Il lettore SESE, fan di Nazarbayev, potrebbe virilmente declinare le proprie generalità?

Lando Dell’Amico è un nome dei miei tempi. Lui era decisamente più grande di me che, diciamolo, ero un tipo particolarmente precoce e intelligente (per la mia età) nell’ambiente. Sono cresciuto allevato professionalmente da Franco Simeoni e i nomi che mi erano familiari erano Giano Accame, Giorgio Vitangeli, Carlo De Risio, Mauro Mita, Mino Pecorelli, Ulfreduzzi, Lando Dell’Amico, Giorgio Pisanò, Nelson Page, MarioTedeschi. Io so chi erano loro e cosa facessero, sin da quando ero minorenne. Negli uffici di alcuni di loro sono arrivato a introdurmi e a “rubare” carte carbone (all’epoca si usavano per fare copie) al fine di leggere,”per differenza” e allo “specchio”, notizie che alcuni di questi signori (non tutti) fornivano in modo riservato ai “servizi” o informando, da dentro le loro redazioni, chi era pronto a pagarli al miglior prezzo. Non tutti ma, certamente, alcuni sì.

Io c’ero quando Nuovo Mondo d’Oggi vendette la sua estinzione a chi non voleva che si parlasse della Pro Deo, di padre Felix Morlion, di Umberto Federico d’Amato, di Paul Marcinkus e di come la CIA dettasse la linea all’Italia anche attraverso il Vaticano. C’ero e so chi beccò i soldi per tacere. Cancrini per primo.    

Poi questo lavoro l’ho fatto rischiando la vita “analizzando”, da dentro e da fuori, organizzazioni terroristiche, particolarmente quelle della galassia di estrema sinistra e nello specifico BR da Valerio Morucci, passando per Adriana Faranda e finendo al giornalista Gianfranco Pace. Cose cazzute che hanno poco a che vedere con i rischi che corre chi ha scelto di fare il velinaro. Per non parlare di quando (per tre anni) sono stato alla Direzione centrale del Personale della Rizzoli-Corriere della Sera quando, in quel gruppo, imperavano delinquenti come Bruno Tassan Din o Licio Gelli e i giornalisti alla Maurizio Costanzo leccavano le suole delle scarpe ai mestatori della P2.

Sono inoltre la persona che ha impedito ai fratelli Dell’Utri (Alberto e Marcello) di impossessarsi della società che deteneva il 47% del mercato del Braccialetto elettronico (Carro), azienda destinata successivamente a cuccarsi buona parte del mercato delle intercettazioni telefoniche ed ambientali.

E così se dovesse essere necessario potrei continuare per metri metri lineari e milioni di parole.

Figurarsi, quindi, se non so riconoscere un doppiogiochista o una puttanella della disinformazione.

Sento l’odore, come un cane da tartufi o un robot cercatore di porcini. Con il piacere di scovarli, fotterli e, senza farmi pagare, allora come oggi, considerando questa “merce” indegna perfino di avere un prezzo.

A buon intenditor poche parole.

Figli compresi che abbiano ritenuto di rimanere nel settore.

Ablyazov è persona complessa come sostengo, a testa alta, in questo blog, da sempre. Ablyazov è un patriota che deve aver deciso, al momento opportuno, di fottere Nazarbayev per prepararsi al dopo despota.

I tentativi di insinuare altro (SESE + AGIR), mi confermano che mandanti ed esecutori non servivano, durante il maldestro tentativo di far arrestare Ablyazov, la Repubblica Italiana, ne, tantomeno, la Giustizia giusta ma esclusivamente il padrone di turno.

Certo di questa affermazione, quello che si deve prima o poi appurare è a che titolo e perché un manager (Aurelio Voarino), spesato da un gruppo imprenditoriale (STI spa) per fare relazioni istituzionali anche e soprattuto nel contenzioso tra la STI e SIRAM (GruppoVeolia), fosse interessato alla cattura di un latitante quale era Ablyazov, personaggio di difficile lettura nelle dinamiche di reato che lo circondavano, ieri come oggi.

