Più che costruire un muro, il Mexico andava invaso, sterminati i narcos e annessi. Ragazze disponibili comprese

cocaina-danneggia-cuore

Il 28 ottobre 2014, ispirandomi ad un libro (Il Cobra) di Frederyick Forsyth, consigliai (ovviamente inascoltato!!!) il presidente Barak Obama di lasciar perdere scenari di guerra lontani e altri o/errori del genere e di dedicarsi ad una vera e propria guerra di invasione del Mexico, contro i narcotrafficati tagliatori di lingue, peni, teste in numero forse maggiore di quando facessero e facciano i mostri dell’ISIS.

Se mi avesse dato retta, avrebbe rubato la piazza a Trump che invece, da vero riduttivo neo-pacifista (vi piace questa?), si prepara semplicemente ad innalzare un muro.

Scelta culturalmente statica e destinata a dare pochissimi risultati pratici come un Intelligence intelligente sa.

Niente effetti positivi se non per le ditte che riceveranno l’incarico della realizzazione del manufatto e della vigilanza (robot/droni intelligenti?).

Vigilanza che sarà cazzuta e dispendiosa ma certamente non risolutiva.

Io, come si può leggere (prego notare la data!), avevo prefigurato (ispirandomi al maestro Forsyth) un vera e propria guerra preventiva per fermare soprattutto i traffici di droga (metà New York pippa cocaina) che si muovevano attraverso quel confine. Ma – come si dice – non si può avere tutto. Mi accontenterò di vedere la soluzione Mexico (muro ed espulsione di milioni di persone!!!!!) in versione “Dottrina Trump”. Ce lo voglio proprio vedere!

Comunque, in un blog marginale ed ininfluente che, tra il serio e il faceto, azzecca previsioni planetarie e locali, ogni tanto una provocazione paradossale ci vuole.

Nel post “d’epoca”, troverete, viceversa, anche riferimenti seri (questa volta tutti miei) alla condivisione o meno, tra USA e NATO, di temi complessi come questo della droga, dal momento che ogni presidente degli Stati Uniti d’America sa che denaro e potere sono inscindibili. Droga, denaro, traffico delle armi, denaro, potere, denaro ovunque nel Mondo sono interagenti ma in special modo negli USA. Dove Donald Trump è appena stato eletto, spendendo un mare di dollari, Comandante supremo del più potente esercito del Mondo.

Oreste Grani/Leo Rugens – ad oggi – unico blogger d’Italia ad aver previsto (il 16 maggio 2016) l’elezione di Donald Trump.


FORSYTH, OBAMA E LA GUERRA, SENZA QUARTIERE, ALL’ESERCITO DEI TRAFFICANTI DI COCAINA

GUZMAN EL CHARO E’ NUOVAMENTE LIBERO.

GIUSTAMENTE LA POLIZIA STATUNITENSE HA ALTRO DA FARE IMPEGNATA COME  E’ AD AMMAZZARE IL SOLITO AFROAMERICANO RIOTTOSO.

POVERO PRESIDENTE OBAMA, NON AVENDO AVUTO IL CORAGGIO DI RADERE AL SUOLO  I SANTUARI DEL NARCOTRAFFICO, ADESSO SI BECCA ANCHE QUESTA OFFESA DEL IL CHARO CHE RI-EVADE.

DA ANNI PROVIAMO A DIRVI CHE DA QUELLE PARTI (IL MESSICO) BEN ALTRI DOVREBBERO ESSERE LE ATTIVITà DI CONTRASTO.

COMUNQUE BUON 13 LUGLIO A TUTTI GLI ASSUNTORI E LE ASSUNTRICI D’ITALIA. ANCHE QUELLE/I CHE FREQUENTAVANO ARCORE E SILVIO BERLUSCONI IN PERSONA.

