Con chi steccò Massimo Carminati il tesoro rubato nel Caveau delle banca del Tribunale di Roma?

Si dice: “Chi si accontenta, gode!”. Io, oggi, grazie a Massimo Carminati, ho goduto due volte: la prima perché in modo più semplice il 25 ottobre avevo dato per certo che il giorno 22 novembre al processo “Mafia Capitale” ci sarebbero state novità e deposizioni forse determinati per l’esito stesso del dibattimento.

E così è stato. Ma ciò che mi ha fatto oscenamente godere è stato sentire Massimo Carminati che “chiamava” (si dice così nel mondo malavitoso), per correità, segmenti dello Stato in quanto pali/complici nella famosa rapina/svuotamento delle cassette di sicurezza della Banca del Tribunale di Roma. “Io sono ricco da allora perché io mi sono preso i soldi e voi (lo Stato colluso) i documenti”. Punto!!!!!!!!! Non dice proprio così ma questo vuole dire lanciando (dico finalmente) la sfida a chi da allora (2002) oltre a lui, deve aver tratto vantaggio per la razzia di documenti riservatissimi che giacevano in quel caveau. Soldi a Carminati (e ai suoi) e carte, un po’ al Carminati stesso così risponde finalmente all’altra domanda che ho posto esplicitamente il 9 novembre 2015 quando ho chiesto di sapere come e perché lui fosse da sempre in questa posizione di potere. Godo perché il motivo non solo era ovvio ma l’avevo scritto. Con larghissimo anticipo. Ma un vecchio blogger marginale ed ininfluente cosa deve desiderare di più che poter dire “l’avevo detto”?

Oreste Grani/Leo Rugens


MASSIMO CARMINATI MINACCIA: SPERIAMO CHE FACCIA FATTI RACCONTANDO CHI LO PROTEGGEVA E CHI LO CONTRASTAVA

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Il processo Mafia Capitale, secondo gli intendimenti del Procuratore Capo della Repubblica di Roma Giuseppe Pignatone, doveva durare il tempo giusto ma non troppo, tanto che per giugno-luglio 2016 si sarebbe dovuti andare a sentenza. Faccio una previsione: si mangia il panettone e poi forse anche l’uovo di Pasqua.

Questo perché la complessità della vicenda (soprattutto il suo retroterra) potrebbe cominciare ad emergere a partire dall’udienza prevista per il 22 novembre p.v. quando, per motivi che si possono solo presumere, la difesa di Massimo Carminati vuole che il Tribunale ascolti alcuni ufficiali dell’Arma dei Carabinieri che l’imputato ritiene possano dare chiarimenti sulla intera vicenda.

Uno come Carminati che a nostro giudizio (detto e ridetto da prima che scoppiasse il bubbone Buzzi-Odevaine-Carminati) è da sempre inopportunamente protetto da zone grigie delle “istituzioni” repubblicane, dopo aver assaggiato un antipasto di carcere duro e di sostanziale isolamento, potrebbe aver deciso che il cetriolo di turno non se lo sarebbe fatto ficcare nell’occhio sopravvissuto facendosi condannare ad una reclusione lunga e “cieca”.

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Carminati era/è, a Roma, un vero sopravvissuto degli anni ’70/’80.

Parlo degli anni di piombo che in sede letteraria, Antonio Cornacchia, piduista, ex ufficiale dei CC, ha recentemente raccontato, a modo suo, su cui in questo marginale ed ininfluente blog ho già detto la mia ma su cui oggi ritorno.

La questione dei documenti fatti sparire dalle cassette di custodia della banca del Tribunale di Roma, è una storia degna di ben altri approfondimenti che qualche allusione ricattatoria o di oblii complici.

