L’ex colonnello (oggi generale in pensione) Antonio Cornacchia, tessera P2, n° 871, potrebbe non essere il massimo dell’attendibilità

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Bene, anzi, benissimo se si eccettua che l’ex colonnello dei CC (poi generale per scatti automatici di anzianità) Antonio Cornacchia, a mio giudizio e ricordo, era anche iscritto alla loggia massonica Propaganda 2 (tessera – rilasciata a Roma – n° 871), e che, se ricordo, aveva ben conosciuto (trattandolo con qualche eccessivo riguardo investigativo) Valerio Morucci, quando lo ebbe a catturare, per armi, anni prima del sequestro Moro.

Di cose romane e misteriose (l’omicidio di Mino Pecorelli, tra le altre) il divenuto oggi credibile (?) Cornacchia, ne sapeva veramente “una cifra”.

Lui ed Elio Cioppa (tessera n°658) affiliato anche lui (ma prima di Cornacchia) e, sempre a Roma, ex dirigente della Questura, “anima”, negli anni di piombo, del I° Distretto di P.S. sito in Piazza del Collegio Romano e che compì, da distrattone, la prima perquisizione in via Gradoli, senza trovare tracce di Aldo Moro e delle Brigate Rosse.

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Va bene “mastro Adalberto Titta” (ex maggiore dell’Aeronautica) che vedrete citato nel pezzo a seguire, certamente personaggio loschissimo, centrale nella trattativa che i servizi segreti mettono in piedi per liberare Ciro Cirillo, preziosissimo assessore napoletano, democristiano di ferro, sequestrato dalle Brigate Rosse il 27 aprile del 1981 e liberato il 24 luglio 1981, dietro pagamento di una somma estremamente significativa (miliardi di lire) e mai interamente ritrovata.

A differenza del fastidioso Aldo Moro, tutti si mossero “concretamente” per Ciro Cirillo che, se parlava, si diceva, avrebbe fatto cadere mezza Napoli (e con Napoli tutta l’Italia) e così Cirillo tornò a casa, sano e salvo. Titta certamente fu lui ad organizzare la trattativa e il pagamento del riscatto in accordo con il vero mediatore che risultò essere Raffaele Cutolo, capo indiscusso della Nuova Camorra Organizzata e all’epoca detenuto ad Ascoli Piceno. Fermi, intransigenti, etici a difesa dello Stato per l’onesto Moro; flessibili, spregiudicati, disposti a tutto per il corrotto/corruttore Ciro Cirillo.

Due pesi e due misure è il solito inadeguato eufemismo.

Per Cirillo si muove la coda operativa dell’Anello (o Noto Servizio), struttura esistita nell’immaterialità del dopo guerra e, all’epoca dei fatti, ritengo ormai in dismissione, la cui storia è già stata, in modo ampio, ricostruita. Storia importantissima che Stefania Limiti ed altri hanno, con puntualità scientifica, valutato nella sua drammaticità.

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Ma torniamo al mondo ornitologico.

Io, da uno come Cornacchia, avrei cercato di sapere (e ancora cercherei di farlo) quando, come e perché avesse conosciuto Valerio Morucci e se lo avesse “trattato” prima del sequestro Moro e perché, pur conoscendo molto bene lui, la Faranda, Lanfranco Pace, Barbara Balzarani, Antonio Marini e la genesi della Colonna Romana delle BR (quella senza la cui nascita non si sarebbe potuto fare il salto di qualità dell’attacco al cuore dello Stato cioè il Rapimento Moro) non fosse riuscito ad impedire il rapimento.

Tenete conto che Faranda e Morucci (per non parlare di Lanfranco Pace) non erano dei veri latitanti ma persone facilmente individuabili, anche operativi nei comportamenti eversivi, nel centro storico della Città Eterna, nelle settimane prima del sequestro.

Li vedevo io (che non ero nessuno) e vedevo persone che li vedevano.

Tanto che continuo a chiedere (inutilmente) chi diede l’ordine di arrestare, intempestivamente, Luigi Rosati, Giancarlo Davoli ed altri che erano quelli che li vedevano e che io vedevo proprio perché vedendoli creavano un trenino utilissimo alle indagini presenti e future.