20 agosto 2009, Cesare Giuzzi pubblica sul “Corriere della Sera” una piacevole e documentata cronaca della presenza a Buccinasco (Milano) del grande scrittore Frederick Forsyth. Leggetela, e poi, fissata nella memoria la data dell’episodio, chiedetevi come ci possa ancora essere qualcuno che si meraviglia dell’arresto del consigliere regionale del PDL lombardo Domenico Zambetti. Al massimo, ci si deve chiedere perché non sia successo prima. La squadra di Ilda Boccassini è una e quello che fa è il massimo che si può fare.

In un paese di indifferenti disinformati.

Thriller sulla cocaina Forsyth a Buccinasco

Sulla tangenziale Ovest alla ricerca della prigione della Sgarella. Il consiglio dell’Fbi: vai lì se vuoi capire la ’ndrangheta

MILANO – Una camminata nei campi lungo la tangenziale Ovest con l’afa che soffoca e le zanzare. Sei, settecento metri su e giù alla ricerca di quel buco che 12 anni fa era la gabbia di una sequestrata. Alessandra Sgarella in questa tomba di terra e fango ci rimase per due mesi. Era l’inverno del 1997. Un inverno terribile. A guardare, a sentire l’odore di questa campagna che non sembra neanche Milano, c’è un signore di 70 anni, capelli grigi, un paio di pantaloni color sabbia. Osserva e cerca di capire, di immaginarsi cosa volesse dire vivere in quella tana.

Frederick Forsyth è uno dei più celebri autori di spy story al mondo. Best seller, scritti con la maniacale ricerca del dettaglio. Qui, nel Ferragosto di Milano nei suoi 40 gradi percepiti, ce lo hanno spedito da Quantico gli investigatori dell’Fbi: «Vuole conoscere la ‘ndrangheta? Bene, vada a Milano. E a Buccinasco». Il prossimo romanzo, altro best seller assicurato, dicono che parlerà di cocaina. Di un traffico mondiale di polvere bianca partito dai narcos del cartello di Medellin e diretto in Europa. Ai calabresi di Milano. E lui, autore de Il giorno dello sciacallo , di Dossier Odessa , de L’afghano, a Milano tra i suoi cantieri in odore di ’ndrangheta, tra i locali sequestrati e le ville dei boss, ci ha passato quasi una settimana. Studiando. È stato dai carabinieri del Ros, ha parlato con i poliziotti della narcotici, con i magistrati. Ha osservato. Ha fatto domande, con calma. Ha avuto risposte. A Buccinasco ci è finito lunedì pomeriggio. Ha incontrato l’ex sindaco Maurizio Carbonera. Uno che i padrini, suo malgrado, li ha conosciuti da vicino: proiettili spediti a casa, auto bruciate, tre croci lasciate in un parco alla vigilia del voto sul piano regolatore. «Mister Carbonera, mi dica dov’è la ’ndrangheta? ».

E allora via, a cercare la buca della Sgarella, il garage di via Aldo Moro, 8 dove venne tenuto nel 1988 Cesare Casella, e ancora sotto al cavalcavia della tangenziale dove, quattro anni fa sbucarono due bazooka, che dovevano servire per far saltare in aria l’auto del magistrato antimafia Alberto Nobili. Ma anche il tour, in auto con un traduttore e gli uomini della casa editrice Mondadori , per osservare le case confiscate ai vecchi boss, ai Sergi, al temuto Antonio Papalia. E le nuove ville, quelle dei nipoti dei padrini cresciuti con identica spavalderia e immutato rispetto per le leggi dei clan. Di Antonio Papalia, 55 anni, in carcere da quasi vent’anni, si dice che tenga ancora le fila degli affari calabresi a Milano. Della città dove, per il sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia Enzo Macrì, le cosche sono più forti che in Calabria. Perché è da qui che passa la droga. Lo scrittore britannico, prima ancora di finire al quartier generale dell’Fbi, ha raccolto informazioni in Colombia. «I più grandi produttori sono qui, ma i trafficanti sono altrove. In Europa».

