel dire al sultano che era meglio per lui non sottomettere, come in tutte le altre parti, Il Libano all’autorità diretta della Porta, ma dare un governo autonomo a una terra popolata di cristiani e di drusi che avevano bisogno di una rappresentanza identitaria in mezzo ai musulmani, in modo che regnasse il rispetto fra le religioni e fra le differenti sette. L’Inghilterra si proclamò protettrice dei drusi, la Francia dei maroniti, l’Austria dei greci cattolici, la Russia dei greci ortodossi, la Prussia dei luterani. Metternich propose, per il Libano e per la Bekaa, un governatore scelto dalla Porta, ma sostenuto da due vice governatorati (caimakan), uno druso ed uno maronita. Il compromesso fu accettato: la Porta non riuscì a far prevalere il suo diritto al governo diretto contro il parere di plenipotenziari del peso di Aberdeen (Gran Bretagna), Guizot (Francia), Metternich (Austria), Nesselrode (Russia). Nel 1842, Essed Pascià fu nominato governatore con Haydar caimakan maronita, e Amel Roslan caimakan druso, al suo fianco. La capitale della provincia fu fissata in un punto centrale della regione, a Deie-el-Kamar, città affiancata da una roccaforte con cannoni, da dove una guarnigione turca avrebbe mantenuto l’ordine fra le due religioni minoritarie, che ormai lottavano fra loro per le zone di insediamento e di prevalenza, nella logica del doppio governo. Con il lodo di Metternich furono depositate uova di serpente nelle ferite della Siria. Istanbul adottò l’atteggiamento del cammello: tu sei cammello che preserva i fedeli dalla collera.

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Il Divano apparve calmo e super partes, ma preparò in un decennio la vendetta organizzando la guerra civile fra i drusi e i maroniti, mettendo l’Inghilterra e la Francia a rivaleggiare fra loro, dato che dovevano parteggiare per i loro protetti. A temprare gli animi dei cristiani del Libano arrivarono i preti missionari delle quattro chiese. Furono molto attivi i francesi, che schierarono la Compagnia di Gesù, cacciata o malvista in Europa. Emigrarono centocinquanta gesuiti, che avevano studiato la lingua araba. Accanto a loro operavano i lazaristi. Ma mancò l’autorità del patriarca, che i vescovi e gli abati, per anni, non si riuscirono ad eleggere. “Mini bi sir batrack?“ Ci sarà il patriarca? Gli inglesi stampavano la Bibbia tradotta in arabo e creavano un vescovo a Gerusalemme e si invischiavano sempre più nel partito dei drusi. La Porta mandava ammiragli, capitani ed anche il ministro degli esteri, personaggi boriosi che irritavano gli ambasciatori delle cinque potenze per l’interferenza su una nazione che non veniva più considerata ottomana e eccitavano la ribellione dei gruppi cristiani, con la pretesa di tributi, che non erano abituati a pagare. I drusi, nonostante la loro minorità numerica, si fecero forti dell’appoggio turco e inglese, che fece loro sperare di cacciare i maroniti dalla montagna, con le armi fornite da Istanbul e con il plauso di Londra. La popolazione sunnita infine non sopportò più di essere cammello di fronte alle riformanze degli europei, con cui si mascheravano le manovre espansionistiche nel sud del Mediterraneo. Trascorsero una quindicina d’anni di tensioni, tumulti e omicidi, qua e là nel territorio, durante i quali si aprì l’uovo della violenza e dell’odio. La primavera del 1860, divenne una stagione di agguati e di uccisioni speculari fra maroniti e drusi. La prima città cristiana assalita fu Zahlèe, dove il Monte Libano scende verso la piana della Bekaa. Qui i drusi erano numericamente superiori. Fu un segnale di carneficina. Toccò poi a Hasbaya, città del monte Hermon, detto la Montagna Vecchia, composta di 500 case cristiane, di 200 case druse e di 15 musulmane, in cui dimoravano complessivamente 3.500 persone. Improvvisamente i drusi si eclissarono nella montagna. Il 30 maggio, al mattino, discese dai monti una enorme masnada di ignoranti drusi e attaccò il borgo, trovando la difesa organizzata, bene armata, di 1200 cristiani, che respinse gli assalitori. A metà giornata, una forza di interdizione turca, comandata da Osman-bey, prese il controllo della situazione e impedì un secondo attacco. Il bey parlamentò con le due parti. Ai cristiani (maroniti e greci dei due riti) disse: “Vi vogliono massacrare, ma io vi salverò. Rientrate nelle case, datemi 20 mila piastre e io risponderò di tutto.” Presi i soldi, Osman chiese la consegna delle armi, altrimenti doveva considerarli ribelli del sultano e soggetti alla giustizia dell’impero. I maroniti capirono e cercarono di fuggire con i loro fucili, ma trovarono le porte delle mura chiuse dalle bocche dei cannoni turchi. Osman fece disarmare i combattenti maroniti e radunò tutta la popolazione cristiana nel serraglio, dove gli imprigionati rimasero sette giorni senza bere, perché i drusi avevano dirottato i canali d’acqua che partivano dal fiume. L’8 giugno arrivarono i carnefici: 300 cavalieri, che si unirono alla banda locale degli ignoranti. Entrarono a Hasbaya e ci fu lo sterminio: le spose furono condannate a tenere sulle ginocchia la testa dei mariti o dei figli, che venivano decapitati. Sopravvissero solo 200 persone, nascoste sotto il mucchio dei cadaveri. Cinquecento case cristiane furono bruciate e le duecento dei drusi rimasero intatte. I cadaveri rimasero insepolti a calcinare sotto il sole.