Investigativamente parlando, che minchia c’entra Aurelio Voarino con il capo della sicurezza dell’ambasciata kazaka a Roma (Kassen) durante  la drammatica illegale irruzione nella villetta di Casal Palocco alla ricerca di Ablyazov?

Dinamiche di difficile lettura anche e soprattutto per il figlio (Ugo?) di Lando Dell’Amico.

Perché di questo si tratta, se vogliamo porci il problema di perché intercorrano dei rapporti tra Voarino e la famiglia Dell’Amico.

Non certo quando uno legittimamente si abbona all’Agenzia AGIR ma quando uno suggerisce cosa si deve dire e cosa si deve fare affrontando temi che non dovrebbero essere di competenza e di interesse di semplici uomini d’affari.

Ma forse come continuo a chiedermi Aurelio Voarino, non è un semplice uomo d’affari.

E questo lo dico sempre in attesa che gli accertamenti nei confronti dei post che gli ho dedicato sortiscano gli effetti desiderati.

Cioè che l’autorità preposta mi mandi a chiamare perché risponda delle gravi affermazioni che faccio da tempo non sospetto.

Dicevamo che ci si trova di fronte a dinamiche di difficile lettura per tutti tranne che per uno che ha il vantaggio di aver conosciuto benissimo Carmine Mino Pecorelli (e quindi Lando Dell’Amico) e quella mezza cartuccia (in tutti i sensi) di Aurelio Voarino. Dalle stelle alle stalle.

È il vantaggio di avere 70 anni e di aver cominciato il mestiere da minorenne. E di essere ancora vivo. E soprattutto di non aver mai venduto, penna o culo, per quattro baiocchi.

Io, se fossi SESE, lascerei perdere. Oppure, doverosamente e coraggiosamente, dica nome e cognome e si faccia offrire un caffè dal sottoscritto.

Che non li beve offerti da nessuno (me li hanno vietati per la precaria salute) ma che è sempre pronto a offrirne a chi, confuso, ne avesse bisogno per snebbiarsi le idee su chi ha fatto che cosa e perché.

E quali sarebbero i vantaggi per l’Italia (e quindi per gli italiani) da coltivare in Kazaksthan diversi da quelli dettati o convenuti dalla filiera Scaroni/De Scalzi.

O, eventualmente, in subordine, da Romano Prodi. O, ultimo ma non ultimo, da Aurelio Voarino, cinghia di trasmissione degli interessi di chissà chi.

Oreste Grani ancora Leone Ruggente ma pronto, se SESE ne sentisse il desiderio, ad offrirgli un pranzo e, dopo un pranzo, perfino un caffè.

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Mentre per me acquisterei un cannolo alla siciliana da Dagnino, sotto la Galleria.  Pasticceria certamente a lui nota, quasi come gli alberghi a 5 stelle (niente a che vedere con i grillini) di Via Veneto a Roma. Cinque stelle antistanti lAmbasciata USA, per intendersi.

Rimango in attesa di ulteriori segnalazioni e di vedere declinare le generalità da parte di SESE.

Io come è noto mi sono qualificato oltre 4 anni addietro e da allora aspetto smentite anche su un solo rigo autobiografico tra i tanti scritti.

Il 16 maggio 2016 risulto aver, unico blogger italiano, previsto l’elezione di Donald Trump.

Sono inoltre quel testardo impenitente che sostiene che Aurelio Voarino deve spiegare agli italiani perché agisce deliberatamente per danneggiare i loro interessi. In patria e all’estero.

Rifirmo, come si fa.

Oreste Grani/Leo Rugens


RITENGO OPPORTUNO CHE IL PARLAMENTARE DEL M5S, ANGELO TOFALO, SI INTERESSI DEL CASO VOARINO-KASSEN-SHALABAYEVA-ABLYAZOV-NAZARBAYEV

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Oggi posto un lungo brano tratto dal volume elettronico “Shalabayeva Il caso non è chiuso”, scritto da Alberto Massari ed editato, in accordo con Gianroberto Casaleggio, nei mesi successivi ai gravissimi avvenimenti di cui l’autore si era appassionato: una vera spy story internazionale. Il brano ci riporta a quei momenti e contestualizza alcuni comportamenti su cui, questo ininfluente e marginale blog, continua, tenacemente, a chiedere che si faccia chiarezza.