La strage di Duisburg di 2 anni fa ha sco­perchiato il velo, ha portato alla ribalta i cala­bresi con le loro leggi arcaiche e spietate. «Dicono che sia la mafia più pericolosa, una mafia di imprenditori, pastori, assassini, avvocati e spacciatori. Davvero è l’emergenza del terzo millennio?», ha chiesto lo scrittore agli investigatori. «Abbiamo spiegato la struttura familistica delle cosche, il loro la­vorare sotto traccia. Il loro essere invisibili e invincibili», racconta un carabiniere del Raggruppamento operativo speciale. E allora via, in strada, per vedere da vicino l’Ortomercato, i suoi capannoni sterminati e la torre con le vetrate a specchio. Qui c’era il covo di Salvatore Morabito, il nipote del capostipite del clan di Africo, ’u tiradrittu. E c’era anche un night aperto chissà come tra i banchi della verdura. Poi il bel palazzo di viale Brianza, 33, dove fino a pochi mesi fa si nascondeva Antonio, il figlio del boss Giuseppe Piromalli. E ancora i cantieri del nuovo Pirellone e della vecchia Fiera dove sta nascendo la Milano del futuro. Dove i bilici colmi di terra, un business a cui puntano le cosche, fanno su e giù, verso i depositi dell’hinterland. Dove i nomi, le partite iva, rimandano alla Locride, a San Luca, a Platì. Ecco Buccinasco, quella che all’Fbi hanno definito ancora una volta la Platì del nord, perché ci finirono i boss al confino negli anni ’60. Qui, al tavolino di un bar chiacchierato, di un covo dei giovani rampolli delle famiglie Barbaro e Papalia, Forsyth ha osservato i gesti, i volti, le camice rigorosamente bianche e aperte fino al terzo bottone. Ha ascoltato accenti incomprensibili, annotato con pazienza i gesti di questi giovani boss. Ragazzi da romanzo, i nuovi padrini della droga.

Cesare Giuzzi 20 agosto 2009

Immaginate che un pomeriggio, Michelle LaVaughn Robinson Obama, turbata dalla notizia della morte per overdose da cocaina del giovane nipote di una cameriera di colore della Casa Bianca, racconti al marito e Presidente degli Stati Uniti la ragione del suo dolore. Come ogni innamorato, il Presidente prova un identico sentimento e come un vero Presidente decide che il Paese e i cittadini non meritino di convivere con questo problema e con i pericoli che ne derivano. Poiché ha appena vinto nuovamente le elezioni e l’Intelligence gli ha fornito tutte le informazioni necessarie per avere un quadro completo riguardo la produzione e il traffico di cocaina,  sa di avere tempo sufficiente per intraprendere una guerra contro il narcotraffico. Il Presidente sa, infatti, che la sicurezza di una nazione è legata pericolosamente alla forza delle organizzazioni criminali che vi risiedono, giacché conosce molto bene gli intimi legami tra il denaro e il potere.

E di denaro, le mafie internazionali, ne hanno da buttare come l’Intelligence nel rapporto gli ha evidenziato:

PROFITTI: Sono in assoluto i profitti più alti mai toccati per qualunque prodotto. Un chilo di colombiana pura passa dai 4.000 dollari ai 60.000 o 70.000 solo per aver percorso i cinquemila chilometri dalla costa della Colombia fino agli Stati Uniti o gli ottomila alla volta dell’Europa. E non è finita lì. Quel chilogrammo verrà tagliato, cioè adulterato, dal compratore che ne ricaverà fino a cinque, sei volte il suo peso senza per questo perdere di valore. Gli utilizzatori finali pagheranno allo spacciatore fino a 70.000 dollari per un chilo di droga tagliata, che – pura – ne valeva solo 4.000 al momento di lasciare le coste della Colombia.

Immaginate che la guerra abbia inizio. Come andrebbe condotta? Quali conseguenze avrebbe? Quali i costi e quali i benefici?

