Nigeria, questione demografica, assenza di un’anagrafe e l’autorevole rivista Le Scienze

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Torno sulla questione Nigeria (anagrafe e sicurezza internazionale) segnalandovi un importante articolo comparso sulla autorevole rivista Le Scienze del mese di novembre.

È interessante e rende ancora più urgente avere risposte esaurienti sui dubbi da me sollevati nei post (MA È MAI POSSIBILE CHE UN TALE PARADOSSO (ACCOGLIAMO DEI NIGERIANI QUANDO IN NIGERIA NON RISULTA ESSERCI L’ANAGRAFE) NON ABBIA RISPOSTA?) recentemente pubblicati. Con questi brani voglio contribuire ad un dibattito che in nessun modo e per nessuna ragione di piccoli o grandi opportunismi, deve essere rimosso.

Ho visto di tutto ma non posso credere che le cose stiano come amici fidati e ben informati mi continuano a raccontare: non solo in Nigeria non c’è di fatto un’anagrafe degna di questo nome ma altrettanto non ci sono un catasto e una motorizzazione. Ne tanto meno procedure nel settore della sanità che possano essere considerate di una qualche affidabilità. Il tutto invece in presenza di un progetto (BRISIN) messo a punto in collaborazione tra specialisti nigeriani e italiani che da anni attende finanziamenti opportuni, pur essendo stato riconosciuto valido e necessario, anche recentemente, dalle autorità nigeriane. Questo mentre va avanti lo scenario ben descritto dal mensile “Le Scienze” con l’articolo che riproduco integralmente.

Vediamo se cortesemente qualcuno ci smentisce o ci conferma la grave situazione che ci permettiamo di evidenziare.

Sempre in spirito di servizio e in funzione sussidiaria a chi (La Farnesina? L’ENI? Il Ministero dell’Interno? L’AISE?) eventualmente non sapesse che pesci prendere in una tale situazione paradossale: starnazziamo dalla mattina alla sera di pericolo di infiltrazioni e di ondate migratorie senza gestione preventiva e scopriamo che nel Paese di provenienza di molti di questi disperati e più popoloso dell’Africa (la Nigeria appunto) non c’è l’anagrafe!!!!!!!

Ve lo dicevo io (quasi vent’anni addietro) che “sarebbero venuti anche a nuoto” ma non mi credeste e investiste i soldi dell’Intelligence (così scrivesti per giustificarti della figuraccia) in altra direzione: era il 1998 caro imbarazzato Ansoino Andreassi e tu eri un pezzo grosso all’Ufficio Centrale per le Investigazioni Generali e le Operazioni Speciali (UCIGOS) ma non capisti la gravità della situazione che ti annunciavamo (De Martini, Novak e Grani) o forse più semplicemente non avesti le “palle” per imporre un ragionamento serio sul tema “ondate immigratorie e scelte utili alla prevenzione di un tale dirompente fenomeno emergente”.

Come allora anche ora, se capisco, non si trovano i soldi per le cose quali prevenzione, prevenzione, prevenzione, prevenzione. Meglio mettere pezze, pezze, pezze, pezze.

Come allora, anche oggi, ci prepariamo, nel caso BRISIN, a fare i guadagni/risparmi di Maria Calzetta?

Oreste Grani/Leo Rugens che non si meraviglierebbe se fosse tutto vero e che tragicamente, nelle sedi opportune, nessuno ne sapesse seriamente un bene amato, diciamo, per amor di Patria, “niente”.

Lena e Saheed non si sono mai incontrati, e probabilmente non lo faranno mai. Lena, nel 2050, vive a Lipsia, tranquilla e storica città tedesca di professionisti di mezz’età. A 51 anni è a metà percorso della sua vita professionale di farmacista; per la pensione ci vogliono ancora più di vent’anni. Lei e suo marito non devono più mantenere l’unica figlia da poco laureata; ma si preoccupano delle esigenze degli anziani genitori, in salute più che discreta, che hanno superato gli 80 e i 90. Saheed, celibe, disoccupato, ventiduenne, vive in una borgata fatiscente all’estrema periferia di Lagos, con tre altri tra fratelli e sorelle.