Stiamo parlando di un furto avvenuto, di un’asportazione realmente effettuata, della sparizione di documenti importantissimi realmente custoditi, in massima sicurezza (così ritenevano ingenuamente i proprietari dei beni) nelle “viscere” del Palazzo di Giustizia. Non siamo sul set del film “I sette uomini d’oro ” interpretato da un geniale Philippe Leroy e dalla conturbante Rossana Podestà per la regia di Marco Vicario. Il film esce nel 1965 e gli X uomini che portano via il contenuto (denaro e carte) delle super cassette degli avvocati e dei magistrati agiscono nella notte tra 16 e il 17 luglio 1999 quasi ispirandosi al geniale colpo. O più semplicemente favoriti da silenzi, distrazioni, abilità selezionate senza le quali nulla sarebbe potuto essere fatto. Vogliamo partire da queste prove/certezze logiche per capire come sia stato possibile a gente come Massimo Carminati operare per decenni senza mai alla fine languire in carcere come ad esempio è accaduto al povero Omar Hashi Hassan che, senza aver ucciso Ilaria Alpi si è fatto, senza uscire un giorno, da innocente, 16 anni? Ma un bel errore giudiziario non lo si poteva fare per il guercio?

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Invece la caratteristica delle vicende giudiziarie che riguardano la Banda della Magliana e tutte le cosche criminali che in quegli anni in qualche modo possono essere riconducibili a tali ambienti (alcune volte parliamo di “cose” cento volte più pericolose come la mafia siciliana o la ‘ndrangheta calabrese) cominciano spesso come tempeste che poi in sede dibattimentale e di sentenza si placano. Da sempre si dice che questa holding criminale abbia potuto contare su complicità e connivenze ai vertici del potere, e su qualche indulgenza da parte dello Stato che ho imbarazzo a scrivere con la maiuscola.

Ci sono date che vanno fissate nella memoria degli eventuali curiosi di cose complesse o di giovani interessati a capire meglio chi siano personaggi tipo Massimo Carminati. Io mi limiterò solo a dare qualche spunto perché non me la sento di fare ricostruzioni articolate ma neanche di tacere su ciò che non può non essere andato in una certa maniera: qualcuno aggiustava i percorsi giudiziari di tutta questa gentaccia che per semplicità chiameremo Banda della Magliana e di Carminati o dei suoi amici in particolare. Persone organiche e funzionali alla gestione del potere così come la Partitocrazia aveva necessità che fosse esercitato. È un groviglio di difficile ma possibile lettura. Se Massimo Carminati decidesse di parlare molto di quegli anni e non solo nel senso stretto criminale si capirebbe.

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L’8 febbraio 1986 il Tribunale di Roma manda assolti quasi tutti gli imputati di quello che appunto sembrava viceversa un processo decisivo per stroncare inconfessabili rizomi che avviluppavano la Capitale. Un po’ come oggi. Stiamo parlando di 30 anni addietro (avete capito quanti anni?) e dove Flavio Carboni (proprio lui quello ancora in giro in questi giorni e trovato in relazione alle vicende della Banca dell’Etruria) risulta estraneo ai fatti per cui viene assolto con formula piena. O si danno 6 anni a personaggetti alla Pippo Calò, 5 a Ernesto Diotallevi, 3 anni e 6 mesi a Danilo Sbarra, un anno e sei mesi a Lorenzo di Gesù. Le gravissime imputazioni si dissolvono in un nugolo di generalizzate assoluzioni, di fatti che non sussistono, di responsabilità non accertabili e soprattutto il vincolo della associazione a delinquere viene negato. O si trattava di errori giudiziari o di investigatori incompetenti o di magistrati sensibili a allusioni che uomini di potere come ad esempio i fratelli Vitalone erano in grado di sussurrare.

Quel giorno la giustizia repubblicana afferma la non esistenza di una Banda della Magliana. È la fiction, 30 anni dopo, che ci deve mettere una pezza.

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I più giovani non sanno certamente di cosa scrivo ora che dirò che il magistrato più vicino (con Carnevale) a Giulio Andreotti, Claudio Vitalone, per sentenza della Corte d’assise di Perugia, anni dopo questi avvenimenti, fu ritenuto interessato all’evasione di tale Vittorio Carnovale che alla fine di una udienza di uno dei tanti processi che riguardavano gli ambienti criminali che imperversavano a Roma in quegli anni, si ritrovò (dopo essere stato avvertito della possibilità) con le manette talmente allentate che gli fu possibile togliersele durante il trasferimento dopo l’udienza, nascondersi, rientrare in aula, dove due persone lo aspettavano. Le persone delle Istituzioni repubblicane avevano le chiavi della gabbia dove solitamente si tengono chiusi i detenuti per cui lo fecero uscire dalla porta principale. Ci trovavamo in quello stesso Palazzo di Giustizia nel cui forzieri sotterranei furono svuotate le cassette di cui si sente ancora una volta parlare. Un colabrodo per chi era dei “loro”. Uno dei loro era Massimo Carminati. Vediamo se, oltre alla troppo semplice Virginia Raggi, qualcosa, a Roma, è realmente cambiato da quegli anni o se, viceversa, basterà a Carminati, Buzzi ed altri solo evocare i loro legami pregressi per essere parzialmente “giustificati” nelle loro attività che tanto criminali potrebbero alla fine n on essere giudicate.

