Non tutti i “NO” sono uguali, ovvero come sia urgentissima una rivoluzione culturale negli ambienti (chiamiamoli così) dei Servizi segreti!

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In molti – se non tutti – sapete che Massimo D’Alema, uno che al “sistema partitocratico” ha dedicato tutto il tempo che fino ad oggi gli è stato dato di vivere, è contrario ad accentrare ulteriori poteri nelle mani di uno come Matteo Renzi  (ritengo quindi anche di tutti gli ambientini disinteressati che sospingono/manovrano il linguacciuto toscanello) per cui si prepara a votare e far votare “No”, al referendum del prossimo 4 dicembre.

Questa cosa di D’Alema a favore del NO, “non porta bene” alle ragioni di chi volesse (tra l’altro approfittando di una eventuale vittoria del NO) mandare a casa il pericoloso aspirante tirannello toscano, perché le attività semistituzionali di “baffino”, nei decenni, alla fine, tranne ad alcuni, limitati e circoscritti, amici suoi, non sono risultate proficue per la Repubblica.

Tenete conto che, come vi diciamo dal primo giorno di attività di questo marginale ed ininfluente blog, ad esempio, il Presidente del Consiglio, in Italia, ha responsabilità esclusiva su tutta la materia dei “servizi segreti”, pur potendosi avvalere di un Sottosegretario (suo fedelissimo comunque) e dell’opera del DIS – Dipartimento per le Informazioni e la Sicurezza (alla cui direzione un presidente del Consiglio un po’ mascalzone potrebbe tendere a metterci un’altro suo fedelissimo) nelle funzioni di coordinamento. Per aver chiaro cosa dico, immaginate che il Sottosegretario con delega ai Servizi, ai tempi di Berlusconi, era tale Gianni Letta. Culo e camicia come “educatamente” si sarebbe detto.

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Ebbene, questi assetti simbiotici e questo riassumere in poche mani l’infinito potere implicito in un non corretto uso degli apparati destinati alla “difesa” della Repubblica e dei suoi cittadini, prende sostanza e forma definitiva quando Massimo D’Alema era molto potente in questo Paese (oggi lo è dimeno ma non che sia un “nanetto di Biancaneve”) e in modo particolare quando i suoi (oggi molti sono ex dalemiani) erano ben piazzati nei ranghi di tali strutture. Perfino l’attuale sottosegretario  con delega ai Servizi è tale Marco Minniti, ex dalemiano di ferro. D’Alema, non lo rimuovete, è stato anche, fino a pochi anni addietro (era il 2013), Presidente del COPASIR. Poi, in accordo proprio con lui, a presiedere tale delicatissimo organismo ci è andato il “patriota/secessionista/leghista Stucchi invece del predestinato Angelo Tofalo M5S.

Con la legge n. 124 del 2007 (spero di non sbagliarmi, vista l’età e il dilettantismo che mi contraddistingue) di operazione bipartisan si trattò e il “baffino” di cui sopra non fu immune da responsabilità. Oggi spero che onestamente (!!!!????), solo con se stesso, quando si libera l’intestino nell’intimità di uno dei suoi sfavillanti saloni da bagno, Massimo D’Alema si renda conto della “stronzata” (siamo in tema) che ha fatto a far divenire così potente e libero di agire anche uno come Matteo Renzi. Ora è tardi pentirsi e comunque, non sta a lui, capo di cacicchi e di mascalzoni di ogni tipo, mettere mano, con la dovuta risolutezza, al contrasto a queste derive antidemocratiche che appunto cominciano e si annidano proprio nelle pieghe delle riforme ideate e volute da tipi come lui. Speranzoso, in realtà, all’epoca di usufruire, per primo, di tali assetti di potere.

