Il Canale di Suez 19 – Pompeo De Angelis

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La “Revue de l’Isthime de Suez” del 15 maggio 1861 riferì: “Alle ore 2, l’affluenza comincia a farsi rimarcare intorno alla sala Herz di Parigi. Alle 2 e mezza, il numero degli azionisti è considerevole; si formano numerosi gruppi; attive conversazioni si ingaggiano nelle quali si tratta dei progressi e della situazione dell’impresa. Le fisonomie sono calme e fiduciose, e ovunque si sentono esprimere i sentimenti più fermi di unione e perseveranza nell’opera cominciata. Alle ore 3, i banchi della sala sono occupati dai membri presenti. In un reparto riservato si trovano i redattori dei giornali francesi e stranieri; molte signore assistono alla seduta nelle tribune; se ne nota qualcuna nel novero degli azionisti. In questo momento, il presidente della Compagnia Universale signor Ferdinand de Lesseps appare all’entrata accompagnato dai membri del consiglio d’amministrazione ai quali si sono aggiunti i signori Joumal e Elie de Beaumont, presidenti onorari della Compagnia. Il presidente occupa la poltrona, ai suoi lati sono seduti il duca d’Albufera vice presidente e il signor Conrad commissario di S.A. il viceré dell’Egitto presso la Compagnia, e i signori membri della commissione di verifica dei conti; il consiglio di amministrazione prende posto intorno al presidente. Il presidente dichiara aperta la seduta.” Il clima emotivo di quel pomeriggio fu quello verseggiato da un poeta, Bornier: “Al lavoro! Operai che la nostra Francia invia/ tracciate per l’universo questa nuova via./ I vostri padri, gli eroi, sono venuti fin qui / siate saldi come loro e come loro intrepidi / come loro combattete ai piedi delle piramidi/ e quattromila anni vi contempleranno così.” L’intero poema di Bornier, dopo l’evento alla sala Herz, riceverà il premio dall’Accademia di Francia, in quell’anno.

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La relazione di Lesseps all’assemblea degli azionisti della Compagnia Universale del Canale di Suez si sviluppò in tre punti. La parte finanziaria servì ad assicurare che i quindici milioni di obbligazioni nel portafoglio erano sufficienti per proseguire la costruzione del canale d’acqua dolce che congiungeva il Nilo a Timsah (porto centrale del canale marittimo), attraverso la valle del Gessen e i lavori relativi allo scavo del piccolo canale di servizio da Porto Said a Suez. Nello stesso budget, 1861-62, era compresa la sistemazione del porto e il terrapieno urbano di Porto Said. Inoltre, era mantenuto un fondo di emergenza. Nella seconda parte, il presidente illustrò i cantieri attivi e i progetti fino a metà del 1862, con la previsione di 8.000 operai reclutati all’opera durante l’estate, che avrebbero raggiunto i 15.000 nell’anno seguente. La terza parte riguardò la situazione politica. Lesseps intrattenne gli azionisti sull’opposizione del governo britannico agitato dal premier Palmerston e sulle indecisioni del governo turco. Terminò dicendo: “Il canale di Suez non è più un progetto: si fa, andrà avanti senza perturbazioni, e noi abbiamo più che mai fiducia che la nostra impresa sarà vantaggiosa sia agli interessi degli azionisti che della civiltà” Sul tema politico generale è opportuno soffermarsi. Scoppiò, in quel momento, un imprevisto mondiale, che Lesseps ignorò nella sua relazione (volutamente?), che renderà più ampio il dibattito sul valore del canale di Suez. Nel dicembre del 1860, undici stati federati americani si staccarono da Washington per riunirsi in una confederazione del Sud con capitale Richmond. Le cancellerie previdero immediatamente una lunga guerra civile fra Nord e Sud, che infatti iniziò il 12 aprile 1861 e terminò il 9 aprile 1865. Le cause della guerra di secessione sono troppo note per ripeterle. Ma ci interessa ricordare che le manifatture inglesi furono bloccate dalla mancanza di cotone grezzo, proveniente dagli stati americani del meridione, che cessò di arrivare, nei porti della Gran Bretagna. Prevalse la meraviglia: come è possibile che una industria che costituisce la metà del prodotto lordo inglese, che crea, nelle manifatture del Lancashire e del Yorkshire, una ricchezza di 390 milioni di sterline annue, dipenda da una rivolta di schiavi? La prosperità di una industria colossale, “midollo delle nostre ossa”, come la consideravano gli inglesi, che importava dagli USA 3 o 4 milioni di balle, che le redistribuiva, che le lavorava, e che esportava il tessuto negli angoli più sperduti del globo, si afflosciò di colpo e ne derivò un’ondata di disoccupazione. Furono immaginati rimedi e le alternative più fantasiose: coltivare le isole britanniche sulla costa occidentale dell’Africa; impadronirsi del cotone del Nilo, occupando con un colpo di stato l’Egitto; oppure ricorrere di nuovo al cotone indiano, circumnavigando l’Africa per raggiungere i distretti agricoli di Bombay, di Surate, di Madras. Il premier Lord Palmerston reagì con l’abituale taglio di spada sul nodo: “Quantunque circostanze indipendenti dalla nostra volontà, possano per un certo tempo impedire il nostro pieno approvvigionamento del cotone, così necessario alle industrie produttive del nostro paese, non possiamo dubitare che un male temporaneo porti un bene permanente. Troveremo in diverse parti del globo un rifornimento sicuro, ampio e certo per il quale cesseremo di dipendere da una sola fonte di produzione per questo articolo indispensabile al lavoro e al benessere dell’Inghilterra.” L’idea di Palmerston fu di fare dell’India Britannica la grande produttrice di materia tessile per tutti i bisogni del mondo, ma sorvolò sul particolare che il cotone proveniente dal Mar Rosso sarebbe costato meno di quello che passava per il Capo di Buona Speranza. La via più rapida, quella che il politico della regina Elisabetta aveva ostacolato da nemico giurato di Lesseps, ora si spianava e voleva essere percorsa anche dalle manifatture inglesi.