Da oggi, in modo particolare, affidando al cittadino parlamentare Angelo Tofalo (e per motivi collaterali che solo successivamente saranno chiari anche alla fuoriclasse del Foro Romano Giulia Bongiorno) il compito (lui che è giovane e audace e lei che è competente e determinata come poche avvocatesse) di fare chiarezza su quello che riteniamo sia ancora un lato oscuro di quella vicenda: il perché un travet (tale Aurelio Voarino, factotum di un imprenditore piemontese spesso operativo a Roma, Ezio Bigotti, a sua volta nominato e lasciato essere – per anni – console onorario del Kazakstan senza apparente motivo alcuno), si interessasse, fuori da ogni suo compito professionale, di dare la caccia al super latitante kazako Mukhtar Ablyazov.

Il brano scelto così recita:

Cala il silenzio fino al 5 luglio quando l’ANSA lancia un comunicato in inglese: “Venerdì il premier italiano Enrico Letta ha ordinato un’inchiesta sulla deportazione della moglie e della figlia del noto dissidente kazako Mukhtar Ablyazov. Secondo una dichiarazione del suo ufficio, l’inchiesta ha lo scopo di rivelare ‘eventuali criticità’ sulla gestione del caso di Alma Shalabayeva e di sua figlia. Il mese scorso le due sono state condotte all’aeroporto di Ciampino di Roma e sistemate su un jet privato insieme ai diplomatici kazaki – il Primo Ministro, il Ministro degli Esteri e il Ministro della Giustizia hanno negato di essere a conoscenza dei fatti. La decisione di Letta nel rivederne la gestione è arrivata dopo che venerdì il deputato Alessandro Zan, membro del partito di opposizione SEL, ha chiesto al governo di «prendere tutte le misure possibili per garantire la sicurezza della Shalabayeva e di sua figlia» in Kazakistan, Paese che Human Right Watch ha criticato per il suo record di ‘deterioramento’ dei diritti umani. Secondo i familiari e gli associati in Italia, il mese scorso la polizia ha fatto irruzione in una casa di Roma alla ricerca di Ablyazov, il banchiere legato al caso di appropriazione indebita di miliardi di euro alla sua banca, la BTA. Ablyazov, che è stato latitante in Kazakistan dal 2009, non è stato trovato, ma gli agenti hanno arrestato la moglie e la figlia, accusate di risiedere illegalmente in Italia, cosa che i loro legali hanno negato. Ablyazov, aperto critico del presidente kazako Nursultan Nazarbayev, ha fondato l’ormai defunto partito Scelta Democratica del Kazakistan (DCK), un movimento politico di opposizione che ha lottato per rompere la concentrazione di potere nell’esecutivo, per avere una magistratura indipendente, e un legislatura forte. In Italia SEL ha anche chiesto spiegazioni ad Angelino Alfano, il Ministro degli Interni e vice premier che è anche il segretario del partito di centro destra, Il Popolo della Libertà, del tre volte premier Silvio Berlusconi. Le critiche fatte hanno sottolineato che durante il suo mandato da Primo Ministro, Berlusconi abbia contribuito a rafforzare legami commerciali lucrativi tra l’Italia e il Kazakistan ricco di petrolio”.
E da qui la stampa italiana, il particolare “La Stampa” di Torino, che lo stesso giorno pubblica: “L’appello di Ablyazov a Letta «Faccia luce su questa storia»” – Un’intervista all’oligarca in esilio a firma di Maurizio Molinari corrispondente da NY:
“«Mi appello a Enrico Letta affinché faccia piena luce sulla deportazione di mia moglie e mia figlia da Roma in Kazakistan, dove ora sono in ostaggio di Nursultan Nazarbayev».