Le loro difficoltà sono ben diverse: trovare lavoro in un mercato ristretto e affollato di giovani, un alloggio e acqua potabile.

Lena teme le malattie croniche; per Saheed è più probabile contrarre la malaria. La Germania cerca di adattare i suoi sistemi pensionistici, sanitari e infrastrutturali a una popolazione in calo e longeva quanto mai prima. La Nigeria fatica a dotare di strade, scuole e strutture igienico-sanitarie le sue città in espansione.

Difficile immaginare due vite più diverse. Ma in questi due opposti personaggi immaginari si riassumono molte delle sfide che abbiamo davanti. Nei prossimi decenni la distribuzione della popolazione umana è destinata a cambiare come mai è accaduto in passato, costringendo i governi e la comunità internazionale a ripensare a che cosa va fatto per difendere salute e benessere della gente nel globo. 

Dalle decisioni di oggi dipenderà se il futuro di gente come Lena e Saheed sarà luminoso o buio. Circa mezzo secolo fa l’attenzione generale si concentrò su un solo aspetto delle tendenze demografiche, quello puramente quantitativo.

In un best seller del 1968, The Population Bomb, Paul R. Ehrlich, entomologo della Stanford University, avvertì che la rapida crescita della popolazione avrebbe superato la produzione di cibo e altre risorse; centinaia di milioni di persone sarebbero morte per le carestie. 

I suoi timori, però, non diventarono realtà. La rivoluzione verde, poco dopo, migliorò la sicurezza alimentare, e lo sviluppo economico unito all’accesso all’istruzione e alla pianificazione familiare fece calare i tassi di natalità in gran parte del mondo.

Dal 1970 la crescita annua della popolazione prese a calare, dal picco del 2 per cento toccato nel precedente decennio. Però la crescita della popolazione è come un treno in marcia, anche quando rallenta, la sua inerzia è grandissima. Oggi il tasso globale di fecondità continua a calare, ma alla popolazione umana si aggiungeranno ugualmente, nel giro di pochi decenni miliardi di persone. 

Le Nazioni Unite stimano che nel 2050 si arriverà 9,7 miliardi. 

La probabilità che il treno arrivi a fermarsi, e la popolazione mondiale si stabilizzi o cominci a decrescere entro il 2100 è solo del 23 per cento. Concentrarsi solo sulle proiezioni complessive, però, ci farebbe perdere sfumature importanti. Metà della crescita della popolazione, tra oggi e il 2050, avverrà in nove paesi, di cui cinque sono in Africa. 

Nel frattempo in tutto il mondo industrializzato i tassi di natalità stanno calando e la durata della vita aumenta. Secondo le Nazioni Unite nei prossimi 34 anni il numero delle persone di sessant’anni o più raddoppierà, come minimo. E quello delle persone sopra gli 80 anni triplicherà. Molti di questi anziani vivranno in Europa, dove le proiezioni per il 2050 pongono la fascia demografica delle persone che hanno da 60 anni in su a oltre un terzo della popolazione. 

Jack A. Goldstone, politologo della George Mason University e direttore dell’Institute for Public Policy dell’Università di Hong Kong, dice che questo sconvolgimento dell’ordine mondiale come noi lo conosciamo è “la nuova bomba demografica”. Germania (ma potrebbe essere l’Italia ndr) e Nigeria rappresentano gli estremi opposti di questa dinamica globale.

Da una parte un paese ricco ma in via di rapido invecchiamento, in cui le città si riducono e i governi devono affrontare la costante crescita dei costi pensionistici. Dall’altro una nazione giovane che dovrà contemporaneamente trovare posto per nuovi migranti urbani e nuovi bambini, andamenti che potrebbero complicare problemi già gravi come il cambiamento climatico e le malattie infettive. 

Specialmente in Nigeria, dice Hans Groth, presidente del World Demographic & Ageing Forum di San Gallo, in Svizzera, la storia non è una buona guida per quel che ci aspetta: “Non siamo preparati, come esseri umani, né a gestire né ad accettare cambiamenti così grandi”.