Non a lui spettava (e non spetta quindi a maggior ragione oggi) il Grande Cambiamento Culturale ma, certamente, spettava e spetterà, alle forze politiche che si sono affermate proprio quando al COPASIR c’era ancora D’Alema che, come Dini Lamberto, fece di tutto perché alla Presidenza di tale delicatissimo organismo non andasse (come era previsto dalla legge vigente e dalla prassi parlamentare) un esponente del M5S appena eletto e in rappresentanza di oltre 9 milioni di italiani incazzati e resi diffidenti anche da decine di anni di scandali, deviazioni, attività eversive avvenute all’interno dell’ambiente della Sicurezza (i paradossi italiani!) dello Stato.

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La legge 124 aveva tra le righe, comunque, alcune significative novità, non solo formali, che se fossero state attuate, con un po’ di onestà lungimirante, non avrebbero determinato quanto, da quella data, è continuato ad avvenire (di cosa altrimenti sentite raccontare dalle pagine del quotidiano Il Tempo di Roma, diretto dal super informato in materia Luigi Bisignani?) e ad avvelenare la vita, sotto il pelo dell’acqua, della comunità repubblicana.

“La conoscenza delle cose è la salvezza della Repubblica” (Scientia rerum Reipublicae salus) recita lo splendido motto dell’AISI.

Risponde, con un’altro capolavoro di sintesi e lungimiranza, l’AISE: “Intellego ac tueor”, cioè “Comprendo e difendo”.

Con cotanta scelta colta potevamo immaginare che dopo circa altri dieci anni stavamo messi come stiamo messi e cioè che le Agenzie e il loro coordinamento sono tristemente (e spaventevolmente!) riconducibili alla “teoria dei tre ombrelli” illustrata, con ironia ma straziante inequivocabile lealtà democratica repubblicana, dal prof. Aldo Giannuli, in uno dei convegni opportunamente organizzati dal cittadino Angelo Tofalo, eletto al Parlamento repubblicano nelle fila del M5S e oggi animatore di quel luogo di riflessione che trovate nella rete a questo indirizzo http://www.angelotofalo.com?

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Straziante ma verissima questa lettura dei “Tre ombrelli” che pone il tema complesso che la riforma del 2007, senza il contestuale azzeramento della classe dirigente (si fa per dire!) partitocratica che da allora non ha mai smesso di controllare l’intero Sistema di Informazione per la Sicurezza della Repubblica, non inizierà (così è successo a mio marginalissimo ed ininfluente giudizio) a produrre alcun cambio di paradigmi culturali. Senza cambiamento radicale non sarà possibile affrontare sfide e pericoli che ormai connotano la infosfera in cui tutto è immerso. Tagliatori di gole compresi e piccoli mascalzoni che, quinte colonne all’interno del Paese, ancora vogliono taglieggiare imprenditori che si candidano a fornire tecnologie evolute alle istituzioni repubblicane.

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Perché anche di questo modo di frenare il cambiamento (corruzione e concussione hanno bisogno che “nulla cambi” per mantenere flussi e consuetudini) sarebbe opportuno che i cittadini del M5S si interessasse.

Cambiamento nei criteri di reclutamento quindi (previsti dalla riforma del 2007 ma timidamente attuati) preceduti da una vera e propria epurazione (?) unita all’idea che solo una cultura della complessità (contenta?), speculare alla complessità del mondo attuale, si prospetta quale sola efficace chiave di comprensione del reale e che, nutrita e orientata dal paradigma della transdisciplinarietà (ancora più contenta?) – che è il metodo di pensiero della complessità – può dotare il nuovo patriottico operatore di intelligence delle qualità intellettuali e professionali in grado di porlo all’altezza dei suoi compiti.

Il resto sarebbero repliche dei Broccoletti, Belmonte, Finocchi, Malpica, Martucci, Musumeci, Pompa, Salabè, Sasinini, Titta saltandone, ma non dimenticandone nessuno, una “cifra”, come direbbero a Roma.

Oreste Grani/Leo Rugens, anziano e stanco ma sempre rispettosamente ed paternamente pronto al dialogo costruttivo con chi volesse, in queste ore drammatiche, servire la Repubblica, attraverso la comprensione delle cose, pervenendo, grazie a questa doverosa azione, alla difesa prima e salvezza dopo degli interessi del Popolo sovrano.

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