Perché sua figlia e sua moglie quella sera erano in Italia?
«Dall’autunno del 2012 mia moglie Alma e mia figlia Alua si trovavano in Italia, spostandosi spesso in Svizzera dove vive il mio figlio più piccolo. Alua andava a scuola fuori Roma. L’arrivo in Italia, dalla Lettonia, fu per proteggersi dalle minacce di Nursultan Nazarbayev, il presidente-dittatore del Kazakistan che da un decennio tenta di eliminare me e gli altri suoi oppositori, e stava facendo sorvegliare la mia famiglia. Quando vivevamo in Gran Bretagna, la polizia locale mi informò di un complotto ai miei danni».

Cos’è avvenuto quando gli agenti sono arrivati nella casa dove erano i suoi familiari?
«Nel mezzo della notte numerosi agenti speciali italiani sono entrati nella casa fuori Roma. Erano armati, senza uniformi e senza un mandato. Hanno perquisito la casa e picchiato uno dei familiari. Alma e Alua hanno pensato che fossero dei rapinatori. Non avevano un interprete né dei legali. Nessuno capiva cosa stesse avvenendo. Le hanno portate via, senza dire a nessuno dove andavano. Tutto questo avveniva all’alba. Nel primo pomeriggio la mia figlia maggiore ha contattato il nostro avvocato. Solo in tarda serata è riuscito ad appurare che il blitz era stato eseguito non da banditi ma da agenti».

Cos’è avvenuto dall’arresto alla deportazione?
«Alma è stata arrestata mercoledì, venerdì mattina un’udienza ha convalidato l’arresto e abbiamo saputo della deportazione. Alle 15 del 1 giugno Alma era già all’aeroporto di Ciampino. Ha chiesto più volte di avere asilo ma le è stato detto che era troppo tardi e che il caso era risolto».

È vero che sua moglie aveva un passaporto africano falso?
«Non aveva alcun passaporto falso, africano o meno. Aveva un permesso di residenza valido in due nazioni Ue: Gran Bretagna e Lettonia. I documenti erano tutti legali».

Come è avvenuta la deportazione?
«Alma chiedeva l’asilo mentre è stata obbligata a salire su un jet privato. Non è passata attraverso controlli o dogana. Sull’aereo né lei né mia figlia avevano dei documenti. Sono state prese in custodia da due diplomatici del Kazakistan. A bordo Alma aveva paura, ha tentato di non piangere per non mettere paura ad Alua. Il jet era lussuoso, aveva hostess russofone. Vi è stata tensione in cabina perché da terra la mia famiglia tentava di bloccare l’aereo, chiedendo la concessione dell’asilo. Arrivate in Kazakistan, le stavano aspettando, le hanno messe in un’auto, filmate, hanno passato la dogana senza passaporti. Ad Alma hanno formalizzato l’indagine, con la data del giorno successivo all’arresto in Italia, è stata incriminata e non può lasciare Almaty».

Perché crede che siano state deportate così rapidamente?
«L’Italia non fa questo tipo di deportazioni. È senza precedenti. È avvenuto perché il dittatore del Kazakistan voleva due ostaggi contro il suo maggiore oppositore politico. È riuscito ad ottenerli grazie agli agenti italiani».

Crede che il governo kazako sia coinvolto nella deportazione?
«Certo, nessuno lo nega. C’era il console kazako a bordo del jet privato a Ciampino. Sono stati deportati in fretta perché gli agenti hanno voluto evitare che giudici, procuratori e media scoprissero il blitz».

Ha avuto contatti con il governo italiano?
«Non personalmente, ma attraverso rappresentanti della mia famiglia. Ciò che abbiamo compreso ci porta a credere che sia stato un blitz del ministero dell’Interno in collaborazione con agenti di una dittatura exsovietica. Quelli che in Italia avrebbero potuto bloccare il rapimento sono stati esclusi dall’operazione».

Come giudica il comportamento del governo italiano?
«Spero che in Italia vi siano persone che rispettano i diritti umani e lo Stato di Diritto. Voglio che si faccia piena luce su quanto avvenuto. È interesse degli italiani stessi. Riguarda la difesa dei principi alla base dell’Ue. Se gli agenti della sicurezza hanno il potere non solo di deportare e rapire una donna e una bambina, ma anche di farla franca, è un pericolo per l’Italia».