Dolori di crescita

Entro il 2050, si prevede, la Nigeria supererà gli Stati Uniti e diventerà il terzo paese per popolazione del mondo. La sua popolazione sarà più che doppia rispetto a quella attuale, sfiorando – secondo le Nazioni Unite – i 400 milioni di persone.

Nei suoi primi anni di vita adulta, dunque, Saheed vedrà le già scarse risorse del paese assottigliarsi ancora.

“Rendiamoci conto”, dice John Bongaarts, vicepresidente del Population Council di New York. “Ogni cosa costruita dall’uomo in quel paese dovrà essere raddoppiata. Ogni scuola, ogni ambulatorio, ogni ponte, tutto”.

Nel 2015 la Divisione popolazione delle Nazioni Unite ha rivisto al rialzo le sue stime della crescita della popolazione in Africa. In una certa misura questo riflette fatti positivi. Grazie ai miglioramenti della sanità, con misure che fra l’altro hanno ridotto mortalità infantile e decessi per AIDS, la speranza di vita nell’Africa subsahariana è cresciuta.

L’altro pezzo della storia, però, è che la fecondità non è calata con la velocità auspicata da molti. A livello continentale il tasso totale di fecondità – il numero medio di figli per donna nel corso della sua vita – resta fermo a 4,7. In Nigeria è a 5,7.

Il paese, in teoria, potrebbe beneficiare della cosiddetta transizione demografica, una fase in cui la fecondità cade e quindi ci sono tanti adulti in età da lavoro e pochi anziani e bambini da mantenere. I paesi che compiono con successo la transizione demografica, abbassando sia i tassi di natalità che quelli di mortalità e incrementando istruzione, occupazione e altri fattori di crescita economica, possono beneficiare di un «dividendo demografico» capace di catapultarli al successivo livello dello sviluppo. 

Ma in Nigeria, come in altre parti dell’Africa subsahariana, la fecondità è calata solo di poco per poi bloccarsi a livelli elevati.

I demografi invocano una serie di fattori per spiegare questa resistenza, dalla persistente influenza delle culture tribali a una maggiore durata dell’intervallo in cui tradizionalmente le donne hanno figli. 

Akinrinola Bankole, demografo del Guttmacher Institute di NewYork, dice: «Le persone pensano ancora in termini di sicurezza per la vecchiaia», fare tanti figli che si occupino di loro quando invecchieranno. «Ma pensano di meno alla necessità di investire sui figli che dovranno garantirla».

Il livello ostinatamente alto dei tassi di fecondità complicherà ancora la scoraggiante serie di problemi che già minaccia la Nigeria: povertà, fame, prevalenza delle malattie trasmissibili ed effetti dei cambiamenti climatici. 

Quasi 240 milioni di persone nell’Africa subsahariana, una su quattro, non dispongono di cibo sufficiente, e 30 milioni di bambini sono oggi sotto peso, stando all’ente no profit privato Population Reference Bureau. 

Durante la vita di Saheed e dei suoi fratelli, nell’Africa subsahariana arriveranno altre centinaia di milioni di bocche da sfamare.

Fra chi oggi lavora per migliorare la sicurezza alimentare c’è l’Alliance for a Green Revolution in Africa. Fondata nel 2006 e diretta per oltre sei anni dall’ex segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan, questo organismo preme per cambiamenti nelle politiche agricole e aiuta i piccoli agricoltori a ottenere sementi migliorate, fertilizzanti e attrezzature di base. L’Africa subsahariana avrà bisogno di tutto l’aiuto possibile. 

«La concentrazione della crescita della popolazione nei paesi più poveri potrebbe rendere ancora più difficile, per alcuni di essi, eliminare la povertà, combattere fame e denutrizione, espandere i sistemi dell’istruzione e della sanità e migliorare la disponibilità di servizi e infrastrutture di base», dice Françoìs Pelletìer, della Divisione popolazione delle Nazioni Unite.

All’interno di paesi come la Nigeria, per di più, la crescita della popolazione non si distribuirà in maniera uniforme. I tassi di natalità sono oggi assai più alti nel nord, in larga misura povero di risorse.