Un sogno come questo, fatto a occhi aperti, non deve essere scambiato con la nevrosi di un proibizionista a oltranza, bensì come la maturazione di una pluriennale riflessione sul problema della “dipendenza da qualcosa” – alcool, droghe, gioco, sesso, denaro… – e dalle ragioni che inducono tali dipendenze, una per tutte, il dolore. Così, a quanti sostengono che ciascuno deve essere libero di fare ciò che meglio crede del proprio denaro o del proprio corpo, rispondo che ben misera opinione della Libertà essi devono avere, se è libertà quella di impoverire se stessi o la propria famiglia arricchendo le organizzazioni criminali e gli uomini di Stato loro complici.

Un sogno come questo lo ha scritto Frederick Forsyth, nel romanzo Il Cobra, mostrando, per chi lo voglia o sappia interpretare, che l’Intelligence è pronta a chiamare alle proprie responsabilità le classi dirigenti, offrendo loro gli strumenti necessari al contrasto.

Prepararsi a questa possibile guerra, che l’alleato USA nella NATO potrebbe dichiarare, obblica a un approfondimento culturale per evitare di avvicinarsi a questi avvenimenti, armati solo da una volonta repressiva o proibizionistica.

Il ciclo bisogno-azione-soddisfacimento, che con opportuni abbellimenti ha guidato tutta la cultura umana, può essere sovvertito da sostanze chimiche e pervertito dalle illusioni. La dipendenza è il vicolo cieco dell’impulso umano, in cui un’attrazione incontrollabile diventa bramosia compulsiva. Nel cervello del tossicodipendente il sofisticato meccanismo della soddisfazione ha subito un cortocircuito, e la gratificazione è diventata fine a se stessa. Il drogato che muore di overdose in un vicolo, la casalinga che cerca conforto nell’alcol, il bambino che mente ai genitori per comprarsi le sigarette hanno molto da insegnarci a proposito dei bisogni e dei piaceri degli esseri umani. Senza una dipendenza di qualche tipo, nessuno di noi potrebbe sopravvivere. Gli uomini descrivono le droghe e il piacere che ne ricavano sin da quando hanno imparato a esprimere le idee per iscritto. Intorno all’anno 5.000 a.C., i Sumeri indicavano l’oppio con un ideogramma che, tradotto in lettere, equivale a “hul”, la parola corrispondente a gioia o godimento.

La più antica testimonianza sulla produzione di alcol si trova in un papiro egizio, risalente all’incirca al 3.500 a.C. che descrive una fabbrica di birra. Attorno al 2.500 a.C. gli abitanti degli insediamenti intorno ai laghi della Svizzera mangiavano semi di papapavero. Già nel 2.000 a.C. infine un sacerdote egizio scriveva a un suo allievo: “Io, tuo superiore, ti proibisco di frequentare le taverne. Ti sei degradato al pari delle bestie”.

Per comperndere il meccanismo della dipendenza dobiamo chiederci che azione esercitino le sostanze chimiche sul cervello; perché esse attraggano alcune persone ma non tutte; quali degli effetti prodotti da queste sostanze siano piaceri che la vita potrebbe offrire anche in loro assenza.

Forse la fredda e obbiettiva neutralità riuscirà a fare giustizia almeno in parte dei pregiudizi e delle superstizioni che circondano il fenomeno della assuefazione a certe sostanze. Il tossicodipenente non è un malato, e certamente non commette un delitto solo perché ricerca il piacere. Le sostanze che generano assuefazione sono composti chimici che si intrufolano nella centrale del piacere (il cervello) e manomettono i meccanismi naturali che regolano la fame, l’ansia e l’appetito sessuale. La dipendenza è l’altra faccia della medaglia della sopravvivenza: un sintomo di una società che non è riuscita a fare i conti con i propri bisogni.

Tutto questo lo sanno molto bene, più che le autorità politiche che guidano gli stati, le organizzazioni criminali, le quali si predispongono organizzativamente a fornire le sostanze che, dando assuefazione, sconvolgono il ciclo bisogno-azione-soddisfacimento generando una sterile coazione al piacere. Il problema è quindi contrastare con ogni mezzo la criminalità nazionale e internazionale che ha saputo assumere quasi in esclusiva, nella società contemporanea, pervasa da valori prevalentemente materialistici questa funzione culturale.

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