Maria Antonietta Calabrò ci ricorda, con puntualità e dovizia di particolari, il caso irrisolto dell’impiccagione di Roberto Calvi

Ancora una volta, con piacere, posto il ragionamento che la specialista in cose complesse, Maria Antonietta Calabrò, dedica ad uno dei grandi misteri irrisolti (?) che hanno segnato le notti oscure della Repubblica: l’impiccagione rituale (l’esecuzione punitiva di qualcuno che ha tradito un giuramento massonico) di Roberto Calvi.

Le carte dicono già molto.

Il coinvolgimento nella drammatica e macabra vicenda di personaggi quali Flavio Carboni è un dato certo e in queste ore in cui il vecchietto sardo (amico di vecchia data di Silvio Berlusconi) ritorna alla ribalta, è opportuno ricordarlo.

L’informazione “autentica” (come definiamo da queste parti una storia come quella) mai dovrà essere rimossa soprattutto quando si sente citare il personaggio in vicende di chiarissima lettura come l’incontro tra lui e il babbo della burrosa ministra Elena Boschi o quando lo stesso è considerato, recentemente, degno di scontare 9 anni di reclusione per aver ancora una volta dato vita ad una consorteria di malfattori (P3), dove, non lo rimuovete, si ritengono associati sia Denis Verdini che Marcello Dell’Utri. La Repubblica è in pericolo perché da troppi anni – senza mai buttare la chiave – gentaggia del genere, con varie abilità tecnico-legali, se la cava quando è il momento del giudizio definitivo. Con buon avvocati e soldi a strafottere.

Brava Maria Antonietta Calabrò a ricordare, con puntualità e dovizia di particolari, quanto si è andati vicino a sapere cosa sia accaduto quella sera sotto il ponte biano-azzurro a Londra. Bianco-azzurro non come i colori della Lazio (il che sarebbe stato altrettanto indicativo di atteggiamenti criminali) ma semplicemente come quelli della bandiera della Repubblica argentina. Frati neri, massoneria londinese e argentina. Simboli latomistici, riferimenti occulti, rizomi segreti.

Ed è qui che si apre un mondo su cosa ci sia dietro a questa morte. Morte che passa certamente per la massoneria piduista (cioè cose anche riconducibili ad alcune sanguinarie ur-logge neoaristocratiche a forte valenza statunitense), sotto la valenza di nomi quali l’ovvio Licio Gelli, il qualitativo e colto Umberto Ortolani, il mago nero Lopes Rega, i Peron, i promotori di metropolitane a Buenos Aires e i trafficanti di armi (o mi sbaglio?) alla Giancarlo Elia Valori (operativi, da quelle parti, prima, durante e dopo la guerra tragica delle Faulkland), i mascalzoni alla Paul Marcinkus, tramite attivo e terminale degli svuotamenti del Banco Ambrosiano per fare in modo che quel Vaticano “politicamente corretto” avesse tutti i soldi necessari alla sua politica aggressiva/difensiva verso l’Unione sovietica e il materialismo comunista. Senza dimenticare le complicità, sempre in Argentina, con i massacratori (i Generali della Giunta) di migliaia di persone per bene, colpevoli solo di voler pensare liberamente. Maledetti e amorali quelli ancora vivi che andrebbero sputati in faccia ogni volta che fosse dato incontrarli. Anche fossero parlamentari italiani. Pezzenti senza anima. Gentaccia intrisa di sangue caldo delle vittime appena sgozzate dai carnefici. Altro che tango, altro che legami culturali, altro che

Gli amici dei torturatori, dei violentatori, degli spargitori di cadaveri, buttati nell’oceano, andavano ripagati pan per focaccia.

Tutti temi su cui molto più autorevolmente sono stati scritti milioni di pagine ma su cui, nella nostra semplicità, sentiamo il dovere di tornare fino a quando a ministri o ministre della Repubblica italiana sembrerà normale frequentare gentaccia come Flavio Carboni, Denis Verdini, Fabrizio Cicchitto.

Perché, vediamo di non dimenticarcelo, tutti questi, di riffa o di raffa, sempre gelliani sono stati.

Oreste Grani/Leo Rugens

schermata-2016-11-15-a-10-09-18schermata-2016-11-15-a-10-09-53schermata-2016-11-15-a-10-10-21

Annunci