Chi abbia interrotto il “trenino investigativo” da me ideato e con grande dedizione allestito, staccando impropriamente (certamente prima del tempo) “dei vagoni”, è la domanda che non sento mai porre da nessuno.

Mi sono fatto l’idea soggettivissima che sia stato un piduista, in veste di suggeritore/soffiatore, ma necessariamente forte sul campo della piazza investigativa romana: o Elio Cioppa o Antonio Cornacchia.

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L’operazione dell’arresto di Rosati la fece la Digos di Mimmo Spinella (la persona che si scusò con me per il gravissimo errore commesso), per cui sarebbe naturale pensare a Elio Cioppa. Ma sarebbe stato altrettanto facile, per mischiare le carte e confondere gli onesti e stressatissimi (erano sotto cazziatone permanente) operativi della Questura, usare un informatore in realtà manovrato dal Cornacchia. Comunque, mi scuso ma non la mando giù che, dopo tanti anni, sia un Cornacchia a spiegarci (o a non spiegarci) come è andata. Questa è la misura della nostra condizioni di smemorati disarmati, senza una vera intelligence e archivi attendibili. Anche di questo le donne e gli uomini del M5S dovranno prima o poi interessarsi. Meglio prima che poi.

Tornando a quadri sinottici, nomi ricorrenti, tempi coincidenti, capacità investigative direi di non rimuovere quei particolari che riconduco sempre al crogiolo “alchemico” della purulenta P2 romana.

E a rizomi arborei che collegano “espressioni certe” che, se si vogliono rimuovere anche decenni dopo lo si faccia, ma che, viceversa, se ricordate e interpretate, non dovrebbero lasciare adito a dubbi. Se uno (tale Angelo De Angelis) confida un giorno non sospetto (parlo prima del sequestro Moro) di appartenere ad un gruppo massonico romano per il quale opera e dal quale in cambio riceve protezione, in italiano, per voi il criminale, cosa dice e a quale misterioso gruppo massonico se non la Loggia gelliana Propaganda 2, si riferisce?

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Vediamo se in questo marginale ed ininfluente blog quattro parole in croce, non smentibili, le possiamo ancora scrivere su chi comandasse a Roma (non a Tokyo) negli anni in cui Mario Moretti, marchigiano, riesce a far nascere la Colonna Romana delle BR grazie alla quale poi si organizza la logistica per il salto di qualità del Rapimento Moro.

Il 30 marzo 1976 (736 giorni prima del sequestro Moro, meno di due anni!), in un residence sulla via Aurelia, viene catturato tale Albert Bergamelli.

Il grande criminale francese sibila con accenti spacconeschi agli agenti che operavano: “qualcuno mi ha tradito ma ricordatevi che sono protetto da una grande famiglia”.

La minaccia di Bergamelli fa prendere lucciole per lanterne e si ritiene che l’allusione sia alla Mafia siciliana che ragiona “per famiglie”.

Ma anche i fratelli massoni sono in realtà tali se appartengono alla stessa famiglia e Bergamelli si riferiva infatti ad un’altra struttura segreta: la P2.

Quella stessa struttura segreta che vedeva già aderenti sia Elio Cioppa che Antonio Cornacchia.

Bergamelli, per intendersi, era uno che faceva rapimenti e rapine a go-go a Roma. Dicevamo che eravamo a 736 giorni dal rapimento Moro.

L’11 gennaio del 1977, a 439 giorni dall’assalto al cuore dello Stato, il gioielliere Giovanni Bulgari (non pizza e fichi quindi), appena tornato in libertà dal sequestro di turno, aveva dichiarato: “Mi ha sequestrato un’organizzazione che può contare su fonti di informazione capillari e su protezioni ad altissimo livello”.

Vediamo le combinazioni che tali da nessuno onesto intellettualmente possono essere considerate.

La sede della Loggia Propaganda 2, guidata da Licio Gelli, era al piano di sopra della gioielleria della famiglia Bulgari, a via Condotti.

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Ovviamente, sia Cioppa che Cornacchia sono affiliati da tempo e rispondono, per giuramento massonico, prima al Gran Maestro Venerabile e dopo alla Bandiera della Repubblica Italiana.

