Il Canale di Suez 18 – Pompeo De Angelis

Joseph Philibert Girault de Prangey – 1842-1844

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Gerusalemme

Non conosciamo l’anima di quell’uomo audace, pronto al soccorso umanitario di fronte alla peste e alle grandi calamità, che punta la pistola in faccia agli assassini, solo come un messia in mezzo ai prepotenti nemici inglesi e ai subdoli nemici turchi; meticoloso come un ragioniere, che ha la capacità del finanziere e che, nel portafoglio, tiene il sogno di azionisti affascinati da un imbonitore; simile a un beduino su un dromedario, per settimane sapeva dondolare nel deserto in cui biancheggiano le ossa di cavalcature morte di stanchezza e in luoghi improbabili piazzava un cantiere, disegnava le fondamenta di una città e vi resisteva. Umile, ma in cima al monte della celebrità del secolo, registrava ogni atto del suo operare nelle lettres, nel journal, nei documents, ma non vi svelò mai le sue crisi interiori. Improvvisamente, nell’anima di Ferdinand Lesseps sorse il desiderio di inginocchiarsi davanti alla culla di Gesù, ma rese segreto il motivo psichico che lo mosse, nascose con molte scuse la gioia o l’afflizione, che lo spinse pellegrino a Betlemme. Innanzi tutto, disse che poteva permettersi di giungere in Palestina perché un reparto della spedizione francese di Siria era stanziato a Gerusalemme, quindi non rischiava di capitare in mezzo a un tumulto religioso, perché i soldati lo impedivano con la loro presenza. Fece sembrare che volesse prendersi una vacanza, dopo quasi un anno trascorso sulla fanghiglia dell’istmo. Forse volle imitare Said Pascià che si preparava a pellegrinare alla Mecca, nel mese del ramadam, che iniziava il 30 marzo, in quell’anno 1277 dell’Egira. Lui, Lesseps, intendeva fare altrettanto visitando le sue città sante, per Pasqua, che cadeva il 31 marzo nell’anno 1861 d.C.

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Il tumulto musulmano si stava esaurendo in Siria. Dalla costa libanese verso l’Egitto emigravano a centinaia i profughi cristiani scampati alla carneficina. Lesseps voleva aiutarli e farsi aiutare da loro. Aveva scritto a M. Nicolas Portalis, agente della Compagnia del Canale a Beirut, (che lo aveva tenuto informato degli sviluppi della guerra civile), in data 23 gennaio 1861: “Mi avete più volte intrattenuto sulla possibilità di reclutare gli operai cristiani in Siria. È venuto il momento di occuparci di questo problema. Dovrete mettervi subito all’opera, con tatto e discrezione in modo da profittare di quello che si offre. Non rivolgetevi ai capi, né alle famiglie potenti, che sfrutterebbero i lavoratori. Ai lavoratori dovrete rivolgervi direttamente, facendo sapere a chiunque, dai 16 ai 40 anni, che se vorrà guadagnarsi la vita, troverà lavoro nell’istmo in ragione di 1 franco al giorno, con un giorno di riposo settimanale. Il compenso di 1 franco è per coloro che lavorano a giornata, ma quelli che si riuniscono per mettersi a cottimo potranno guadagnare fino a 1 franco e mezzo e anche 2 franchi a seconda del risultato che producono.” Raccomandava un estremo riserbo nel compimento della missione: “Fate in modo che nessuno possa supporre che siete incaricato di fare una leva di uomini, ma che semplicemente facilitate la partenza di povera gente isolata che vuol lavorare per guadagnarsi la vita. Ciò al fine che la politica non possa mischiarsi in quest’affare.”

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Il presidente insistette con l’agente per avere 1500/2000 cristiani di Siria nel mese del ramadam, durante il quale i lavori si sarebbero fermati per il digiuno se la manodopera fosse stata soltanto musulmana. Promise: “Gli operai cristiani saranno raggruppati in villaggi, dove troveranno, a prezzo corrente, i viveri di cui avranno bisogno: Quelli che hanno un cammello potranno venire traversando il deserto del Sinai e affitteranno i loro animali a 2 franchi e 50 al giorno.” Stava forse indicando un itinerario terrestre per i profughi siriani, attraverso il Sinai, che lui avrebbe sperimentato da pellegrino: voleva saper quante ore di viaggio sarebbero occorse su quel tragitto, che comportava centinaia di chilometri di pista nelle valli sabbiose del deserto. Decise di lanciare il reclutamento libero della manodopera, pur sapendo che i suoi nemici avrebbero bollato di illegalità e di strapotere questa iniziativa di migrazione straniera non concordata. Fece stampare, al Cairo, 3000 “Avvisi” in lingua araba da affiggere nelle porte delle moschee, all’entrata dei posti di polizia e da diffondere nei principali villaggio del Medio e Basso Egitto. Dispose l’organizzazione di una sorta di caporalato, per propagandare l’ingaggio. Il “caporale”, compensato con 10 paras (5 centesimi) per uomo e per giorno di lavoro, avrebbe radunato e guidato migliaia di fellah. Intanto, lui stesso avrebbe portato l’offerta di lavoro ai filistei e ai palestinesi. Spiegò: “Distribuirò, strada facendo, i proclami che ho fatto stampare in lingua araba per chiamare a un lavoro annunciato nella Bibbia e nel Corano agli uomini di buona volontà, che vorranno cambiare, contro un salario sicuro e una onesta esistenza, una vita di pericoli e di miserie.” Prima di partire per un viaggio d’affari, o vacanza, o pellegrinaggio, o altro scrisse, in data 15 febbraio 1861, al duca d’Albuféra, vice presidente della Compagnia, chiedendogli di attivare il consiglio d’amministrazione per indire la convocazione dell’assemblea generale dei soci, a Parigi, il 15 maggio dell’anno in corso. Dopo un anno sarebbe tornato a casa.