Di conseguenza sono sempre più numerose le persone del nord che vanno a raggiungere Saheed e la sua famiglia a Lagos; e questo cambiamento fa parte di una più ampia tendenza mondiale.

Tra inurbamento e crescita complessiva, l’attesa è che entro il 2050 la popolazione urbana mondiale salga di oltre 2,5 miliardi di persone; e che circa il 90 per cento della crescita avvenga in Asia e in Africa.

L’urbanizzazione è spesso un fenomeno positivo, accompagnato da miglioramenti dell’istruzione, riduzione dei tassi di natalità e crescita economica protratta. Una città ben pianificata riduce il consumo del suolo e migliora l’efficienza energetica. 

Henrik Urdal, studioso di scienze politiche del Peace Research Institute di Oslo, in Norvegia, con i suoi colleghi, ha trovato che l’urbanizzazione potrebbe anche ridurre il rischio di conflitti.

Il fatto che paesi come la Nigeria si stiano urbanizzando a livelli di sviluppo economico assai più bassi rispetto al passato significa però che nel 2050 molta della popolazione del pianeta saconcentrata in città non attrezzate per fornire adeguati servizi medici, igienico-sanitari e di altro tipo. 

Questo accrescerà l’esposizione di Saheed alle malattie infettive, che spesso prosperano nelle aree densamente popolate con alti numeri di migranti. Si ritiene che l’inurbamento sia stato uno dei massimi fattori che hanno contribuito alla diffusione iniziale dell’epidemia di HIV/AIDS in Africa. Nel 2050 gli slum di Lagos potrebbero diventare focolai di tubercolosi e malaria.

Via via che la Nigeria risale i gradini della scala economica, e aumenta il numero delle persone che acquistano automobili e consumano elettricità, l’inquinamento dell’aria potrebbe diventare un’altra minaccia per la salute. L’esplosione delle megalopoli asiatiche degli ultimi decenni può essere almeno in parte una guida per quello che potrebbe avvenire in Africa. 

I recenti dati del Global Burden of Disease, lnjuries, and Risk Factors Study suggeriscono che nel 2010 l’inquinamento atmosferico abbia contribuito a 1,2 milioni di decessi e alla perdita di 25 milioni di anni di vita nella sola Cina.

Per ironia della sorte, poi, se la Nigeria riuscisse ad abbassare il suo alto tasso di natalità – che è la fonte di tanti dei suoi problemi – potrebbe subire alcuni sfortunati effetti collaterali. Con il calo della natalità aumenta la percentuale di maschi adolescenti e sotto i trent’anni nella popolazione totale, e se l’economia non riesce a produrre abbastanza posti di lavoro, dice Bongaarts, «ci si ritrova con tanti giovani disoccupati e sottoccupati niente affatto contenti. Facili da sfruttare, e forieri di crimine e insicurezza».

Un «eccesso» di giovani di questo genere, secondo i politologi, ha contribuito alle rivolte della primavera araba in Nord Africa e in Medio Oriente. Per affrontare con successo gli anni venturi, paesi come la Nigeria avranno bisogno di incrementare simultaneamente istruzione, impieghi per i giovani e accesso alla pianificazione familiare: un’impresa gigantesca ma non impossibile. Pochi, quarant’anni fa, prevedevano i rapidi cali della fecondità verificatisi in Bangladesh, Indonesia e Iran. Se trova lavoro e si sposa, Saheed potrebbe decidere di fare meno figli dei suoi genitori, in modo da potersi permettere di mandarli a scuola. Se gli uomini come lui faranno sempre più in massa queste stesse scelte, la Nigeria avrà una possibilità di trasformare una possibile palla al piede in un vantaggio, ottenendo un dividendo demografico. Un passaggio demografico del genere è stato cruciale nell’ascesa economica di altri paesi, come Brasile, Cina e Corea del Sud.