Oreste Grani/Leo Rugens

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OLTRE CHE DI MAZZETTE SAREBBE INTERESSANTE CHE MASSIMO CARMINATI CI RACCONTASSE CHI E PERCHÉ LO HA, PER DECENNI, PROTETTO

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Spesso, dopo anni di galleggiamenti nelle aule di tribunale (e non solo), alcuni imputati eccellenti vengono assolti. Soprattutto politici, ex politici, alti funzionari dello stato, qualche generale delle varie forze armate. A quel punto, in molti starnazzano contro i PM quasi fossero dei Torquemada farneticanti.

La storia è tutta un’altra ma, con tutti i guai che ho, non sta a me raccontare quale. Certamente, da Giulia Bongiorno a Grazia Volo, contano molto le capacità tecnico giuridiche degli avvocati che uno si può permettere. Capacità tecnico giuridiche che nel caso delle due citate, con ammirazione, sono notevoli (di una ho personalmente usufruito e posso confermare che non ero proprio innocente) ma si rafforzano anche con una serie di relazioni che male  non fanno al buon esito della vicenda. Questa considerazione di tipo generale e, mi scuso, anche un po’ superficiale, mi serve per introdurre la preoccupazioni che i principi del foro anche questa volta nel caso di Mafia Capitale possano prevalere con escamotage (leciti) ma ingiusti nella sostanza.

Prendiamo il caso di Massimo Carminati e il ruolo che l’accusa gli attribuisce e che giustamente e non solo come certificato penale, l’imputato si porta dietro.

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Per rinfrescare la memoria riporto solo uno dei tanti articoli dedicati al personaggio:

repubblica.it
Un furto che vale doppio

ROMA – Si apre uno scenario inquietante nella storia del maxifurto al caveau di Palazzo di Giustizia. Nel giro di ventiquattr’ore i carabinieri arrestati sono diventati quattro, forse cinque: tre lavoravano nel Reparto servizi magistratura, uno era stato assegnato ad altro incarico e aveva lasciato il tribunale da poco. In tutto le persone fermate sono otto, c’è anche una donna. Ma il numero è destinato a salire. E nella lista è spuntato ieri il nome di Massimo Carminati, ex terrorista nero nei Nar passato alla Banda della Magliana e assolto a Perugia dall’accusa di aver coperto il killer del giornalista Nino Pecorelli. Sono in tanti – secondo i magistrati che indagano – a essere entrati quella notte nel cuore blindato di Piazzale Clodio: carabinieri, loro parenti, “cassettari”,undipendente della Banca di Roma rapinata. Il sospetto degli inquirenti è che il grande colpo sia stato progettato in vista di un doppio risultato: da una parte i mandanti a caccia di documenti importanti, dall’altra i manovali, gli uomini che sono penetrati nel caveau a caccia di contanti e gioielli. Ai mandanti sono andati i plichi segreti, agli altri i dieci miliardi. Tra le cassette di sicurezza violate, tra le altre, c’erano quelle di magistrati importanti come Vilfredo Vitalone, Infelisi, Gargani… Una trama fitta, piena di sospetti e misteri. Ogni giorno aumentano le persone in cella. Gli indagati sono oltre venti. Quanti ancora finiranno in carcere? Gli inquirenti lavorano notte e giorno, interrogano, mettono insieme il puzzle del mosaico, ricostruiscono nei dettagli la funzione del basista, dei complici. Tutti provvedimenti eseguiti dalla Squadra Mobile romana su ordine dei magistrati di Perugia che coordinano l’inchiesta. L’assalto al caveau, a quello che è stato subito definito fortino di cartapesta, scattò la notte tra il 16 e il 17 luglio scorsi. Prima dell’alba vennero svuotate 146 cassette di sicurezza su 997. L’ipotesi che qualcuno avesse messo nel mirino le carte segrete di qualche magistrato, il mix della banda fatto di carabinieri, malavitosi e un ex terrorista nero proiettano sul megafurto ombre inquietanti. I militari fermati fanno parte del nucleo di vigilanza dell’arma a Palazzo di Giustizia, del nucleo impegnato nelle scorte e nelle traduzioni. Secondo gli inquirenti sono loro a partecipare materialmente al colpo. Non solo. Sospettano che la stessa notte siano sempre loro a far entrare complici nella cittadella giudiziaria. Approfittano di potersi muovere liberamente, sono in divisa. L’accusa è la stessa per tutti, furto. Ma i giudici stanno ipotizzando anche la corruzione. Massimo Carminati è entrato per ultimo, insieme alla ancora misteriosa donna del commando, nel dossier degli inquirenti. La notte scorsa i poliziotti hanno suonato il campanello della sua porta, un appartamento modesto in periferia. Carminati, che in un conflitto a fuoco perseun occhio, era stato assolto il 24 settembre scorso alla fine del processo sull’omicidio Pecorelli.Un‘altra storia piena di misteri. Il giornalista di Op viene assassinato il 20 marzo ’79 a colpi di pistola. E Tommaso Buscetta racconta di aver saputo che l’omicidio era stato commissionato dai Salvo nell’interesse di Andreotti. Il dibattimento si apre l’11 apile ’96. Imputati, Andreotti, Calò, Vitalone, La Barbera, Badalamenti e lo stesso Carminati. Il 30 aprile i pm Cardella e Carnevale chiedono cinque ergastoli. Ma il verdetto assolve tutti. Ora l’ex esponente dei Nar torna in carcere per l’assalto al caveau. Accusato di aver partecipato materialmente al colpo, di essere entrato, di aver aperto le cassette insieme ai complici con la fiamma ossidrica. Il suo difensore, l’avvocato Giosuè Bruno Naso, dice: “Come sua abitudine il mio assistito si è finora avvalso della facoltà di non rispondere. Al sostituto procuratore Mario Palazzi ha solo ricordato che il provvedimento di fermo si giustifica solo in caso di pericolo di fuga. E ha sottolineato di aver atteso la sentenza del processo Pecorelli, nel quale è stato prima imputato e poi assolto per non aver commesso il fatto, davanti alla porta di Rebibbia. “Non sono scappato davanti al rischio di una condanna all’ergastolo – ha detto al giudice – le pare che sarei fuggito di fronte ad un‘accusa di furto?””. E’ lo stesso avvocato comunque a sottolineare “l’estrema correttezza della Procura di Perugia in questa indagine”. Le perquisizioni scattate finora sono a decine: trovati alcuni oggetti spariti dalle cassette. Ma l’inchiesta – seguita dal procuratore della Repubblica aggiunto di Perugia, Silvia Della Monica, e dai sostituti Mario Palazzi ed Antonella Duchini – non è affatto conclusa.

claudio vitalone

Come vedete, ci sono spunti di riflessione gravissimi che non vanno disancorati dal quadro sinottico complessivo di oltre quarant’anni (avete capito?) della  storia d’Italia in cui il Carminati ha operato sempre sia come un criminale che un eversore dell’ordine costituito: Massimo Carminati, dopo la prima comunione, ha sempre fatto lo stesso mestiere. Ora bisogna vedere se era lui il capo di se stesso o da chi, che a suo tempo eventualmente lo avesse arruolato, dipendeva. Dentro e fuori le attività illecite consumate da giovane violento estremista politico, da irregolare della Banda della Magliana, quando la stessa entrava ed usciva dalla manovalanza che i Servizi segreti dell’epoca (non bisogna dimenticare che razza di delinquenti guidavano le nostre strutture di sicurezza in quegli anni o neanche questo mi è lecito ricordare?) arruolavano per le  più diverse ma sempre illecite necessità. Come si deduce dalla lettura del brano, Carminati (ecco il riferimento alle capacità di far assolvere gli imputati) è stato fortemente indiziato del delitto Pecorelli (che certamente non si è suicidato la sera del 20 marzo 1979 nel cuore del quartiere Prati ma di cui non si sono ancora trovati gli assassini né formalmente i mandanti) ma assolto. È stato fortemente indiziato, con altre decine di persone, dello svuotamento del caveau del Palazzo di Giustizia (cortesemente riflettete su questa location) ma dopo un fatto di quella incommensurabile gravità era libero (o no?) di ordire una trama oggettivamente paralizzante e sputtanante la Capitale del Paese.