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Il viceré Said Pascià mosse dal Cairo per Suez e per la Mecca, con gran seguito di cortigiani e con molto esercito, a metà febbraio. Nel momento del distacco, lo sceicco Rifaa-Bey, dottore della moschea del Cairo, gli consegnò un poema di encomio, che tra l’altro diceva: “Voi vedrete tra poco i destrieri del mare correre sulle onde come stelle brillanti e solcare gli oceani.” I versi successivi erano dedicati all’impresa di Lesseps: “Spero di vederLa navigare presto nell’istmo di Suez dove passano le carovane e, mescolandosi le navi di tutte le nazioni, finirà ogni meschina querela.” Non sappiamo se il viceré gradì la seconda quartina.

Lesseps e due compagni arabi, (un terzetto sui dromedari), il 21 marzo, da Kantara si diressero verso El Arisch, lungo le sabbie del Sinai. Salutandolo gli amici ingegneri lo avvertirono dei pericoli che correva, come se lui non conoscesse il mondo. Lesseps rispose loro: “Mi dite che mi espongo ad essere derubato, se non assassinato. Ma non ho niente da temere perché le popolazioni del deserto attaccano solo per interesse, per paura e per vendetta. Nessuna di queste passioni potrà soddisfarsi con colui che i nomadi di Siria e di Arabia chiamano il Padre del Canale e che ha per bagaglio una semplice scorta di biscotti e di datteri:” La sera del 22 marzo, dopo dieci ore di marcia, senza contare il tempo di una tempesta di sabbia che li arrestò per un’ora, i tre arrivarono al lago di Bardawil, una laguna salata separata dal Mediterraneo da una striscia di terra. A pochi chilometri, c’è El Arisch, il luogo dove David uccise Golia. Gli abitanti della città festeggiarono Lesseps con ovazioni, portandolo in spalla fino alla cittadella le cui porte furono trovate chiuse. I popolani urlarono per svegliare il governatore che faceva la siesta, il quale credette ci fosse un assedio, ma conosciuto il carattere allegro delle grida aprì e accolse Lesseps come ospite d’onore per la cena e per la notte. La mattina dopo, i notabili della città, con salmi e cantici, accompagnarono gli ospiti al confine con l’Eretz-Israel (Terra d’Israele: come veniva allora chiamata la Palestina). Quel giorno, entrarono nella terra dei filistei e giunsero a Katieh, dove Lesseps iniziò la sua propaganda distribuendo i proclami per chiamare al lavoro gli abitanti dei villaggi. L’Eretz-Israel era stata conquistata dall’Egitto, nel 1831, dall’esercito di Ibrahim Pascià che impose una disciplina di ferro nel controllo del paese. Costrinse i beduini nomadi a stanziarsi lungo la valle del Giordano per avere manodopera a disposizione; fece venire i contadini delle terre del Nilo a introdurre la coltivazione dell’indaco, del cotone e della canna da zucchero. Per cautela, imprigionò i giovani in grado di portare le armi e i vecchi considerati possibili fomentatori di sedizioni. Questi furono espatriati.

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Allora, del 1832 al 1837, Lesseps era viceconsole in Egitto e presiedeva la commissione internazionale dei servizi sanitari. Ispezionando il lazzaretto di Alessandria, dove avevano casermato 400 giovani e una dozzina di anziani di Betlemme, accolse la loro perorazione alla Francia affinché intervenisse a liberarli dalla schiavitù. Lesseps si recò dal viceré Mehemeth Alì e intercedette per quegli infelici che non erano ribelli, ma poveracci. Alì fu benevolo e gli disse: “Non posso promettervi ora tutto quello che desiderate e che io stesso vorrei. Temo di ferire mio figlio Ibrahim liberando degli uomini che ha voluto punire per la loro rivolta. Ma state tranquillo che, di settimana in settimana, ne metterò cinque a vostra disposizione.” Quando si seppe questa nuova, Lesseps fu inseguito, ovunque fosse, dalle donne e dai parenti dei carcerati, che si aggrappavano a lui e gli strappavano persino i vestiti. Decise di invocare ancora il viceré spiegandogli che se non liberava tutti i suoi protetti non sarebbe terminato il suo martirio. Alì Pascià permise allora ai betlemiti di tornare nel loro paese. Tra poco, incontrerà dei reduci che gli ricorderanno quei fatti.