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ca. 1860s, Near Savannah, Georgia, USA — Slave Family In Cotton Field near Savannah — Image by © Bettmann/CORBIS

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La Francia, la Svizzera, il Belgio, la Germania, l’Austria stavano sviluppando l’industria tessile e chiedevano il fiocco bianco per le loro filande, ma lo volevano attraverso il passaggio di Suez. L’Italia entrava nel giuoco avendo, già in Lombardia, le filande da estendere al resto del paese. Alle nazioni sembrò che la soluzione da perseguire fosse quella di accorciare i percorsi marittimo verso l’India e la Cina, di rendere più forte l’Egitto, che era nel portafoglio degli azionisti, da poco riuniti a Parigi. I conti andavano fatti con Lesseps: un concerto europeo predisponeva intorno a lui l’orchestra. Nel regno d’Italia, proclamato il 17 marzo 1861, alla Camera dei Deputati nella capitale Torino, venne presentata una mozione, a firma di Giuseppe Garibaldi, Giovanni de Bustelli, Antonio Carcano, Renato Borromeo, Ezio Castelli, che diceva: “Per iniziativa ardita di un illustre francese, Ferdinand de Lesseps, il canale dell’istmo di Suez sarà aperto fra due anni… Un ponte immenso, se così può dirsi, unirà le rive dell’Italia alle spiagge dell’Africa. … Guardando i grandi vantaggi che l’Inghilterra ha ricavato dalla sua Compagnia delle Indie, la Francia dalle sue compagnie americane, l’Olanda dalle sue colonie asiatiche, noi ci indirizziamo, pieni di fiducia, alla saggezza dell’assemblea nazionale, perché incoraggi, protegga e garantisca una impresa che, con il progresso dei tempi, è un bisogno supremo per l’Italia unificata.” La penisola unificata da circa tre mesi, ricordava le glorie delle antiche repubbliche marinare e sognava le sue colonie sulle coste africane. La mozione proseguiva: “A partire dal giorno dell’apertura del canale di Suez, il commercio d’Oriente deve essere, come lo fu un tempo, assorbito dall’Italia, e sarebbe un errore irreparabile che noi ci lasciassimo precedere da altre nazioni. Appena emancipati saremo di nuovo sottomessi al gioco straniero.” Questa era la partita: sovrastare per non essere sovrastati, sottomettere le colonie per non essere colonizzati. In quel momento, il King coton convertì il mondo all’idea di Lesseps.