Dopo l’arresto il criminale francese Bergamelli di cui sopra, nomina suo difensore l’avvocato Gianantonio Minghelli, Venerabile Maestro della Loggia, “Lira (!!!) e Spada”, ma l’avvocato non fa a tempo a cominciare la difesa di Bergamelli che viene arrestato con l’accusa di essere complice della Banda dei Marsigliesi a cui appartiene il suo difeso in quanto coinvolto nel riciclaggio del denaro proveniente dai sequestri.

In quei giorni la lotta alla criminalità la dirigevano in pochi e ben noti e ancora una volta, tra i noti e ben noti, troviamo Antonio Cornacchia.

E che dire della intricatissima (più delle solite) vicenda del finto/vero sequestro del figlio di Umberto Ortolani (tessera rilasciata a Roma n° 494), anch’esso piduista quindi, vero anello di congiunzione con gli ambienti finanziari vaticani e mente strategica della P2 come l’abbiamo conosciuta, personaggio che fu sentito, in presenza di Licio Gelli, protestare perché un loro confratello si era reso responsabile del sequestro di suo figlio alludendo alle notizie stampa che riportavano l’arresto dell’avvocato Minghelli?

Un groviglio putrescente e poco armonioso, come al solito, dove delinquenti si spacciano per massoni e si fanno fratelli solo per arricchirsi o fare carriera.

Coevi Cioppa, Cornacchia e Ortolani come affiliazione e frequentazioni rituali.

Consapevoli tutti e tre che “in Loggia” c’era pure affratellato Umberto Federico D’Amato, il più anziano come età massonica, avendo la tessera Roma 554, cioè prima cronologicamente di Cioppa e di Cornacchia.

Sarei curioso di sapere chi ha affiliato chi e da chi era composto il “Consiglio delle Luci” quando questi bellimbusti si defilavano dal giuramento alla Repubblica e si offrivano proni ad un materassaio certamente furbo ma ignorante come pochi.

 Il Consiglio delle Luci è il “cerchio magico” di una loggia dove  le cose si fanno ancora più segrete e chi ne appartiene si sente portato (in realtà turlupinato) vicino-vicino al Grande Architetto. Il Consiglio delle Luci dovrebbe essere costituito dal Maestro Venerabile, dal Primo e Secondo Sorvegliante e dal Grande Esperto Terribile e da un’altro po’ di cazzafrulloni convinti di non di non si sa cosa.

Tutta questa gente si conosceva (altro che se si conosceva) perché di segreto nella P2 non c’era nulla altrimenti la finalità (incutere timore e condizionare la vita della Repubblica) se ne sarebbe andata a farsi fottere.

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Tornando alle date e al conto alla rovescia verso il fatidico 16 marzo 1978, a partire quindi dalla primavera del 1976, i Marsigliesi volgono al tramonto e lasciano mano libera ai subentranti che successivamente saranno semplificati nell’espressione “Banda della Magliana”. Chi spiani la strada a questa emersione epifanica e a questa rotazione di personaggi feroci e utili a destabilizzare ulteriormente il Paese e la sua Capitale si sarebbe dovuto capire dai mille e mille articoli di cronaca, saggi di studiosi appassionati, fiction a strafottere ma soprattutto da alcuni milioni di UNI A4 che costituiscono le carte processuali di quegli anni.

Poco prima (come devo chiamare un paio d’anni?) quindi della crescita esponenziale del terrorismo “brigatista” a Roma si registra un forte mutamento nello scenario criminale. Vengono ridimensionati (se non sbaragliati) i marsigliesi e il loro posto lo prendono i capi della malavita romana.

Dice in modo sintetico e senza lasciare adito a dubbi Otello Lupacchini, Giudice Istruttore, in una delle tante sentenze da lui redatte in quegli anni terribili:

“Fino ad allora i Romani, dediti a reati come furti, rapine, estorsioni, avevano di fatto consentito a elementi stranieri, quali  i marsigliesi, di gestire gli affari più lucrosi, dal traffico degli stupefacenti ai sequestri di persona. Una volta presa coscienza della forza derivante dal vincolo associativo, fu agevole per i romani riappropriarsi dei commerci criminali, abbandonando definitivamente il ruolo marginale al quale erano stati relegati”.

Una sentenza di Lupacchini non avrebbe mai potuto aggiungere quello che io, in libertà di pensiero, oggi mi tolgo lo sfizio di aggiungere.