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Il 25 marzo, i tre viaggiatori abbandonarono le dune e proseguirono nella steppa, che poi si tramutò in colline con boschi di ulivo. Le campagne erano proprietà di una unica famiglia, gli Shawa, che aveva istituito una clientela di mezzadri, di braccianti e di servi a cui il capo imponeva anche il rito religioso nominando, tra i suoi consanguinei, gli iman, i mafti ed scegliendo i qadi, cioè i giudici del tribunale. Non era il caso di distribuire i proclami per la manodopera al popolo di quel sistema. Apparve Gaza, tra gli ulivi, la terza città della Palestina, che faceva circa 8.000 abitanti. Era un ammasso di case rurali e di capanne. Proseguirono fino a Boghiz e, il 27marzo giovedì, sotto una pioggia continua salirono a Gerusalemme. Il giorno dopo a mezzogiorno chiudevano le porte della città, fino a domenica 31. A Gerusalemme tutte le porte chiudevano ogni sera e si riaprivano al mattino. Si chiudevano anche per le grandi feste religiose. Gli abitanti, circa 10.000. vivevano in un città triste. René de Chateaubriand, che l’aveva vista nel 1806 scrisse in “L’Itinéraire de Paris à Jérusalem” (1811) che “le case sono pesanti masse quadrate, senza camini e senza finestre. … sembrano delle prigioni o dei sepolcri. … il paesaggio che circonda la città è spaventoso: che desolazione, che miseria! Gustave Fluabert, che vi era andato nel 1850, la descrisse in “Corripondance 1830-1851” come “un carnaio circondato di mura. Tutto vi imputridisce: i cani morti nelle strade e le religioni nella chiese. C’è una quantità di merda e di rovine. È il pascià turco che ha le chiavi della Chiesa del Santo Sepolcro. Quando si vuole visitarla bisogna cercare le chiavi a casa sua.” Mark Twain, in “The Innocents Abroad” del 1867, scrisse di un città piccola: bastava un’ora per fare il giro esterno delle mura. “È una città povera piena di stracci e d’immondizie, che testimoniano la dominazione musulmana meglio del vessillo con la luna a cornetto. Gerusalemme è una città oscura, triste e senza vita. Io non vorrei abitarci.” A migliorare la visita di Lesseps ci fu il generale Ducrot, sua moglie e un reparto della cavalleria francese. I compatrioti decisero di andare insieme a Betlemme, tanto per loro le porte si sarebbero aperte. Lesseps era ancora per strada a Gerusalemme quando gli andarono incontro dei vecchi vestiti di rosso, che lo avevano riconosciuto, dopo trent’anni: “Sei tu che una volta ci hai salvato dalla vendetta di Ibrahim: Che tu sia benedetto!” Quel giorno Lesseps andò a Betlemme con la truppa in gran parata. In testa alla cavalleria c’erano i trombettieri. Dalle crociate in poi nessuno aveva mai visto, nella montagna intorno a Gerusalemme, una cavalcata marziale francese. Lungo il cammino, si formò un corteo di musici indigeni che alternavano i loro inni alle marcette delle trombe. A Betlemme, il popolo li accolse in festa: le donne incensavano con i turiboli i cavalli, il sangue sacrificale d’agnello colava nei rigagnoli, dalle finestre e dai tetti risuonavano i canti e le grida di gioia, la strada era coperta di fiori e di foglie. I francesi erano commossi. Davanti al santuario della Natività, un vecchio si separò dalla folla e presentò un bambino a Lesseps: “Ecco uno dei figli di coloro che hai salvato.

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Di quel viaggio Lesseps annotò soprattutto le ore di viaggio fra una tappa all’altra. Rientrò a Kantara il 6 aprile 1861. Tenne nascoste le sue emozioni. Ripartì per Alessandria insieme a Mougel Bey e Hardon per raggiungere la Francia e preparare l’assemblea dei soci della Compagnia. Era appena partito, che il 12 aprile apparve alla vista nella rada di Porto Said una fregata, scortata da molti bastimenti, che poté avvicinarsi a terra nonostante la sua stazza. La profondità del porto era stata scavata a una profondità di 8 metri, per le grandi navi. Scese Said Pascià e non trovò Lesseps con cui voleva discutere dell’assemblea parigina. Rimase affascinato a guardare le draghe al lavoro e i tapis roulant che portavano via il materiale di scavo. Intanto le gru a vapore prelevavano dai vagoni ferroviari venuti da Alessandria i massi di pietra e le depositavano dove si stava rinforzando il molo. Il 18 aprile, Lesseps si imbarcò su un paquebot austriaco e sbarcò a Trieste il 24 mattina. Si riunì con lo staff del posto, proseguì per Milano e Torino e arrivò a Parigi il 28 aprile.

Pompeo De Angelis

P.S. La maggior parte delle immagini del post sono state di Joseph Philibert Girault de Prangey – 1842-1844.

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