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Un agente della Cotton Supply Association di Manchester partì per l’India britannica per individuare le zone dove poteva seminarsi il cotone New Orleans, la qualità più richiesta dai mercati. Ma si fermò in Egitto e visitò le fattorie che producevano le piante del filamento e misurò che erano dai 3 piedi e mezzo ai 5 di altezza e che il fiocco veniva raccolto dai ragazzi, istruiti per dividerlo in tre qualità. Il suolo egiziano era adatto al New Orleans e la manodopera sufficiente, sfruttando quella minorile, per aprire una succursale della sua Fornitori di Cotone Associati nel vicereame egiziano. L’agente Haywood propose a Said Pascià una compartecipazione della CAS: “Nessuno può traversare le vaste regioni coltivate dell’Egitto senza essere colpito dalla fertilità e dalle esuberanti facoltà produttive della terra. Si può dire che l’Egitto non è che una enorme fattoria e che si potrebbe farne un vasto giardino, rendendo il suo popolo ricco e il suo tesoro inesauribile.” Per Lesseps si aprì un altro fronte di combattimento, quello dei cotonieri inglesi che pressavano i governi europei per imporre all’Egitto una monocultura simile a quella di New Orleans, compreso lo schiavismo dei minori. La fretta lo spinse a partire il 18 maggio da Parigi e il 20 si imbarcò a Marsiglia per Alessandria. Durante lo scalo a Malta, il 23 maggio, scrisse una lettera al generale inglese Morris e all’ammiraglio francese Jurien Gravier invitandoli ad essere suoi padrini in un duello d’onore con il conte ***, membro della Camera dei Lord di Londra, che nella seduta del 6 maggio aveva detto: “Non posso credere che il governo francese consenta a lasciarsi compromettere nel progetto di un compagnia in bancarotta e che voglia farsi aggiustatore di una speculazione commerciale, che altro non è che un’esca così grossolana e cosi mendace quanto nessun altra tra quelle lanciate nel mare del commercio.”

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Cotton plant, with yellow flowers, cotton bolls, Gossipium herbaceum. Handcolored copperplate engraving of a botanical illustration by J. Schaly from G. T. Wilhelm’s “Unterhaltungen aus der Naturgeschichte” (Encyclopedia of Natural History), Vienna, 1817. Gottlieb Tobias Wilhelm (1758-1811) was a Bavarian clergyman and naturalist in Augsburg, where the first edition was published.

I due candidati padrini dissuasero l’imprenditore facendogli notare che il conte *** non aveva fatto il suo nome e che se qualcuno doveva imporre un confronto d’onore con il lord questo era il consiglio d’amministrazione della Compagnia. L’ammiraglio Gravier aggiunse: “Credo che la virulenza degli ultimi attacchi contro la vostra impresa prova una cosa: è la resistenza di quelli con le spalle al muro, che griderebbe meno forte se avessero il paese dietro.” Fu deciso di chiudere il caso e di non divulgare l’intenzione del duello. Lesseps, in Egitto, cercò Said Pascià, che stava circondandosi di altri seduttori. Lui e il viceré erano ormai due estranei: il loro colloquio servì a discutere una questione di terreni nella rada di Suez: il viceré chiese al presidente la proprietà del suolo, (terreno che era già stato concesso alla Compagnia) per la costruzione di una ferrovia da Suez, verso le dune di Cheik-Arbain a contornare la rada di levante al limite della battigia. Chiese inoltre la proprietà di un terrapieno in cui realizzare un bacino di carenaggio. Preferì l’uovo invece della gallina promessa dagli inglesi. Lesseps demandò la decisione al Consiglio d’amministrazione della Compagnia. Visitò il cantiere, dove i lavori procedevano bene e l’acqua dolce arrivava al lago di Timsah, quindi ritornò a Parigi.