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Senza una decisone che cambiasse cavallo lasciando i fratelli corso-marsigliesi scoperti di ogni protezione e passando a puntare sugli ambienti che i fratelli italiani (avvocati, servizi segreti, uomini di governo, di finanza, investigatori) avrebbero avuto più facilità e convenienza a manovrare, i francesi non avrebbero fatto la fine che hanno fatto e quei quattro sfigati che si vedevano in un baretto della Magliana, compresa gentarella come i fratelli Paradisi, o i Mancini, piuttosto che uno come Danilo Abbruciati, non sarebbero mai diventati nulla.

Sentite a me, dopo (siamo al 1979!) il sequestro Moro, si celebra il processo all’attività criminosa dei corso-marsigliesi a Roma. Per i cinque sequestri di persona addebitati, gli imputati erano 37. Vengono condannati, se ricordo bene , solo i componenti storici della banda (BBB Bergamelli, Berenguer, Bellicini) mentre vengono assolti tutti i comprimari da Francis Turatello, a Danilo Abbruciati, allo stesso avvocato Minghelli nonostante, ad esempio, quest’ultimo “abbia nascosto il vero nonché trasformato la reticenza in menzogna in diverse occasioni”. Normalmente per cose del genere si viene condannati e non assolti con formula piena.

Soprattutto, il Tribunale di Roma, nel 1979, con il corpo di Moro ancora non decomposto, non riconosce il pur evidente vincolo dell’associazione a delinquere.

Secondo voi che leggete libri, andate al cinema, vedete la televisione e soprattutto frequentate la rete cosa si è celato dietro a tale cazzonesca sentenza?

Si doveva chiudere una pagina ma guai ad aprirne/capirne un’altra e le dinamiche di alcuni contro altri, e della necessità di dare segni forti di chi avrebbe dovuto guidare la transizione “ad altro” ma non certo – esclusivamente – nel campo della criminalità.

Ma veramente pensate che avendo all’interno dello stesso luogo (la Loggia P2) tutti i vertici del potere italiano tutto quello che hanno visto avvenire gli occhi degli investigatori di punta degli schieramenti civili e militari romani (Cioppa, D’Amato e Cornacchia) non fosse un libro aperto?

Tre imbecilli?

Scrive il 3 agosto 1994 in una sentenza-ordinanza il giudice istruttore di Bologna Leonardo Grassi relativa alla Banda della Magliana: “Quello che viene dopo la banda dei corso-marsigliesi (questa è una frase del redattore O.G.) …. è un’organizzazione criminale utilizzata ripetutamente dai servizi segreti (controlati totalmente dalla P2 ndr) quale agenzia per la gestione degli affari sporchi”.

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Punto. Veramente vogliamo farci raccontare dai vari Antonio Cornacchia come siano andate le cose in quella fase di transizione dove lui ad esempio, viceversa, era un dato costante e permanente?

E questo, se non lo avete capito lo ripeto, lo scrivo per questione personale avendo inutilmente in quei momenti drammatici dato una svolta alla mia vita, svolta di cui ancora pago solo dazio mentre gente come Cornacchia scrive libri pretendendo di aprirci gli occhi. Ma colonnello ci dica semplicemente quali erano i suoi rapporti con Valerio Morucci perché quelli che il generale Mario Mori ritiene di tenere oggi con il ragazzo di via Caroncini (si frequentano tramite la GRISK Security Intelligence Services), rimuovendo il particolare che si tratta di uno degli assassini della scorta di Aldo Moro, li sappiamo già?

Ultimo ma non ultimo: la legge che pone i Servizi Segreti alle dirette dipendenze del potere politico è la n° 801 del…1977! Stiamo parlando di complottismo, di dietrologia o di incontrovertibili accadimenti?

La legge è la n° 801 del 1977, ripeto, emanata pochi mesi prima del sequestro Moro! Ma forse questo dettaglio di nessun significato recondito e di nessuna conseguenza operativa, me lo sono inventato per fare un po’ di confusione.

Un’altra volta riprendiamo dai nomi di quei mascalzoni che hanno “fatto la mossa” della legge 801 o spinto perché la si facesse.

Il resto è noia come i libri e le rivelazioni di Antonio Cornacchia.

Oreste Grani   


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