Wilfredo Vitalone

Sarà certamente una storia di criminali pulciari all’amatriciana come sostiene Giuliano Ferrara (sono d’accordo comunque che non siano “Cosa nostra” e si vede da come logorroicamente stanno parlando tutti e di tutto) ma il danno è maggiore di quello che dieci, cento bombe non avrebbero saputo produrre. Chi ha consentito (forse ideato) questo aggiotaggio della quotazione della nostra già in difficoltà Capitale? Chi ha presentato chi e chi ha nominato chi a vigilare che cose, come quelle accadute (o non sono accadute come nessuno ha ucciso Pecorelli e nessuno ha svuotato le cassette della  banca dove erano custoditi i documenti che si può presumere avessero attinenza con chi aveva ucciso Pecorelli e perché?) non avvenissero? Assegni, bonifici, mazzette, sfruttamento dell’orrore che ruotava intorno ai profughi, lavori non fatti ma pagati va bene ma provate anche ad appurare come sono andate le cose prima durante e dopo questo lasso di tempo quando a vigilare c’erano un sacco di persone pagate profumatamente per fare in modo che persone super attenzionate dai servizi (come doveva essere Carminati) erano in realtà liberi di fare il cazzo che volevano. Se non arrivava Pignatone e i suoi, cosa sarebbe successo di peggio di quanto già è accaduto? Ma noi vogliamo sapere e continueremo a chiederlo da questo blog marginale ed ininfluente, chi non abbia fatto il proprio dovere. Per libera scelta o perché in realtà fosse una mezza cartuccia. Ma allora perché negli anni abbiamo dovuto pagare mezze cartucce o furbi complici oggettivi di questi eversori?

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Così anche si investiga per il secondo/terzo livello (non della cupola mafiosa per continuare a dare ragione a Giuliano Ferrara) ma certamente di una pletora di incapaci di cui se si potessero mostrare gli encomi e le note caratteristiche ci sarebbe da scompisciarsi dalle risate a vedere quanta aria fritta è stata opportunamente imbellettata perché i peggiori andassero avanti e così accadendo, mettere sempre di più alla mercede di chiunque la Repubblica e i suoi cittadini. In nome del vostro dio, se uno ne avete, ma possibile che le domande dalle cento pistole non siano “chi ha custodito i custodi?” e “chi non ha capito niente o si è girato dall’altra parte?”. A modalità con cui si sono pappati il pappabile ci scasseranno le orecchie nei prossimi sei mesi (anche se ovviamente questi approfondimenti sono più che giusti) ma a noi interessa sapere chi sapendo ha taciuto. Altro che ottomila inutili costose poco intelligenti telecamere. Sopra o a fianco ad Alemanno chi c’era? Di Francesco Gaetano Caltagirone e degli altri palazzinari romani abbiamo già detto. Ma loro sono solo i responsabili di aver voluto una marionetta come sindaco. Cosa non giusta ma, paradossalmente, dal loro punto di vista, auspicabile. Scegliere un cretino, finto onesto, non è un “vero” dimostrabile reato. Ma il resto lo vogliamo sapere. Per fortuna, Carminati, Buzzi, Odevaine e tanti altri mi sembrano ben intenzionati. Vediamo di non fare finire tutto come l’omicidio Pecorelli o la sottrazione dei documenti dei fratelli Vitalone (Claudio e Wilfredo) o dei magistrati Infelisi e Gargani dal caveau della banca del Palazzo di Giustizia. Altrimenti, anche questa volta, dovremmo dire che giustizia non è fatta.

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Oreste Grani che questo tipo di post lo scrive (perché sente di doverglielo) in memoria del suo primo datore di lavoro (mi dava 60.000 lire di stipendio al mese per “fascicolare” a mano OP) Carmine Mino Pecorelli. Persona certamente con le sue  problematiche ma che nessuno doveva permettersi di decidere che andasse ammazzato e di cui ad oggi non si sa chi lo abbia ucciso anche se inequivocabilmente è stato ucciso. 36 anni addietro.

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alemanno

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