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La situazione nell’istmo la lasciamo descrivere da Ernest Desplaces, direttore del quindicinale “L’Isthme de Suez, journal de l’unione des deux mers” nel numero del 1° agosto 1861. Desplaces era riuscito a introdursi in una missione inglese che partiva alla scoperta dell’istmo di Suez, sopralluogo che Colquhoun, console generale in Egitto dell’Inghilterra aveva ottenuto da Said Pascià. Lo accompagnavano i suoi esperti e geografi Lance e Saunders. Il giornalista francese fece un reportage del viaggio. Si imbarcò il 29 giugno 1861 sul battello a vapore Monfalout, fornito di ogni conforto e lusso, messo a disposizione dal viceré. Durante la giornata, i viaggiatori superarono due navi a vela che procedevano verso la loro stessa meta. Nella notte, il Monfalout fu abbordato da una scialuppa ottomana che chiese informazioni sulla rotta per Porto Said: la nave veniva da Galata e portava legname per il cantiere della Compagnia Universale. La mattina dopo, mentre il vaporetto vicereale gettava l’ancora a Porto Said, sei velieri si staccavano dalla rada e quattro ve ne erano ormeggiati. Poco dopo entrarono altre due navi. Scrisse Desplaces: “Quest’insieme dava alla spiaggia una certa animazione, che colpì i visitatori inglesi e fece una viva impressione su M. Lange; una esclamazione scappò a M. Colquhoun, quando vide Porto Said svilupparsi sulla riva… Nel pomeriggio fu visitato l’immenso materiale di ferrovie, di segherie a vapore, l’officina di montaggio, le draghe, i magazzini, il faro, il villaggio arabo… gli inglesi vi trovarono gli operai indigeni con le loro donne e figli, un mercato ben fornito, la soddisfazione e la sicurezza dipinta sui loro volti.” Il giorno dopo, 1 luglio alle 5 del mattino, un corteo di barche a vela si mosse verso Kantara lungo il canale piccolo (la rigole) col vento favorevole. Il console si divertì a governare la barca su cui era salito. Veleggiando, gli ospiti osservarono gli operai che lavoravano agli argini della strada d’acqua. A Ras-el-Esch ci fu un rinfresco e alle 6 del pomeriggio, dopo dieci leghe di percorso scavate, i nauti sbarcarono perché la rigole finiva lì. L’ultimo tratto fu percorso a cavallo o in dromedario. Quando il gruppo giunse a Kantara comparve nel cielo nitido della notte una stella cometa brillantissima: i re magi moderni vivevano nel fascino dell’Oriente. Il giorno dopo 2 luglio, molti montarono su un carrozzone trainato da sei dromedari attraverso la terra disseccata del lago di Ballah, altri più forti in sella alle cavalcature e la carovana visitò due cantieri, uno di 700 lavoratori indigeni, l’altro da 500, da Kantara a Ferdame. Ogni centro metri, tra le dune, erano piazzate botti con acqua dolce a volontà. Da Ferdane a El-Guisr, gli esploratori salirono l’altopiano da cui si vede in basso il lago Timsah, ove appurarono che non esisteva il pericolo della sabbie mobili, descritte come terribili dai giornali d‘Albione. Al ritorno, in mezzo ai macchinari ormai fermi, sotto una veranda decorata e illuminata, i capi della Compagnia avevano preparato una cena. Al brindisi, Colquhoun disse: “Signori, vi ringrazio della benevola accoglienza che mi avete riservato. Sono venuto a visitare e ad ammirare i lavori che avete intrapreso. Ho viaggiato in mezzo ai vostri cantieri e sono sotto l’impressione di quel che ho visto. Ammiro il vostro coraggio, sono colpito dall’unione, dall’intesa e dall’ordine che regnano nei cantieri della vostra organizzazione, che vi ha fatto trionfare di tutti gli ostacoli che si sono presentati. Non dubito, dopo quello che ho visto, che se degli ostacoli maggiori dovranno sorgere vi sarà facile trionfare ancora, guidati dal vostro illustre capo. Spero che difficoltà di altro genere non si presenteranno più. Nel secolo in cui viviamo, sarà facile farli sparire. Mi associo di cuore alla vostra opera di cui seguirò con gioia gli sviluppi. Vi ringrazio dell’accoglienza cordiale che mo avete fatto e bevo al successo della vostra impresa.” Al brindisi rispose Thuilier, capo degli operai europei, con versi improvvisati: “Grazie soprattutto a voi, generoso avversario/ degno rappresentante della vecchia Inghilterra./ Voi ci avete compreso, voi ci avete giudicato/ e svendendo certi pregiudizi/ voi venite a stringere la sublime alleanza/ del popolo di Albione e del popolo di Francia.” Il mattino seguente la comitiva costeggiò il canale d’acqua dolce fino a Tel-el-Kebir, villaggio dove dormirono. Il 4 luiglio, proseguì il viaggio in treno fino ad Alesssandria. In molte cancellerie, parlamenti e redazioni di giornali, il discorso di Colquhoun fu considerato un enigma. Le sue parole rispecchiavano una politica nuova del gabinetto inglese, o il console d’Egitto esprimeva delle considerazioni personali? Certamente da quando il governo della Gran Bretagna si accorse che il cotone mancava alle sue manifatture, la via da Manchester per l’India, tramite il canale di Suez, di 300 leghe di percorso sembrò più attraente di quella di 600 leghe che si faceva in quel 1861.

Pompeo De Angelis

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