Un mutamento di altra natura è in corso in Germania. Lena è nata nel 1999, quando l’economia tedesca era il motore della crescita economica dell’Europa e i lavoratori abbondavano. Per il 2050 le proiezioni prevedono che la popolazione cali da 80,7 a meno di 74,5 milioni di abitanti. Quasi il 40 per cento dei tedeschi avrà almeno 60 anni, mentre le persone tra i 15 e i 49 anni, che costituiscono la maggior parte della forza lavoro, saranno appena il 48 per cento: il 19 per cento in meno rispetto a oggi. Certe parti della Germania ci mostrano in anteprima quello che verrà.

L’anno scorso il settantenne sindaco di Ottenstein, nella parte nord-occidentale del paese, ha annunciato di voler donare terreni a coppie con bambini piccoli, per non dover chiudere la scuola del villaggio.

La situazione della Germania si riflette in molte parti di Asia, Europa e America Latina. Le proiezioni delle Nazioni Unite dicono che 11 paesi, fra cui Giappone e Ucraina, potrebbero perdere il 15 per cento o più della loro popolazione da qui al 2050. I mezzi di comunicazione già insistono molto sul calo del tasso di natalità in Germania e nei paesi vicini. Da qui ad allora i responsabili delle scelte politiche potrebbero doversi preoccupare di un prolungato rallentamento dell’economia dovuto alla carenza di giovani che lavorano e pagano le tasse.

Può essere forte la tentazione di contare sull’immigrazione per reintegrare le forze di lavoro. Secondo le previsioni delle Nazioni Unite, tra il 2015 e il 2050 la Germania sarà fra i paesi del mondo che accoglieranno più migranti. Le centinaia di migliaia di famiglie siriane disperate che salpano verso l’Europa cariche di tutti i loro averi hanno portato la questione sotto i riflettori. 

E con la popolazione nell’Africa subsahariana che continua a salire – soprattutto se giovani come Saheed non troveranno lavoro in patria – l’ondata migratoria potrebbe anche crescere, legando il futuro della Nigeria a quello della Germania. 

A volte gli esperti sostengono che questa tendenza contribuirà a contrastare l’invecchiamento della popolazione. Ma, nota Goldstone, ci vorrebbero decine di milioni di migranti per compensare la riduzione delle coorti giovanili in Germania, Paesi Bassi e negli altri paesi a bassa crescita e per alleviare, di contro, la pressione della popolazione nei paesi a rapida crescita demografica dell’Africa subsahariana.

Ciò significa che anche con modesti tassi di immigrazione la popolazione di Lipsia declinerà. Nel processo, la città dovrà adattare, con tutte le relative difficoltà, il sistema dei servizi al ridotto numero degli utenti, forse aumentando le tariffe: un processo che graverebbe sulle persone in età lavorativa come Lena. Una città che decresce può essere una città costosa.

È probabile inoltre che la Germania debba affrontare nuove sfide sanitarie, dato che i progressi di salute e longevità modificheranno il peso delle malattie. I genitori di Lena, per esempio, fanno parte del gruppo degli anziani dagli ottant’anni in su, che secondo le proiezioni nel 2050 comprenderà il 14,4 per cento dei tedeschi.

Sarà meno probabile, rispetto alle generazioni precedenti, che muoiano di cancro o di attacco cardiaco. Ma saranno più a rischio di demenza, malattia la cui prevalenza sta aumentando con la crescita dell’aspettativa di vita, e che non potrà che farsi più comune, a meno che non si trovi una cura risolutiva. «Un tempo, semplicemente, la gente moriva prima di ammalarsi di Alzheimer», dice Axel Borsch – Supan, direttore del Center for the Economics of Aging di Monaco di Baviera, che guida The Survey of Health, Ageing and Retirement in Europe (SHARE), un’indagine su salute, invecchiamento e pensionamenti in Europa, cioè uno studio longitudinale che riguarda oltre 45.000 europei dai cinquant’anni in su. «Ora non è più così».