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Cinque leghe a sud di Hasbaya, viveva la città di Rachaya: cinquecento case, metà cristiane, metà druse. I due popoli si affrontarono combattendo strada per strada, il 1° di giugno. Anche stavolta comparve Osman bey come arbitro, con 400 soldati turchi. Le forze druse si accrebbero con un rinforzo di 2.000 correligionari venuti dalla Bekaa. La resistenza cristiana proseguì fino al 13 giugno, quando comparve la banda di Isamil-el- Atrache, capo dei drusi di Hauran, che soverchiò i difensori. Furono uccisi e martoriati 700 cristiani. Il 15 giugno fu sacrificata la popolazione di Zahaleh, borgo sul cammino verso la capitale, sotto le cui mura i sanguinari drusi arrivarono il 20 giugno. Dair-el-Kamar, la Città della Luna, la capitale del Libano, contigua alla roccaforte turca, era composta di 2.000 case, di un bazar di 8.000 botteghe, di 5 chiese e del palazzo del governatore Kurchid Pascià. Vi prosperava un grande mercato, più importante di quello di Beirut, arricchito dall’artigianato dell’oro e dei gioielli e dalle tintorie della seta. I cristiani si rifugiarono nel palazzo del governo, sicuri della protezione turca. Ma Istanbul aveva deciso di permettere il genocidio degli infedeli. Il governatore li affidò ai boia. I drusi poterono entrare nell’edificio e presero, uno ad uno, i condannati. Le vittime vennero portate sul terrazzo e fatte inginocchiare contro il parapetto, dove furono decapitate. Una ad una, caddero 2.200 teste, nella strada sottostante.

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Il martirio toccò poi ai nazareni nelle giornate dal 9 al 13 luglio 1860. I nazareni erano gli abitanti di un quartiere di Damasco, Harat-el-Nassara, città nella città, dove abitavano gran parte dei 30.000 cristiani damaschini, tra cui un nucleo di 8.000 operai che fabbricavano le stoffe damascate e una élite di negozianti milionari che spedivano nel mondo le loro mercanzie. Vi abitavano anche gli impiegati dell’amministrazione, cristiani che sapevano gestirla in luogo degli incapaci musulmani, e i banchieri che prestavano il denaro ad Akmed Pascià, il governatore di Damasco. A Damasco non si trovavano né drusi, né beduini del deserto, ma solo musulmani e cristiani e i cristiani erano ricchi e i musulmani erano poveri. La città cospirava, mentre arrivavano notizie della tragedia in Libano. I muezzin, a mezzogiorno del 9 luglio 1860, chiamarono dai minareti gli assassini e rispose il capitano Abdul-Medjid alla testa dei suoi soldati. Fu seguito da molte bande di cinque-seicento popolani armati di spade e di asce. Dietro gli uomini, spingevano le donne che incitavano al saccheggio: chiedevano l’oro, l’argento, gli anelli, le collane, i narghilé, le sete, gli abiti, le scarpe, i materassi, i cuscini, le coperte, le tende, i tappeti. Erano i cortei della morte, che circondarono Harat la nazarena, entrarono nelle case e uccisero migliaia di persone con le baionette, le spade e le asce. Le stanze vennero vuotate, di ogni oggetto, le donne giovani vennero portate negli harem, poi il quartiere fu ridotto in cenere badando che le fiamme non raggiungessero le case delle altre zone. L’eccidio durò da 9 al 13 luglio e la sua eco si riverbera, come un boato, sul medz yeghern, il grande crimine di armeni, siro cattolici, siro ortodossi, assiri, caldei, greci, che tra il 1915 e il 1916 subirono genocidio, in terra turca, da Istanbul ad Aleppo, dal confine con l’Armenia russa al Mediterraneo. Gli stessi crimini si ripetono attraverso i secoli, sempre. Un faraone della Bibbia diceva: “Vedete che il popolo dei figli di Israele è diventato molto numeroso e che è più forte di noi. Opprimeteli dunque, con saggezza, nel timore che si moltiplichino ancora.” Intanto le navi da guerra francesi traversavano il Mediterraneo per giungere a Beirut, via Alessandria, per porre fine alla strage.

Pompeo De Angelis

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