Come giudica le relazioni fra Italia e Kazakistan?
«Sono solide e potrebbero esserlo ancor più. Ma relazioni forti non devono, e non hanno bisogno, di fondarsi su favori clandestini a autocrati stranieri. L’Italia può fare meglio».

Cosa vorrebbe chiedere al premier Enrico Letta?
«Il governo italiano deve spingere il ministero dell’Interno a svelare la verità, ponendo fine alla protezione dei responsabili di questa vicenda. Il ministero dell’Interno deve dimostrare agli italiani e al mondo che comprende cosa significa un’applicazione responsabile delle legge. Al presidente Letta vorrei dire di pensare a sua moglie e ai suoi figli. Può immaginare che possano essere presi in ostaggio dai suoi oppositori politici? Bene, questo è ciò che è avvenuto a me. Spero che il premier Letta abbia la convinzione e la forza per fare luce su questa oscura vicenda». […]”

“Faccia luce su questa storia”, chiedeva il latitante Ablyazov, il 5 luglio 2013, ignorando che all’oscurità di quella storia aveva concorso (e stava ancora concorrendo) anche il signore (Aurelio Voarino) della cui esistenza vi ho resi edotti ormai da qualche tempo.

Perché di questo, cittadino Angelo Tofalo si tratta. Se non si chiarisce come operano, perché e agli ordini di chi operano, in vicende di questa complessità (con il Kazakstan intercorrono interessi che spaziano dalle armi al gas), personaggi come il Voarino (a meno che Matteo Renzi non decida di suggellare tutto con un bel “Segreto di Stato” negli interessi superiori della Nazione!!!!) difficilmente si potrà ragionare nei prossimi mesi di quanto sostieni essere necessario alla salute della Repubblica. Capire la parte per il tutto (e questo di Voarino-Kassen-Shalabayeva-Ablyazov- Nazarbayev è uno dei possibili esempi), potrebbe essere un buon esordio per capirsi su cosa sia necessario fare se si vuole ipotizzare la fondazione di un luogo istituzionale finalizzato alla Sicurezza della Repubblica e capace, facendo formare i nuovi operatori di intelligence al trattamento dell’informazioni, di esercitarsi su casi tipo questo di cui mi permetto di evidenziare, ancora una volta, la complessità. Prepararsi a presidiare in futuro (ma a breve) questo settore strategico, potrebbe – ad esempio – cominciare da un caso “riletto” come quello della signora Shalabayeva in cui, consapevolmente o meno, ebbero parte importante gli esordienti cittadini parlamentari (cinque!), a cinque stelle, che – tempestivamente ed efficacemente – si recarono ad Astana per vigilare-garantire sull’incolumità della moglie e della figlia di Ablyazov.

Sì, sì partire dal caso Voarino-Kassen-Ablyazov-Shalabayeva-Nazarbayev-Pasi-Salone del Libro di Torino mi sembra proprio una più che dignitosa, anzi buona, idea. Se ad Angelo Tolalo interessa e fa piacere.

Oreste Grani/Leo Rugens 

         

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2 THOUGHTS ON “RITENGO OPPORTUNO CHE IL PARLAMENTARE DEL M5S, ANGELO TOFALO, SI INTERESSI DEL CASO VOARINO-KASSEN-SHALABAYEVA-ABLYAZOV-NAZARBAYEV”

    • ilrisvegliodeldragone in 11 novembre 2016 alle 21:52 ha detto:Modifica

      Sì, proprio quello. SE,SE,SE,SE chi era (è) costui?
      Su Ablyazov e quelle che lei chiama attività truffaldine torno domani.
      SE le fa piacere mi può tornare a leggere e a commentare ma preferirei, vista la serietà dell’argomento, non a fare battute perché, come potrà constatare, troverebbe pane per i suoi denti sul tema di chi sia, sia stato, potrà essere Ablyazov quando dovesse scomparire Nazarbayev.
      Leo Rugens

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