Dal punto di vista economico, nell’Europa occidentale l’invecchiamento si presenta complesso. Non è determinato solo dalla bassa natalità, ma anche dal netto balzo in avanti di durata della vita, salute e benessere dei singoli. Le persone vivono di più, ma non solo: rimangono in buona salute e abili al lavoro molto più a lungo. Negli ultimi vent’anni la speranza di vita alla nascita in Germania è salita di quasi cinque anni, fino a toccare e superare gli ottant’anni. Tutti gli indicatori sanitari stanno migliorando un po’ in tutta Europa, dice Borsch-Supan. «La longevità sta crescendo linearmente. Non ci sono segni di appiattimento della curva».

Negli Stati Uniti, al contrario, la discussione sulla maggiore lentezza dell’invecchiamento tende a oscurare il deludente andamento della speranza di vita, che in realtà per alcuni gruppi è addirittura peggiorata, nota Borsch-Supan.

In Europa c’è chi dice che è necessaria una vera e propria ridefinizione di che cosa vuol dire essere anziano. 

Sergei Scherbov, demografo dell’International Institute for Applied Systems Analysis di Luxenburg, in Austria, ha proposto di considerare una persona “in via di invecchiamento” solo negli ultimi 15 anni della sua vita, calcolata in base alla speranza di vita alla nascita nel suo paese. Questa definizione riflette meglio abilità e salute delle persone rispetto all’attuale definizione delle Nazioni Unite secondo cui è anziano chi ha sessant’anni o più, dice: «Negli anni cinquanta il più vecchio ad aver scalato l’Everest aveva 39 anni. Un paio d’anni fa lo ha fatto un giapponese ottantenne.

I sistemi pensionistici, in effetti, sono in fase di revisione in gran parte dell’Europa. In Germania l’età pensionabile, oggi di 65 anni e cinque mesi, aumenterà gradualmente fino a raggiungere i 67 nel 2029. Ma per poter provvedere a persone come i genitori di Lena, ultra ottantenni vivi e vegeti, il paese dovrà da ultimo legare l’età della pensione alla speranza di vita, come hanno fatto Norvegia e Svezia, e con tutta probabilità sarà un cambiamento impopolare.

«La questione in Europa è che le persone amano andare in pensione presto», dice Borsch-Supan. «E questo non è sostenibile». Il destino di Saheed e quello di Lena dipendono in parte non piccola da quello che accade adesso. Pianificando bene il proprio futuro, dicono gli esperti, Nigeria e Germania possono affrontare i cambiamenti demografici in arrivo.

La demografia, dice Goldstone, è come la forza di gravità: bisogna riconoscere che c’è, e agire di conseguenza. «Chi fa i conti con la forza di gravità può far volare un aereo», dice. Ma bisogna progettarlo bene, e saperlo pilotare.

«Si può avere stabilità di governo e crescita economica sia con una popolazione in aumento sia con una popolazione in calo. Ma bisogna investire con saggezza, gestire bene l’economia, istruire la forza lavoro perché sia più produttiva e prepararsi in anticipo a soddisfare i bisogni di welfare dei diversi gruppi di età a mano a mano che cambiano nel tempo». In un certo senso Nigeria e Germania sono ai due estremi di un continuum mondiale. 

In mezzo ci sono decine di altri paesi il cui ruolo nel mondo dovrà cambiare via via che muta la distribuzione della popolazione; negli Stati Uniti per esempio si avrà sia invecchiamento sia crescita della popolazione. Agendo adesso su questioni come sanità, infrastrutture urbane, istruzione e sicurezza alimentare e previdenziale, i paesi di tutto questo spettro di situazioni possono assicurare una vita migliore alle generazioni future.

Nel frattempo, negli sforzi volti a mantenere la stabilità globale dovranno essere coinvolte di più le economie emergenti popolose, come Brasile, Cina, India e Messico. 

Il che vuol dire riconfigurare organismi di governo globale come G7 e NATO in modo che riflettano meglio il volto del mondo nei suoi cambiamenti, e assicurare che ci sia denaro per sfide sanitarie, risorse e infrastrutture in tutto il mondo, non solo nei paesi industrializzati. 

Pensiero creativo e azione pronta e decisa; così l’umanità può disinnescare la nuova bomba demografica.

(Da Le Scienze di novembre 2016). 

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